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L’Italia di Conte e il momento no della Viola Opinion leader

Firenze – Che bella Italia, ieri sera contro la Spagna! E siccome noi abbiamo il pensiero fisso alla Fiorentina, ecco qui alcune riflessioni comparative che possano servire a rispondere ai tanti quesiti che il momento no della Viola suscita. Ieri sera, in emergenza più che per credo tattico, visto che è la prima volta che lo fa, Conte ha adottato per la Nazionale il 3-4-2-1 di Sousa, pari pari. Tre difensori molto attenti e vicini, due centrocampisti di un certo peso atletico dediti più al recupero palla (tutt’e due ammoniti) che non alla costruzione, due esterni di ruolo “tornanti”, due giocatori offensivi con attitudini a occupare le fasce dietro un centravanti di peso.

Di fatto, un 4-3-3 che richiedeva ai due esterni offensivi, Eder e Candreva prima, Insigne e Berna dopo, di attaccare gli spazi nella trequarti per la finalizzazione veloce del gioco. Questo il modulo. E questa l’interpretazione: centrocampo e difesa a tenere palla il più possibile, a farla girare accorciando la squadra senza alzarla troppo, mentre il movimento delle punte e degli esterni doveva consentire giocate in velocità a creare superiorità numerica.

Nel secondo tempo tutto è riuscito al meglio, soprattutto per la vivacità e la tecnica di Insigne e Berna subentrati a uno spento Eder e a uno stanco Candreva. E ora i confronti, che vorrei fare partendo dalla squadra del secondo tempo con Berna in campo. Intanto Berna ha giocato dove in genere nella Viola gioca Ilicic, e non ala destra tornante; posizione che invece Conte ha fatto occupare da Florenzi. E poi l’altro “trequartista”, o Eder o Insigne, non somigliava affatto a Borja Valero, ed era una vera seconda punta.

I due “mediani”, infine, somigliavano molto alla coppia Vecino-Badelj, sia per struttura fisica che per caratteristiche di gioco; ma certo non somigliavano alla coppia Borja-Tino Costa o a qualsiasi altra coppia che preveda Borja o Mati in quella posizione, per ovvie ragioni: i due centrocampisti si sobbarcano un lavoro esagerato, meno dinamici degli altri per non perdere la posizione, ma costretti spesso a rincorrere nelle ripartenze avversarie perché si trovano regolarmente i compagni di reparto davanti alla linea della palla, in ritardo per un raddoppio e una copertura  immediati.

E richiedere un lavoro del genere a giocatori come Borja, Tino Costa e Mati, come fa spesso Sousa, è davvero un insulto al buon senso (nonché alle leggi della fisica!). Fa riflettere anche la posizione che tiene in genere Borja nello schema di Sousa, a pressare i difensori e il portiere avversari, a costruire da mezzala d’attacco, quasi seconda punta, e a fare anche il pendolare infaticabile con il centrocampo; con esiti certo assai meno produttivi di un giocatore che abbia più attitudini offensive come Insigne.

Insomma, ieri sera abbiamo avuto la riprova di che cosa sia il gioco cui il profeta Sousa vuole costringere i suoi giocatori dall’inizio dell’anno: una variante un po’ più prudente del 4-2-3-1 che di questo mantiene il “quadrato” di centrocampo (due centrocampisti bassi e due alti), un gioco a campo aperto che richiede molta velocità e molto dispendio di energie, proprio perché c’è una costante inferiorità numerica in mezzo cui devono supplire i rientri e gli accorciamenti degli attaccanti, chiamati a stare sempre alti.

È quel gioco che vediamo giocare dalle “grandi” inglesi (il giovane Tottenham ne è il migliore interprete) e che oggi nel mondo non gioca più nessuno (il solo Bayer Leverkusen di Schmidt, tra le squadre di un certo livello, pratica un 4-2-3-1 che ha dato ottimi risultati a inizio anno, mentre ora ha paga il dispendio e la poca duttilità anche con l’eliminazione dall’Europa League). Le ragioni per cui non lo si gioca sono assolutamente trasparenti: è un gioco faticoso e rischioso, assolutamente inadatto alle tre partite settimanali, ed è un gioco facilmente contrabile, soprattutto da squadre che sappiano rallentare il gioco e fare densità a centrocampo.

Il Napoli, con il centrocampo a due di Benitez, ha buttato via due campionati. È arrivato Sarri, ha “rispolverato” Jorginho al posto di Mertens e ha riequilibrato la squadra (oltre a far arrivare la “riserva” Jorginho in Nazionale!). E allora, mi direte, perché Conte ha adottato quello schema contro una squadra forte come la Spagna? La risposta è semplice: ieri non aveva nessun centrale titolare di centrocampo, né Verratti, né De Rossi, né  tantomeno Pirlo.

Non ha voluto rischiare Montolivo o l’esordiente Jorginho in quel ruolo, ha considerato che il centrocampo della Spagna era abbastanza improvvisato e con un centrale non insuperabile (San Josè) e che soprattutto non era da affrontare alla pari, e ha rischiato. Ma ha rischiato con tutti i giocatori che interpretavano il loro ruolo naturale, non con i giocatori fuori ruolo cui ci ha abituati Sousa.

Se Conte avesse dovuto schierare con questo modulo la Fiorentina, avrebbe messo Kuba al destra (a fare il Florenzi) e avrebbe messo Berna e Ilicic dietro Kalinic (esattamente come faceva Montella alla fine dello scorso campionato) e senz’altro Borja e Tello sarebbero restati in panchina. Scandalo? Neintaffatto. Perché se vuoi giocare con Borja e Tello, allora inventi un altro schema, adatto alle loro qualità.

Io insisto nel dire che i giocatori della Fiorentina, proprio per le loro caratteristiche, esigono un gioco diverso, più “spagnolo” che non “inglese”, con più possesso palla e più ragionamento, con la squadra più corta e più alta, a sfruttare le doti tecniche dei singoli. Quando abbiamo visto contro il Napoli, Vecino, Badelj (finalmente centrale in mezzo a due mediani), Borja e Mati a centrocampo, ci siamo sentiti riavere. Si è rivista la Fiorentina bella e vincente di Montella.

Il quale ieri si è sfogato sulla Gazzetta, dicendo cose sacrosante: “Chi ha detto che per avere più intensità occorra correre di più e più veloce?…Noi monitoriamo i dati di tutte le partite, e in questi anni ho notato che per giocare bene devi correre meno dell’avversario”. Non sarà questa la ragione per cui la Fiorentina di Montella finiva i campionati alla grande, in freschezza e energia, nonostante (l’anno scorso, per esempio) fosse la squadra che giocava più partite di tutte le altre tra campionato e coppe? E non sarà questa una spiegazione del perché la squadra di Sousa, a metà campionato e (ahimè!) senza impegni infrasettimanali, è già stracotta?

E infine un’ultima considerazione. Conte ieri ha giocato con quello schema perché lo ha ritenuto adatto alla circostanza. Ma lui, come Allegri, Spalletti e come tanti tecnici anche meno importanti, di schemi ne sa giocare a piacere e alla grande tre o quattro. In più, sa essere stratega, oltreché tattico. Per dirne una: non si sarebbe mai sognato di giocare contro il Tottenham alla pari, adottando il suo stesso gioco, ma ne avrebbe escogitato uno che rendesse quello avversario meno fluido e più complicato. E Sousa? È lì, a fare sempre lo stesso gioco, a inseguire il suo sogno, e a sperperare un patrimonio umano di giocatori che non riescono ad assecondarlo. Con noi spettatori impotenti!

 

 

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