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Livorno, suora apre squadra degli “sfigati” Calcio, Società

Tra la Nazionale Romena di calcio femminile e Dio, dopo 10 anni in serie A, la giovane centravanti del Selena Bacau, a 21anni lasciò un futuro scintillante e prese i voti diventando suor Emilia Jitaru dell'istituto delle Maestre Pie Venerini. Oggi ha 42 anni e opera a Livorno dove, oltre a dare una mano all'asilo gestito dall'istituto, da alcune settimane ha rispolverato la passione per i campi da gioco e le scarpe coi tacchetti, aprendo, con il nulla osta del vescovo, una mini scuola calcio per i ragazzini che nelle altre squadre non vengono fatti giocare. “A 21 anni ho sentito che lo sport mi stava dando solo gioie momentanee e che avevo un vuoto dentro. Poi ho scoperto che ero stata convocata da Dio per una missione”. Nata nello stesso Paese della ginnasta Nadia Comaneci, come lei già da ragazzina ha toccato i vertici dello sport: “non esistevano categorie separate: se eri bravo, ti prendevano e ti facevano giocare”. Mancina come il Maradona dei Carpazi Gheorghe Hagi, suor Emilia ha all'attivo ben 25 gol. Una volta segnò da 32 metri: “Non mi accorsi che la palla era entrata. Quando tutte le compagne gridarono capii che si era infilata nel sette”. Poi la chiamata, non dal ct della Nazionale, ma per qualcosa di religiosamente più profondo. La piccola scuola di calcio che ha fondato a Livorno, la “Tre Arcangeli”, come l'unità pastorale in cui si trova, “è un modo per far incontrare il Signore”,  spiega. Livorno non è nuova a religiosi da “prima pagina”, oltre a suor Emilia qui opera padre Nike, don Maurizio De Sanctis, ex ballerino di discoteca. “Quando sono arrivata – racconta suor Emilia – mi sono accorta che in chiesa venivano solo anziani. Allora a un convegno avvicinai il vescovo Simone Giusti e gli dissi: ‘secondo lei possiamo fare una squadra per ragazzi scartati o che non vengono fatti giocare?'”. Alla squadra hanno aderito 14 giocatori dai 7 ai 18 anni, di cui 4 femmine e 10 maschi. “Il calcio trasmette gioia – dice – se un ragazzo è triste perché non lo fanno giocare c'è qualcosa che non funziona. Invece con il gioco si possono trasmettere i valori: il rispetto di se e degli altri, l'amicizia, la gioia di stare insieme e di conoscersi”. I mass media nazionali sono già pronti ad accaparrarsi la giovane suora nei salotti televisivi. Lei intanto ha già raccontato, “in esclusiva”, la sua storia al settimanale dei vescovi toscani, “Toscanaoggi”.

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