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L’origine della pandemia: gli inquietanti silenzi della Cina Politica

Parigi – Sono sempre più insistenti le voci nel mondo a chiedere alla Cina di  giocare a carta della trasparenza e chiarire come si è arrivati alla pandemia del coronavirus. La richiesta di conoscere con precisione le circostanze dell’emergenza del virus a Wuhan alla fine dell’anno scorso è finora rimasta lettera morta, con Pechino fermamente determinata a non aprire le porte a inchieste internazionali, come quella avanzata dall’Australia che è stata  respinta senza mezzi termini.

Al governo di Canberra che chiedeva un’inchiesta sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale della sanità, il governo cinese ha risposto con una velata minaccia di ritorsione nel caso volesse insistere con questa idea.

Il silenzio cinese alimenta così miriadi di ipotesi, che vanno dalla creazione del virus in laboratorio a quella  di un’origine accidentale dovuta alla rottura di una provetta contenente il Covid 19 che avrebbe contagiato un ricercatore.  Una teoria che ha vari sostenitori, soprattutto dopo che un quotidiano cinese, il Global Times aveva evocato la possibilità di incidenti nel corso di esperimenti nel laboratorio di Wuhan,  un istituto di virologia su cui si stanno del resto addensando i sospetti.

Anche il Washington Post non aveva escluso l’ipotesi di una potenziale fuga accidentale del virus che avrebbe fatto del ricercatore contaminato il “paziente zero”. Quella della creazione del virus, nel quadro di strategie di malevoli attacchi al pianeta sembrerebbe invece del tutto scartata perché quella secondo cui il virus sarebbe nato dalla fusione tra un coronavirus del pipistrello con quello del pangolino continua ad essere accreditata dalla maggior parte degli scienziati.

Ciò che la Cina non ha ancora spiegato è quando e come il pipistrello avrebbe infettato il pangolino e in che modo quest’ultimo avrebbe trasmesso il virus all’uomo, cioè l’ultimo anello della trasmissione del contagio all’uomo. Un punto fondamentale che aiuterebbe a capire meglio il Covid 19 e quindi ha combatterlo con più efficacia.

Al centro del mistero vi è probabilmente il laboratorio  P4 di Wuhan, un laboratorio ad altissima sicurezza biologica nato da una joint-venture franco cinese  per studiare virus patogeni. Questo istituto di virologia, un immenso bunker che si trova a pochi passi dal wet market della città è entrato in funzione del 2018,  suscitando ancor prima della sua creazione molti dubbi e perplessità, a cominciare negli esperti francesi di guerra batteriologica che temono la sua trasformazione in un arsenale biologico.

La Francia, che ha consegnato alla Cina una tecnologia al massimo livello, viene poi via via estromessa dal progetto tanto è vero che i 50 ricercatori francesi previsti nel centro non vi hanno mai messo piede.   Secondo il Washington Post già nel 2018 l’ambasciata americana a Pechino aveva allertato il governo sulla carenza di misure di sicurezza all’interno di un istituto che maneggiava coronavirus provenienti dai pipistrelli.

I più accaniti accusatori del P4 sono gli americani, ma a chiedere che si faccia luce sono ora anche altri paesi, tra cui la Francia. Lo stesso presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che “chiaramente sono successe delle cose che non sappiamo” , unendosi così al coro di chi punta il dito contro Pechino per i suoi silenzi.

Silenzi che riguardano anche il ritardo di varie settimane con cui le autorità cinesi hanno dato l’allarme sul coronavirus e dissimulando fino all’ultimo che si trattasse di un virus trasmissibile all’uomo. Allarme che, stando alle ultime notizie, sarebbe pervenuto all’OMS da Taiwan e non dalla Cina. Sul banco degli accusati accanto alla Cina si trova ora anche l’organizzazione internazionale per quelli che Le Monde definisce i “legami pericolosi con la Cina” che avrebbero influenzato la gestione della crisi.

 

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