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La logica delle partecipate: una realtà “separata”? Opinion leader

Firenze – Identità (perduta) della sinistra e collasso (forse) di un mondo. Stamp a colloquio con il politologo Massimo Carrai, autore di un libro che ha sollevato attenzione e discussioni all’interno della stessa sinistra, il recente saggio ““Comunisti in un borgo toscano. Mercatale Val di Pesa”. La tesi sostenuta dal politologo fiorentino è che il “collasso” dell’identità di sinistra è conseguente alla fine un mondo intero, in cui si è “distrattamente” messo in secondo piano la partecipazione dei militanti rispetto a ciò che l’autore chiama il “conformismo politico“. Tradotto: rispetto al consenso in termini di voti. Consenso che, dopo aver retto per decenni, anche in Toscana comincia a rivelare crepe preoccupanti per la sinistra e in particolare per il Pd, come dimostra l’ultimo smacco di Livorno. Ma al di là di tutto ciò, di cui si è ampiamente dibattuto su queste stesse pagine, Stamp ha di nuovo incontrato Massimo Carrai per tornare su un tema sfiorato nella precedente conversazione: quello dell’organizzazione amministrativa (gestione politica?) del territorio e del suo mutamento.

Dottor Carrai, come le è venuta l’idea di andare a cercare le ragioni del “collasso” dell’identità della sinistra (anche) nel sistema di organizzazione amministrativa del territorio?
“Fu una domanda che sorse di conseguenza alla conclusione della prima fase della ricerca, quella in cui si giungeva al risultato di un collasso conseguente alla mutazione e alla scomparsa di un mondo cui quella stessa identità era aggrappata. Ma non bastava. Infatti, quel mondo era fatalmente, come tutti i fenomeni storici, destinato a mutare. Ma la mutazione nel caso ad esempio delle regioni rosse (Toscana in primis e Emilia Romagna) aveva caratteristiche peculiari che spingevano a cercarne le ragioni sul territorio, o almeno sul sistema di governance locale. Del resto, una fattispecie simile su cui indagammo fu quella del Veneto, dove il “collasso” riguardò la storica presenza della Dc. In quel caso, non ci fu alcuna continuità: ci fu invece una rottura e la sostituzione di un soggetto (la Dc) con un altro , la Lega. Ecco tutto. Ma in Toscana le cose non sono andate così. Ed è questo che mi indusse a condurre una riflessione diversa”.

Ciò che la indusse a continuare la ricerca fu quindi la consapevolezza di una continuità?
“Non solo. Infatti, nonostante i voti non venissero meno per la sinistra, tant’è vero che, a differenza del Veneto, la scomparsa del Pci lasciò in campo il Pds e poi il Pd, senza dimenticare Rifondazione Comunista che raccolse buona parte della sinistra più “radicale” e meno convinta dello scioglimento, il malcontento fra la base cresceva, non solo fra i semplici militanti ma anche fra i vertici delle amministrazioni toscane. Il jolly che mi permise di fare un passo avanti fu una serie di interviste che condussi proprio fra esponenti apicali dell’amministrazione “rossa” toscana e semplici militanti, che segnalarono due grossi elementi di disagio: da un lato, la sensazione che “contano solo i sindaci”, dall’altro, la domanda inevasa: “perché tutta questa privatizzazione di servizi”? …. Che rimandava direttamente ai due “nuovi” mezzi di governance, vale a dire la legge dell’elezione diretta del sindaco, e alla logica delle partecipate”.

Una tenaglia, insomma, che mette in crisi, secondo le sue ricerche, la stessa identità della sinistra. Ma se per quanto riguarda il primo punto sembrerebbe più trasparente la motivazione (il sindaco eletto direttamente dal “popolo” assume poteri di imperio impensabili per la stessa figura di “seconda nomina”, nel senso che può nominare praticamente a proprio piacere lo staff che lo circonda senza curarsi di mediazioni e compromessi dei partiti cui è legato) in che senso le partecipate contribuiscono al “collasso”?
“Partiamo dall’importanza e dall’incidenza che questi mezzi di gestione del pubblico hanno sulla nostra vita quotidiana. Alle partecipate paghiamo le bollette per i servizi tradizionali, acqua, gas, energia; ad esse ricorriamo per inscrivere i nostri figli all’asilo, per il trasporto scolastico e l’assistenza domiciliare. le partecipate gestiscono mense scolastiche e aziendali, ma anche teatri, impianti sportivi e verde pubblico, cimiteri. Insomma, parafrasando una formula inventata per i tradizionali partiti di massa, ci accompagnano dalla culla alla bara. A fronte della loro importanza, nessuno sembra sapere quante siano con esattezza. I dati pubblicati nel 2011 nell’ultimo dossier redatto dal Dipartimento della Funzione Pubblica, indica in 33.065 le partecipazioni in capo ai Comuni italiani, e in 5.581 il numero delle società esistenti, per un totale di 250mila posti di lavoro. Sempre secondo quanto diffuso dal Ministero, la diffusione sul territorio nazionale ne rivela la concentrazione nelle regioni del Centro Nord: prima la Lombardia con 923, poi Veneto con con 438, Piemonte con 576, e nelle due regioni “rosse”: 488 in Emilia Romagna e 532 in Toscana”.

