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Lucia Poli in “Il fantasma di Canterville” Spettacoli

«Uno spettacolo semplice e ricco di fantasia», con queste parole Lucia Poli presenta in conferenza stampa il suo nuovo lavoro Il fantasma di Canterville secondo la signora Umney scritto per lei dieci anni fa da Ugo Chiti e tratto dall’omonimo racconto di Oscar Wilde, in scena per le prossime due settimane (dal 21 febbraio al 3 marzo) al Teatro di Rifredi di Firenze (produzione Pupi e Fresedde). Nell’opera originale la governante, la signora Umney, compariva solo all’inizio per presentare i personaggi e la storia, poi sveniva e da quel momento non si vedeva più. Nella scrittura teatrale di Chiti, invece, questa donna diventa la protagonista. Assume il compito di narrare le vicende del castello di Canterville dove viene ad abitare la famiglia americana Otis, ma viene investita anche del ruolo di “testimone” della presenza del fantasma che vive ormai da secoli tra quelle mura. L’entusiasmo con cui Lucia Poli, che cura anche la regia dello spettacolo, descrive il suo personaggio lo rende "colorato" agli occhi della platea intervenuta: «Il fantasma parla tramite la sua voce, lei ne viene investita» – spiega – ne è terrorizzata ma in fondo «ne è anche innamorata, attratta da questa presenza misteriosa e crudele». Non bisogna dimenticare, infatti, che il fantasma è condannato a vagare nella sua dimora perché ha assassinato la moglie nel Cinquecento. L’elemento in più nella rielaborazione di Chiti è – aggiunge la Poli – l’aspetto emotivo: il fantasma non è solo spietato, è un essere sofferente, non vive bene questa sua condizione e la governante finisce per provare anche compassione per lui.

Ma il tema principale dello spettacolo, ce lo rivela Wilde immediatamente all’inizio, è la lotta tra pragmatismo e fantasia. La signora Umney sviene proprio di fronte a un atto di grande praticità da parte di uno dei componenti della nuova famiglia proprietaria. Segno della presenza e della storia del fantasma è una certa macchia di sangue “indelebile”. Si può immaginare lo stupore e lo choc di questa donna quando la «testimonianza storica di una tragedia» viene completamente cancellata in un istante con uno smacchiatore. Insomma alla razionalità di questa famiglia americana, moderna, tesa all’azione concreta, al fare, si oppongono il fantasma e la signora Umney, depositari di una tradizione leggendaria, appartenenti al “vecchio mondo inglese”. La signora si lascia andare all’immaginazione (tanto amata da Wilde) fino all’inverosimile: «Lei crede al fantasma e lo fa esistere», anzi a un certo punto «ne viene posseduta e duetta con se stessa. Guai a rinunciare all’immaginazione – esclama Lucia Poli – il sogno è il sale della vita, vale la pena di essere vissuto perché da luce al mondo». E aggiunge: «Il paradosso è la verità posta su una corda tesa, come in posizione da acrobata», in quel modo si mette in mostra, altrimenti nessuno la vedrebbe.

Lo spettacolo ha momenti di comica follia, ponendosi in equilibrio tra humour e horror, le gag nascono dai contrasti, dalla dialettica tra quotidianità e romanticismo. «Perché è di questo che si parla. Wilde lancia una critica ai costumi, al perbenismo del periodo in cui vive, a quella distinzione netta tra bene e male. Invece il romanticismo è pieno di sfumature». Con Lucia Poli in scena, per dare colore, fantasia e “animazione” alla rappresentazione, i due attori “tuttofare” Simone Faucci e Lorenzo Venturini, che non solo interpretano alcuni membri della famiglia Otis, ma danno origine ad «apparizioni bizzarre». Lo spettacolo, con le musiche di Andrea Farri (pianista e compositore di numerose colonne sonore), «offre un divertimento non convenzionale, una riflessione gustosa e ironica sulle diversità culturali».

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