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L’Orestea alla Pergola: dialogo con Ferrone sull’antico e il moderno Spettacoli

Firenze –  Il pubblico torna volentieri a vedere i grandi classici come l’Orestea di  Eschilo. La trilogia che è stata rappresentata al Teatro della Pergola con la regia di Luca De Fusco in qualche modo può essere considerata uno dei messaggi più positivi per il teatro fiorentino e la Fondazione Teatro della Toscana: il pubblico ritrova il grande teatro.   Avere reso fruibile e coinvolgente uno spettacolo classico è una cosa importante che va valorizzata“, conferma Siro Ferrone, docente di Storia del teatro e uno dei massimi esperti di ciò che si muove sulla scena.  Continuiamo con lui una conversazione  che accompagna la programmazione della Pergola per ritrovare i fondamenti dell’arte teatrale.

P. Mi pare che chi ama il teatro debba essere contento del successo dell’allestimento dell’Orestea diretto da Luca De Fusco. Ho sentito commenti entusiastici. E’ come se i meno giovani avessero risentito l’eco di esperienze lontane e i più giovani abbiano potuto finalmente avvicinarsi al teatro classico.

S. Sì, è un risultato da apprezzare perché  dobbiamo ricostruire un pubblico teatrale che in parte si è disamorato, un po’ perché allontanato da  altri mezzi di comunicazione, un po’ perché la avanguardia ne aveva corroso le sostanza comunicativa. Si può dire che corrisponde alla politica del teatro lo scopo di allargare la fruizione degli spettacoli a un pubblico più ampio che in gran parte non è particolarmente preparato per la drammaturgia classica. Sono passati molti anni da quando il teatro italiano era ricco di partecipazione, aveva una vasta platea la quale era tutta impegnata nella ricerca di tutto ciò che era parodia e destrutturazione dei classici dalla tradizione. Adesso che poco è rimasto di quella tradizione, c’è forse il bisogno di riproporre in forme didattiche o semplicemente illustrative,  a un pubblico vergine di esperienze uno spettacolo assai formativo. In questo caso  il pubblico viene messo a conoscenza di un mito con molta linearità e semplicità, in maniera quasi didattica.

P. La ragione di questo successo secondo me sta proprio nel fatto che il regista ha lavorato dalla parte del pubblico, per far capire agli spettatori, semplicemente il meccanismo e della tragedia greca e utilizzando tutti gli strumenti teatrali con questo scopo.

S. Questa della  Pergola è una revisione in una chiave più tradizionale delle messe in scena inventive e basate sulla cosiddetta “riscrittura scenica”. Da parte di De Fusco c’è  come una specie di rifiuto di quei forti interventi registici che erano stati tipici di maestri come Luca Ronconi. Il suo è un modo divulgativo e umile di leggere i testi classici. Ovviamente, ed è inevitabile che, nel momento in cui si passa da un impianto scenico classico a uno adattato ai nostri tempi,   si perdano alcuni aspetti importanti del testo.

P. Intendi dire che l’Orestea rappresentata in un teatro greco era un’altra cosa..

S. Come in tutte le regie contemporanee è inevitabile il tradimento del testo originale, ma si tratta di un tradimento e di una trasmissione necessitata dal nostro attuale modo di vivere e sentire. Per questo molte regie contemporanee propongono un teatro classico che ci faccia sentire  meno la distanza dall’antico. Di questo passaggio lo spettatore contemporaneo è del tutto consapevole: non va a vedere uno spettacolo antico, ma una elaborazione contemporanea dell’antico.  Si rendono perciò necessari adattamenti tecnici oppure arricchimenti di carattere espressivo: si veda in questo caso il ricorso a un tipo di musica diegetica assai moderna.

P. Una delle definizioni che il regista ha dato della sua interpretazione è quella dell’arte totale, cioè dell’uso di molte forme artistiche (musica, danza, tecnologie).

S. Il teatro antico era un teatro “multimediale” più di quanto noi siamo abituati a pensare: un teatro in cui rivestivano funzioni importanti la danza, la musica, il movimento coreutico. Era ben diverso da quel teatro in bianco e nero, ieratico,  quasi esclusivamente basato sulla parola, che noi abbiamo visto tante volte nel Novecento.  Era piuttosto un teatro totale che per alcuni aspetti direi – se la parola non suonasse sacrilega – molto assomigliava al musical. La parte cantata era molto rilevante così come lo erano gli effetti cosiddetti “speciali”. In questo senso una certa volgarizzazione operata dagli allestimenti contemporanei direi che non è affatto ingiustificata. Del resto l’impianto scenico del teatro all’italiana non consente quelle soluzioni che erano fondamentali nel teatro classico greco. Anche l’apporto delle luci e degli effetti moderni  modifica certi passaggi del teatro classico che era essenzialmente basato sulla parola: questa era scandita  in maniera perentoria anche grazie quegli autentici amplificatori delle voci che erano le maschere.

P. Dunque non abbiamo veramente assistito a uno spettacolo classico

S. Uno spettacolo che è per noi “più potabile”. Cerca di rendere leggibile ai nostri contemporanei  componenti drammatiche miti, strutture e personaggio lontani dal nostro orizzonte. E’ un’ opera di mediazione:  del linguaggio e dei contenuti. Siamo di fronte a un testo non più riproposto “tel quel il était” ma davanti a un testo che vuole essere “fruibile” da parte di uno spettatore contemporaneo privo delle conoscenze storiche e culturali relative alla tradizione greca classica. Mi pare di individuare in questo tipo di impostazione il segno di una regia e di una recitazione tese al raggiungimento di un massimo grado di ricezione.

P. in questo si differenzia notevolmente dagli allestimenti di Ronconi

S. Ronconi aveva segmentato il linguaggio teatrale sottraendolo alle inflessioni borghesi, alla recitazione naturalistica o basata sulla verosimiglianza. Puntava sull’astrazione con lunghe pause oppure lunghe scansioni delle sillabe. Era una recitazione che distruggeva ogni verosimiglianza. In questo allestimento la recitazione tende invece verso il verosimile.  E questo stride con l’impianto drammaturgico antico e le sue premesse teoriche e morali. Certo che una recitazione secondo la storica natura dei testi greci antichi è difficile da recuperare ma una maggiore attenzione alla scansione linguistica del testo originale potrebbe essere messa in opera con le dovute astrazioni lontane dai timbri borghesi. Ma è vero che per fare questo occorrono lunghe esercitazioni degli attori sotto la guida del regista. Il pubblico percepirebbe tuttavia la bellezza dell’anacronismo così come anacronistica è la stessa “trama” dell’opera. Ma, ripeto, fare questo è difficile e andrebbe contro le ragioni del botteghino.

P. Gli attori tuttavia hanno comunque cercato di valorizzare il testo con una recitazione attenta.

S. Parlerei comunque di un equilibrio raggiunto.  Cosa che non avviene quando nelle compagnie figura un attore troppo importante.  Questo spettacolo non è uno spettacolo emozionante che possa scuotere lo spettatore. Resta però dotato di una buona e di una significativa forza didattica. Qui il regista si sa nascondere, non invade la scena con presuntuoso protagonismo, lasciando il giusto spazio agli attori, e in particolare a Mariano Rigillo, interprete di grande qualità che finalmente trova qui un’occasione importante per tornare ai livelli significativi che gli competono. 

Foto: nonciclopedia.wikia.com

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