Una rete che abbraccia il territorio. In che misura e come questa rete diventa una nuova modalità di governance che tende a inceppare e poi a mutare il “sistema sinistra”, secondo le sue ricerche?
“In primo luogo, questo labirinto di sigle, modelli societari, regolamenti e competenze tecniche cela un crocevia necessario di relazioni politiche, istituzionali e sindacali, di connessioni tra pubblico e privato che rende le partecipate, di fatto, se non di diritto, dei veri e propri centri di decisione politica. A fronte, il dato che emerge all’analisi è che gran parte del materiale disponibile è spesso frammentato e discordante, e quindi non in grado di fornire in modo trasparente e semplice una mappatura del fenomeno nella sua complessità. Tutto questo si può riassumere in un concetto: la difficoltà di lettura del fenomeno”.

In altre parole, la non trasparenza. Cosa comporta?
“Torniamo un passo indietro. Il funzionamento delle partecipate è senza dubbio l’oggetto più “scottante” anche se spesso sotto il pelo dell’acqua, del dibattito politico odierno. L’opacità della materia è cosa ormai nota ai cittadini. Eppure, sono proprio i cittadini in quanto elettori ad avere contribuito, col loro voto, dalla metà degli anni 90 (il momento del decollo) sia pure in maniera indiretta, alla scelta di una prima quota, consistente, del ceto politico direttivo delle partecipate stesse. Perché e in che modo? I dati lo rivelano: la quantità di ex-sindaci, assessori e e consiglieri comunali e provinciali che siedono nei consigli di amministrazione delle società da me analizzate (in particolare Consiag e Publiservizi) è altissima; e siedono in quei CdA, proprio grazie alle cariche elettive ricoperte a suo tempo. La conseguenza? Si può ipotizzare, ed è punto degno di approfondimento, che l’avvento delle partecipate segni sia una modifica, che la messa in crisi dei tratti portanti del modello tradizionale della rappresentanza politica locale, in particolare in zone della Toscana da antico insediamento culturale “rosso””.

Si possono fare riferimenti specifici?
“Diciamo così: alla ricerca è risultato che tanto più alto, dal 1995 a oggi, risulta il numero dei comuni di un determinato territorio in possesso di partecipazioni, tanto più significativa risulta la quota di esponenti del ceto politico locale che dai banchi dei consigli comunali e/o provinciali sono stati cooptati nei consigli di amministrazione delle partecipate. La ricerca, sebbene non facile per la complessità della massa dei dati di cui si è già detto, è tutto sommato alla portata di chiunque. I dati sono stati comunicati, come stabilito per legge, al Ministero e si trovano in rete. Ma al di là di nomi e “carriere” particolarmente significative, la vera domanda è: è possibile che una vera e propria modifica nella scelta dei “decisori” politici sia stata messa in atto nel concreto attraverso lo strumento partecipate? Ciò significherebbe che da un lato i cittadini subiscono decisioni concrete sulla loro vita quotidiana assunte da un personale politico che non arriva da elezioni ma, diciamo così, “da nomina di secondo livello”, da “rappresentanza indiretta”; dall’altro, questi “gestori” sono sganciati da un rapporto chiaro con gli elettori, ma mantengono viceversa legami forti con chi li nomina. Il tutto in un’ambientale opacità che fa sì che consiglieri comunali, assessori, ex-sindaci scompaiono alla vista ma si ritrovino attivi e operanti in situazioni di governance slegate dalla vista dei cittadini. Si è di fatto creata una nuova modalità di governo, ci troviamo di fronte a un sistema di relazioni politiche diverso e meno controllabile? E’ questo il punto politologico della ricerca”.

Alcune conclusioni tuttavia ci paiono abbastanza evidenti. Ad esempio, la capacità “escludente” del sistema da lei descritto, che fa a pezzi, per sua stessa natura, il concetto fondante fino a pochi anni fa per l’identità della sinistra di “partecipazione”. O il ricorso alla modalità elettiva per legittimare i rappresentanti politici che devono poi “governare”, sacrificata in confronto alle nomine di “secondo livello”. Non potrebbe essere una “prova generale” per un sistema di governo profondamente diverso da ciò che ci ha preceduto, basato da un lato sull’investitura popolare del leader (l’elezione diretta del sindaco, del premier, le stesse primarie) e dall’altro su una governance che non richiede rappresentanza diretta ma nomina “di secondo livello” affidata a chi detiene il favore popolare? Siamo davanti un nuovo sovrano, unto non da Dio ma dal popolo?
“Questo è un punto che andrebbe approfondito di sicuro: ad oggi, una fetta consistente del ceto politico toscano e di chi si trova nella situazione di poter essere cooptato ha tutto da guadagnare da tale sistema. Mi domando, invece, quanto abbiano da perdere i cittadini in termini di controllo e possibilità effettive di influenzare la politica”.

Photo: http://www.pubblicamente.eu/

 

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