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Lobby, da Firenze primo passo verso le regole Politica

Firenze – Nella sacca dei termini di uso corrente di cui occorre scaricare gli aggiornamenti compare senz’altro il termine “lobby”, sinonimo – in Italia – di malaffare, oscuri rigiri di denaro e loschi figuri corrotti. È inevitabilmente questa l’immagine che si frappone tra il senso comune e la realtà per definire gruppi di pressione che, a suon di bonifici, lavorano per la vittoria degli interessi del cliente. Un’immagine da rivedere, ridefinire e infine disciplinare con legge. Se ne è parlato questa mattina a Palazzo Medici Riccardi in occasione del convegno dedicato alla regolamentazione dell’attività di lobbying, alla presenza del viceministro ai trasporti e alle infrastrutture Riccardo Nencini (sponsor politico da tempo di una normativa ad hoc) e a numerosi esponenti dell’oscuro mondo che tanto oscuro non è: “quella del lobbista – si è detto – è una professione necessaria alla società perché la politica non può, da sola, rappresentare tutti i soggetti attivi del paese”.

Un colpetto alla democrazia? No, piuttosto una via di mezzo, da chiarire, appunto, con un aggiornamento dell’idea che si ha della lobbista; non uomo grigio alla Momo quanto un megafono di scelte della singola impresa, del singolo partito, da compiersi “nell’interesse di tutti”: un surrogato della rappresentatività – naturale conseguenza di decenni in cui questa si è vista evidentemente tradita – e inevitabile frutto di un potere postmoderno. “Negli Stati Uniti le lobbies sono la cosa più normale del mondo”: lo conferma la presenza al convegno di Tony Podesta, lobbista americano leader dell’omonimo gruppo legato a doppio filo con le più elefantiache banche a stelle e strisce e mente della campagna elettorale del presidente Obama. “Ormai le parti tradizionali sono scomparse – ha dichiarato – e l’Italia deve approfittare del cambiamento lanciato dal governo Renzi”.

Il problema, insomma, è come viene percepita la lobby al di qua dell’Atlantico. Non che Hollywood abbia contribuito alla creazione di un immaginario accogliente, ma tant’è. “L’America si è impegnata da anni a regolamentare le lobbies, stabilendo regole per lobbisti e clienti, tutto nel nome della trasparenza”. Nel registro apposito compaiono, soltanto nella città di Washington, 18.000 iscritti. L’Europa transalpina fa già comunque la sua parte: in quello di Bruxelles sono circa 15.000 gli addetti del settore. “Un numero esorbitante – ammicca Podesta – ma ormai siamo ovunque”. E, dice nella sostanza, “siamo necessari”: “anche i bambini possono avere bisogno di una lobby per raggiungere i loro obiettivi”. Lobby del ciuccio a parte, “l’importante – dichiara Nencini – è partire dalla trasparenza. Se tutto avviene alla luce del sole e nel rispetto delle norme, il problema non si pone. Invece oggi c’è chi fa questo mestiere, in Italia, in assenza di regole precise”.

Il lato della strada su cui batte il sole, dunque, è il solo punto di partenza per una disciplina ad hoc. Eppure di tentativi per regolarizzare le lobbies come necessarie ne sono stati fatti a bizzeffe: dal 1954 ad oggi sono stati ben 47 i disegni di legge in merito, tutti rigorosamente insabbiati. Perché? Nencini pare sicuro: “l’Italia si è mossa dentro una cappa di ipocrisia dovuta alla prevalenza di due grandi culture che hanno dominato il paese nel periodo post bellico. Per entrambe, parlare di profitto e di impresa appariva quasi contro natura, e discutere grandi questioni attinenti i rapporti imprese-istituzioni era considerato disdicevole. Ma le lobbies in Italia ci sono eccome, hanno nome e cognome, sono conosciutissime, ti chiedono appuntamento per telefono, ti fermano per la strada, ti invitano a colazione, ti offrono regalie varie”.

Cosa fare, allora, adesso che le due grandi culture sono scadute e i lobbisti seducono con il loro canto di sirene ad ogni cantone? “Prima di tutto istituire un registro anche da noi e poi normare in nome di trasparenza e pari opportunità tra imprenditore e lobby perché, parliamoci chiaro: se ho un governo amico e questo viene sconfitto alle elezioni, chi arriva al suo posto diventa il mio nuovo governo amico, e questo significa disparità di trattamento”. C’è poi da fare i conti con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. “Non che la legge giustificasse l’assenza di una norma – sottolinea il viceministro socialista – ma oggi una normativa diventa ancor più necessaria perché l’assenza di un finanziamento pubblico rende esclusive le relazioni tra partiti e i singoli e tra partiti e imprese”. La normativa, insomma, s’ha da fare, con buona pace della cultura del sospetto e tappeti rossi a quella del controllo.

foto: www.europinione.it

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