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Liscio Romagnolo: il bianco e il nero nell’anima di un territorio Cultura, Opinion leader

Firenze – La morte del Maestro Raoul Casadei impone, per tutti i romagnoli ma anche per tutto il mondo della musica, una riflessione. Perché il dato di fatto, ineliminabile, è: cosa esprime il Liscio romagnolo, cosa porta dentro di sè, cos’è infine che l’ha sostenuto, dalla nascita fra fine Ottocento e inizi Novecento fino ai giorni nostri, che lo ha tenuto vitale e lo ha continuamente rilanciato anche dopo momenti di crisi in cui sembrava che altre, più potenti musiche ne scardinassero il ruolo?

Secondo il senso comune, proprio anche di chi ne fa religione sportiva (le scuole di ballo romagnolo) o semplicemente irrinunciabile colonna sonora della Riviera, delle Feste dell’Unità, il suo segreto è l’allegria che scatena. Del resto è innegabile che quel vorticoso girare, quel ritmo veloce, quelle voci potenti (introdotte peraltro negli anni ’50 da Secondo Casadei) quell’inimitabile armonica integrazione fra fiati, violini, fisarmonica, batteria e basso, dà vita a una musica coinvolgente, che ti strappa dalla seggiola e ti porta a volteggiare sulle ali di una leggerezza brillante e ridanciana. Un innegabile “prestito” delle danze delle corti nord-europee da cui in parte nasce (valzer, polka e mazurka) con l’ausilio di musicisti eccezionali per tecnica, cuore e visione. che mescolano via via motivi del folklore e brani di musica colta.

Dunque, allegria, gioia, voglia di vivere. E qui s’innesta il secondo registro, quello “grave”. Un canale sotterraneo, un tono dark che è l’ineliminabile contraltare dell’allegria e della voglia di vivere. Vivere davvero vuol dire sapere che ora e qui si gode. Ora e qui. Il resto, è sulle ginocchia di Giove.

Portare alla luce ciò che significa tutto ciò, comporta andarsene a spasso in un substrato antropologico complesso. Il “popolo romagnolo” nasce, come si sa, dalla conquista romana della Gallia celta da parte delle truppe della Città Eterna. Una conquista oscurata dalla storia, che vede due fasi: la prima, una vera e propria guerra che comporta fra le altre cose, sradicamenti di popolazioni e riduzioni in schiavitù, dall’altra l’acquisizione dei galli d’Italia dentro le stesse coorti contro cui avevano combattuto. Da Celti a Centurioni il passo è breve, la continuità col mestiere della guerra è evidente. Le truppe più fedeli di Cesare sono composte da Galli italiani, provenienti da quelle stesse zone in cui si è combattuta una spietata guerra di conquista.

Cosa c’entra tutto ciò col liscio? Qualcosa sì, per quanto ci concerne. Ed è la dualità dell’anima romagnola: pronta a fare chiasso, a divertirsi con tutta l’anima, spinta però dalla consapevolezza che bisogna fare presto, divertirsi ora e qui, in quanto la morte è dietro l’angolo, la fine è improvvisa, imprevista e non negoziabile. Un classico pensiero da gente avvezza al mestiere delle armi, un’abitudine che non cesserà nei secoli, come testimoniano le compagnie di ventura fra 400 e 500, i nomi dei grandi capitani di ventura, da Muzio Attendolo a Federico da Montefeltro, signore di quelle terre che ai confini fra Marche e Romagna hanno una continuità linguistica ed etnica con il territorio romagnolo. Senza contare Braccio da Montone e la composizione degli stessi contingenti della soldataglia. Senza contare, anche, che proprio la Romagna è l’ultimo bastione verso Nord del brigantaggio, che in queste terre conosce la controversa, fulminea, amata dal popolo che vi si riconosce, leggendaria esistenza di Stefano Pelloni, il Passatore.

Ed ecco il particolare modus dell’animo romagnolo, che si riflette in pieno nella nascita, evoluzione, successo del liscio. Una luce che viene da lontano, che comporta da un lato il divertimento a tutto tondo, nella sensualità della coppia, nell’impegno fisico e nell’energia del ballo. Ma che nasconde, dentro l’allegria del momento, una vena di tristezza consapevole che esalta ancora di più la volontà di divertirsi. Qui ed ora.

Qualche esempio? Cito due classici della dinastia Casadei, “Tramonto” di Secondo e Il Passatore, di Raoul. Ma lo struggente inno alla gioia che può esistere solo al momento e perciò deve essere vera, senza mezzi termini e assoluta, si coglie in mezzo a moltissimi pezzi, forse meglio in quelli più antichi, più attaccati alla matrice. Una luce bianca e nera a tratti, che suggerisce l’antico precetto, mai spento, “cogli l’attimo”, ma ancora più in profondità elimina ostacoli, pensieri, barriere e pregiudizi, e incita ad osare. Ora, è il momento di essere felici, nunc, dopo, post, può essere, sarà, tardi. Un concetto fatalmente assoluto:  se il tempo è breve, “diamoci sotto”.

Una riflessione che è stata felicemente interpretata, a mio parere, dalla presenza a Sanremo degli Extraliscio. Una band che ha colto, complice la straordinaria presenza di Davide Toffolo, ma anche la maestria, sensibilità, preparazione di Mirco Mariani (i suoi testi sono straordinari) Mauro Ferrara e (last but not least) Moreno Conficconi il Biondo, la presenza dell’oscurità nella luce, del dramma nella festa. Interessante esperimento, che rende trasparente, sotto lo scintillio del liscio, il costante scorrere del senso della Morte: indispensabile, per godere della Vita. Indispensabile, per ballare senza pensieri, stretti nelle regole del valzer, della polka e della mazurka, liberi e selvaggi nel desiderio e nella capacità di godere. Una notte, signori, ma quella, perfetta.

Foto: https://www.notteliscio.it/

 

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