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L’imperatrice Taitù, da despota crudele a simbolo dell’emancipazione delle donne Breaking news, Cultura

Firenze – La “luce d’Etiopia”: strano appellativo, per una donna, una regina, un’imperatrice, la cui comparsa nella storia italiana era segnata da definizione come “crudele”, “nemica”, ecc. Eppure, è la storia stessa a riconsegnare ben altra figura. 
Nel 1918 morì Taitù, imperatrice d’ Etiopia. La scomparsa dell’antica “nemica” degli italiani fece poca notizia nel nostro Paese. In quello stesso periodo i giornali parlarono soprattutto della “Beffa di Buccari” quando le motosiluranti di Luigi Rizzo risollevarono il morale dell’ opinione pubblica dopo il disastro di Caporetto. L’Italia era impegnata sul Piave e l’ avventura coloniale del 1896 sembrava solo un lontano ricordo. Ci avrebbe pensato il fascismo a ravvivarlo con un’ ancora più sciagurata invasione dell’Etiopia.

Ma chi era Taitù Batùl d’Etiopia? Fino a qualche decennio fa capitava di sentir dire : “Ha più vestiti lei della regina Taitù! ” oppure “Guarda! arriva la regina Taitù ”per sottolineare che una donna era vanitosa.
Questa sovrana presa di mira dai detti proverbiali era l’imperatrice Taitù Batùl, Zehetiopia berehan (luce dell’Etiopia) moglie del Negus Menelik II , che sconfisse le truppe italiane ad Adua nel 1896.
Ma dopo la fine dell’avventura coloniale, in Italia ci fu un capovolgimento nella considerazione degli abissini: quella che era stata dipinta come una popolazione primitiva divenne nell’immaginario collettivo un regno fastoso e potente. Anche le filastrocche assunsero un diverso significato. Quando si diceva: “chi crede di essere, la regina Taitù? non si ironizzava più ma la si considerava, anzi, un esempio di potenza e di ricchezza. E nella tradizione pugliese una fiaba popolare presentava Taitù come una principessa
bellissima ma inavvicinabile.

Che gli abissini fossero tutt’altro che primitivi ,gli italiani avrebbero dovuto capirlo prima della battaglia di Adua dove l’esercito etiope disponeva di fucili Mauser tedeschi, Rermington di fabbricazione americana e di cannoni Hotchkiss francesi. L’esercito italiano disponeva del Vetterly a ripetizione ma gli ascari avevano il modello a colpo singolo. La sconfitta italiana derivò da errori compiuti dai vertici militari ma fu anche frutto di una sottovalutazione della tecnologia che Menelik seppe mettere in campo (1).

Tant’è vero che prima di Adua si cantava: “O Menelicche / le palle sono di piombo / e non pasticche”. E la strofetta, benché clamorosamente smentita dai fatti, veniva ancora adoperata nei decenni successivi, quando si voleva dare a qualcuno, del sempliciotto. Invece l’Etiopia aveva una solida organizzazione militare, relazioni diplomatiche con tutte le maggiori potenze europee e Menelik era attento alla modernizzazione (2) .

La più tenace avversaria degli italiani fu proprio l’imperatrice Taitù Batùl che ebbe un ruolo decisivo sul piano politico e militare. Appartenente a una delle più aristocratiche famiglie abissine, che vantava una discendenza da re Salomone e dalla regina di Saba, si era già sposata quattro volte e quando divenne moglie di Menelik contribuì alla sua scalata alla corona di Negus neghesti (re dei re). Questa appartenenza a una famiglia molto potente contribuì a quella fierezza e indipendenza nei confronti del consorte che suscitava stupore in Italia. Non si era abituati a una donna che non fosse sottomessa al marito e ciò provocò commenti ironici che non erano giustificati perché la coppia faceva un intelligente gioco di squadra.

Incoronata imperatrice nel 1889, Taitù guidò la fazione conservatrice ostile a ogni penetrazione delle potenze europee. Mantenne una linea dura anche nella paradossale vicenda del trattato di Uccialli. Il testo in italiano conteneva all’art 17 la formula che l’Etiopia si sarebbe servita dell’Italia per le relazioni internazionali . Ma il testo in amarico affermava che l’Etiopia poteva servirsi dell’Italia: non un vincolo, bensì un potere discrezionale. Poi, quando il trattato venne denunciato (1893), Taitù respinse con fermezza le rimostranze del governo di Roma e spronò Menelik ad attaccare. Ma furono gli italiani a dare inizio al conflitto.
Taitù fece appello alla difesa del suolo etiope e con l’avanguardia del grande esercito imperiale. Nella battaglia di Adua (1 marzo 1896) assunse il comando dell’artiglieria e fu ancora lei a guidare all’attacco la cavalleria della sua guardia personale.
E’ comprensibile che su di lei, in Italia, si accentrassero gli strali della propaganda bellica, tanto più che gli stereotipi di una società maschilista portavano inevitabilmente a considerare una regina-guerriera come una forsennata virago e Menelik come un uomo
debole, sottomesso alla moglie. Pesò, poi, sull’ imperatrice etiope l’orribile vendetta sugli ascari eritrei per cui fino ai giorni nostri è stata definita sanguinaria e feroce.
Gli ascari, considerati disertori, furono condannati all’atroce supplizio della mutilazione della mano destra e del piede sinistro. Sembra, però, che una punizione esemplare fosse stata decisa dal Consiglio dei ras che avrebbe applicato la legge tradizionale. Ma altre fonti parlano dell’inflessibilità di Taitù. In effetti, Menelik, che aveva fama di abile mediatore, era solito delegare le decisioni più ingrate alla moglie che ebbe fama di spietata ma ne guadagnò in autorevolezza presso la popolazione e presso i ras.

La vittoria sugli italiani ebbe notevoli ripercussioni in politica internazionale. Francia, Inghilterra e Russia si disputarono la stipula di trattari commerciali con l’Etiopia. Quando l’imperatore si ammalò e morì, Taitù assunse il potere ma lo esercitò in modo troppo autoritario e non ce la fece a conservare il trono. Riuscì, però, far eleggere imperatrice la figlia di primo letto di Menelik, Zauditù.
La nuova sovrana era molto legata alla matrigna e la invitò a vivere con lei. Taitù, intelligentemente, rifiutò, ma la sua influenza a corte tornò ad essere rilevante. Trascorse l’ultimo periodo della vita in un palazzo accanto al Santuario mariano del monte Entoto che sovrasta Addis Abeba, la città che aveva voluto edificare nel 1886 in mezzo a un bosco di eucalipto. Qui, Menelik nel 1889 trasferì la capitale a seguito delle insistenze della moglie che battezzò la città “nuovo Fiore” (Adiss Abeba) ritenendo che sarebbe
stata emblema del rifiorire dell’ Etiopia.
Taitù è sepolta nell’ imponente Mausoleo del Monastero di Taeka Negest Ba’eta Le Mariam ad Addis Abeba. Oggi in tutto il mondo e ,in particolare, in Africa, è considerata un simbolo dell’emancipazione femminile e della lotta anticolonialista.

1 Sull’andamento della battaglia si rinvia a D.Quirico, Adua – la battaglia che cambiò la storia d’Italia, Milano, Mondadori 2004, E. Lombardi, Il disastro di Adua Milano Mursia 1994
2 Ivi e 2004 e A.Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Dall’unità alla marcia su Roma. Vol. 1, Milano , Mondadori, 2002

Foto: www.wikipedia.it

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