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Lingua e dialetti: state attenti a non fare uno spicinìo Cultura

Firenze – Nella naturale evoluzione di una lingua viva, molte parole cadono in desuetudine e scompaiono e altre nuove arrivano, C’è anche un fenomeno curioso per cui, come vedremo più avanti, alcune parole confinate fra gli arcaismi tornano in campo magari in linguaggi gergali.

Iniziamo dalle parole che scompaiono dalla lingua italiana e che sopravvivono per un po’ nelle espressioni dialettali ma anche qui cadono in desuetudine.

Sopracciò: Il significato della frase “Non voglio sopracciò” lo conosciamo tutti. Non voglio impicci, non voglio  che mi stiano con il fiato sul collo, ecc.  Oggi è sempre meno usato anche nella parlata toscana. Ma da dove veniva? Così, a braccio, credevo che derivasse da oltre –ciò,  ma poi ho letto sul vocabolario Treccani che in tempi passati il sopracciò era chi aveva l’incarico di “sovrintendere a persone, uffici, a lavori e attività.” Tant’ è vero che fare il sopracciò voleva dire fare da padrone o da supervisore.

Avvisto: Dopo un’interminabile coda in autostrada ho detto alle persone che mi stavano aspettando:  Mi ero avvisto di dover tornare indietro e subito ho pensato che mi hanno capito perché eravamo in provincia di Pisa ma, altrove, questa espressione è scomparsa. In vari vocabolari è riportata come participio passato di avvedersi, ma l’accezione più desueta è quella di pensavo che o meglio ancora temevo che, che trovo maggiormente espressiva.

Ecco varie altre parole o modi di dire che sono arcaismi e sono rifluiti in parlate dialettali della Toscana(mi riferisco in particolare a quella nord occidentale)

Appigionato:  quasi del tutto scomparsa la locuzione“ cervello appigionato” ovvero dato in affitto e che sta per scervellato.

A uso, A usso:  significa come, oppure con la funzione di..ma l’accezione più interessante serve per chiedere una spiegazione. Se, per esempio dico: “voglio fare una vacanza ecologica” mi possono chiedere: “A uso?” per sapere se la voglio fare in bicicletta o se voglio andare in posti non turistici ecc.

Miracoli: nel pisano sta per giochi dei bambini  ”o bimbi, mettetevi a studia’.. basta di fa’ i miracoli”.

Piomba– Nel gioco del nascondino o meglio del rimpiattino (variante del nascondino) contraddistingue(va) il luogo dove si corre perché lì non si può essere presi. Pomba o bomba, appunto da cui la frase torniamo a bomba a Buti invece si dice piomba’ e se uno viene raggiunto si dice piombato. Mentre nel resto d’Italia si usa il termine  “tana.”…(libera tutti).

Sborniare: verbo all’ infinito che usato come riflessivo significa sbronzarsi, ubriacarsi., Quindi, sborniarsi [prendere la sbornia].. Ma sborniare, invece, voleva dire guardare senza esser visti. Ad es. ha deviato per non incontrarmi ma io l’ho sborniato. 

Sorte che: espressione oggi desueta. Stava per “ci mancherebbe altro che, speriamo che non. Es.  “sorte che con questa pioggia non allaghino i campi”. 

Spaccato: un aggettivo che rafforza. Come quando si dice geloso spaccato.

Spicinìo : Un macello soprattutto in senso figurato. Nei vocabolari è invece definito come un toscanismo derivante dal verbo spicinare che significa sbriciolare anche con senso estensivo di stritolamento, massacro. Il Vocabolario Treccani riporta questo esempio: “se usciva di strada a quella velocità, con la gente che c’era faceva uno spicinio”. Ma vuol dire anche consumo esagerato, sperpero:

Più curiosa, in determinate aree, un’accezione accezione figurata e più ironica. Esempio: in termini sportivi: “se entra in campo lui fa uno spicinìo “  Oppure “questa gita mi è costata uno spicinìo di soldi. In sostanza, da massacro, macello si passa a un’ estensione in senso figurato, per indicare gran quantità. 

Infine un’espressione che mi riporta a oltre mezzo secolo fa e a usanze diverse. Nel vocabolario butese di Massimo Pratali ho trovato il termine sortita, che non è l’azione militare degli assediati e nemmeno la battuta spiritosa, come riportano i vocabolari ma era la prima uscita pubblica di una coppia che si era fidanzata ufficialmente. Che era un evento importante per tutto il paese.

Alcune espressioni sono confinate in determinati ambiti. Ad esempio, anime come sinonimo di abitanti usata nel linguaggio giornalistico per evitare ripetizioni. E le  Venezie che mi ricordano le lezioni di geografia  di tanti anni fa e che ormai sopravvivono solo nel meteo.

Tra le parole che ritornano e che vengono usate soprattutto nel gergo della politica cito il termine ondivago (che cambia spesso opinione, sembra vagare sulle onde) che era sparito da decenni e che adesso sento di nuovo in tv .  E “dare contezza”, espressione che già ai miei tempi era scomparsa. Ma oggi sembra tornata di moda.

Al linguaggio della politica e della burocrazia appartiene l’espressione licenziare una legge derivato da congedare. Un tempo si diceva licenziare per parlare dell’autorizzazione a stampare un libro.

Nel gergo della politica e delle istituzioni vedo rispuntare latinismi. Nessuno dice più anzitutto ma in primis e quindi in secundis, in tertiis. Stessa cosa per indicare la reiterazione di un decreto o di un processo si dice bis, ter, quater, quinquies, sexties. In tempi di anglicismi dilaganti questo ricorso al latino appare una raffinatezza. Anche piacevole a sentirsi.

Ma sono contento che ci si fermi qui a queste poche espressioni, perché il ricorso al latino deve essere a piccole dosi per non apparire enfatici. Ricordo che quando ero giovane, persone più attempate usavano espressioni del tipo  ad maiora o  per aspera ad astra che non rimpiangono affatto perché mi suonano particolarmente retoriche

Tre la nuove espressioni che non di rado sono eufemismi  per adottare il politically correct  ho sentivo dire  di recente  “atto anticonservativo” come sinonimo di suicidio.

Termino con un’ intercalare curioso. Un tempo, quando ci s’ incontrava casualmente era un classico salutarci dicendo (dopo il classico ciao) e allora? Questo approccio così anodino, ma considerato confidenziale perché evitava il cerimoniale dei saluti, fu oggetto di studi sociologici…Poi è scomparso ed è stato soppiantato dall’attuale “come va?” Espressione più coinvolgente che pone però un dilemma: non potendo sintetizzare i problemi, le difficoltà, i malanni,  me la cavo con un falso ma rassicurante tutto bene…e così penso facciano tutti, così che domanda risposta divengono una pura formalità.

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