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Lingotti in fuga/2 il sentiero lastricato d’oro Economia

Export aretino sul podio: +56,4% nel primo trimestre di quest’anno. Undici volte l’incremento messo a segno dall’Italia intera (+5,5%, dati Istat). E’ la provincia medaglia d’oro (è il caso di dirlo) a livello nazionale. Chiaro che questi valori incorporano la crescita del valore nominale dell’oro, ma il risultato non cambia. Secondo i dati di Bankitalia considerando solo gli anni fra il 2008 e il 2010 l’export di metalli preziosi da Arezzo verso la Svizzera è decuplicato in termini nominali, mentre le quotazioni dell’oro sono “solo” raddoppiate. Il trend dunque è inequivocabile, ma purtroppo ha molto poco a che fare con l’appeal dei gioielli del distretto aretino.

Arezzo è come re Mida, una grande macchina di trasformazione di oro e preziosi che funziona così secondo l’Irpet: la Toscana importa metalli preziosi, perlopiù classificati come rifiuti, che utilizza solo in parte e sempre meno per la gioielleria e poi esporta direttamente come metalli preziosi dopo averli trasformati in lingotti. Questa colossale partita si gioca quasi esclusivamente nell’hub aretino, appunto, dove esistono operatori storici che nel tempo hanno assunto un ruolo leader in Italia in questo settore. Uno fra tutti, Banca Etruria. Qualche cifra per avere un’idea del suo ruolo nella movimentazione di preziosi: nel 2010 ha venduto 300 kg di oro da investimento, nel 2011 ben 1,7 tonnellate.
Ma poi ad Arezzo c’è Chimet (che nasce come divisione interna della Unoaerre), uno dei maggiori player mondiali nell’attività di recupero e affinazione di metalli. Grazie ad un apparato tecnologico fra i più evoluti a livello internazionale trasforma scarti industriali in metalli preziosi. La purezza del metallo prezioso ottenuto da Chimet è quasi assoluta (99,99%) e ha la certificazione London Good Delivery riconosciuta in tutto il mondo.

Nel 2011 l’azienda ha fatturato 1,4 miliardi, con un incremento del 40% rispetto al 2010 (cui va ovviamente sottratto l’incremento del prezzo dei metalli preziosi). Ha 120 dipendenti, più 60 di indotto.
«I nostri clienti sparsi in tutto il mondo mandano scarti di lavorazione e noi effettuiamo il recupero». La procedura si chiama “conti di lavorazione” e la sua meta finale è proprio la Svizzera, perché esiste una precisa normativa italiana che limita l’esportazione di materiale grezzo importato dall’esterno dell’Ue, obbligando ad una sorta di triangolazione il cui protagonista principale (manco a dirlo) è proprio il paese elvetico.

L’input del processo di recupero e raffinazione Chimet è costituito da ceneri e rottami/verghe di oreficeria, spazzature orafe, soluzioni, scorie, crogioli, catalizzatori esausti dell’industria chimica, petrolchimica e farmaceutica, marmitte catalitiche, scarti elettronici, scarti dentali, fanghi. Ma anche i “compro oro” vanno da loro. «Così è la crisi: chi ha l’oro lo vende perché il prezzo è elevato. Noi lavoriamo di più e esportiamo di più, perché l’oro che recuperiamo in Italia viene poi venduto all’estero» dicono alla Chimet.
Insomma, in questa grandiosa macchina di trasformazione-recupero di metalli preziosi entra anche in parte – forse in piccola parte – chi si vende i gioielli di famiglia ai compro-oro, il surplus in possesso di aziende che non riescono a smaltirlo per mancanza di sbocchi di mercato.

Questo enorme flusso di preziosi Toscana-Lugano assomiglia all’amara metafora di questa crisi: quella di un’economia reale che si spoglia, s’impoverisce, per ingrassare le opulente opportunità di movimentazione e investimento finanziario nella sua patria d’elezione: la Svizzera. E qui magari, a Lugano, qualcuno acquisterà i lingotti per salvarsi (nell’ordine) dal crack dell’euro, dal default degli stati o magari da paventate patrimoniali. Oggi peraltro non importa neanche affaticarsi o spostarsi in macchina. Basta andare sul web e digitare “comprare oro”. Tanti imbonitori provvederanno a convincervi della bontà dell’acquisto di lingotti virtuali instillando la “grande paura” per condurvi fuori dai circuiti bancari ufficiali.
Ma questa è proprio tutta un’altra storia.

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