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Luciana Somigli: un libro sull’improvviso silenzio del compagno di vita Cultura

Firenze – “È nera e pesante come un mantello che soffoca ogni slancio. Dolorosa e atroce come un morso che serra la gola… È un muro di silenzio sul quale rimbalzano le mie parole prive di risposta”.

Le vicende possono ricalcare accadimenti simili. La nostra quotidianità si ciba di eventi e fra questi si annoverano anche le perdite. Che non sono tutte uguali. Ognuna ha un peso e un valore.

Tutto ciò che si perde diventa prezioso”. Scrive Luciana Somigli, poetessa e scrittrice fiorentina (“Una ragazza di San Frediano” ama definirsi), nel suo ultimo libro Vedova con marito a carico”, ed. Thedotcompany, 2020.

Che succede se l’universo affettivo di due persone cambia totalmente dopo un tragico intervento del destino? Quando un corpo vivo improvvisamente non risponde più. Resta vivo ma è senza parole e senza movimenti autonomi?

Luciana Somigli ha dato voce al silenzio che stordisce e paralizza. Ha scritto la sua storia con Paolo e della tragedia che li unisce. Paolo, dopo l’occlusione della carotide ha perso gran parte del suo corpo. Non parla ma ha occhi che raccontano.

Luciana come ha avuto l’idea di scrivere un libro sulla sua vicenda?

Da sempre cerco di esprimere quello che sento soprattutto scrivendo poesie. All’inizio di questa situazione non avevo molte parole. La prima poesia che ho scritto è quella che si trova nel terzo capitolo “Un metro di spazio infinito” dei pezzi del mosaico scomposto. Qualcuno ha fatto a pezzi la mia vita… Pian piano ho cominciato a dar voce a quello che provavo. E poi mi venne in mente che avrei potuto provare a raccontare quello che stava succedendo, perché nella mia esperienza di vita ho avuto sempre la sensazione che la scrittura e le parole siano importanti per me. Non pensavo di scrivere un libro. Pensavo di scrivere qualcosa che potesse dare un senso alle giornate e capire quello che stava accadendo. Addirittura ho pensato di scrivere una cosa per i nipotini. Infatti il libro è dedicato a loro. Perché potessero ritrovare qualcosa del nonno diverso rispetto al nonno che vivono adesso. Una persona con moltissimi limiti. I nipotini sono piccoli, una è nata addirittura dopo che era successo dell’ischemia, quindi vedono il nonno in una situazione particolare. Volevo che attraverso dei racconti e dei ricordi ricostruissero una persona un po’ diversa. Pian piano la cosa ha preso campo ed è diventato il libro”.

La scrittura era già una parte dei suoi interessi…

Ho sempre scritto. Ho iniziato a pubblicare da quando sono in pensione. Ho pubblicato dei libri di poesie e un romanzo biografico “La piazza madre”, è piazza Cestello, nel cuore di San Frediano nell’Oltrarno, nel quale ho raccontato la storia della mia famiglia e della San Frediano degli anni ’50 – ’60. Poi ho scritto un altro libro di memorie, insomma non è il primo libro. Questo è stato un po’ più laborioso, nel senso che non era chiaro il tipo di struttura che volevo dargli. Non volevo fare un diario dell’orrore. A un certo punto sono arrivate le riflessioni e le ho intrecciate con le poesie”.

Scrivere l’ha aiutata nel rapportarsi al suo marito di adesso?

Mi ha aiutato a darle un senso a questa situazione. Scrivere vuol dire prendere le distanze. La scrittura per me non è mai sfogo, deve essere sempre un po’ filtrata. Altrimenti è un diario ma non è scrittura. Quindi la ricerca delle parole per definire e per spiegare questa situazione è stata di aiuto a dargli un senso. Ed effettivamente questo che è servito molto”.

Ci sarebbero altre parole e altre emozioni da aggiungere a questo libro?

Ne ho aggiunte abbastanza fino alla fine. Anche quando il libro mi sembrava concluso. E l’ultimo capitolo che ho aggiunto è quello della speranza. Perché avevo voglia di parlare anche di questa sensazione e di questo sentimento particolare al quale si dà una valutazione riduttiva. La speranza è “speriamo che tutto vada bene” ma non è questo. E poi ho cercato di alternare poesie e prose perché la vita ci parla sia in prosa che in poesia. Sono due facce della stessa medaglia. È anche per fare un discorso di linguaggio”.

Lei nasce come poetessa…

Si ho pubblicato diversi libri di poesia. Anche cercando di associare la poesia ad altro. Per esempio con un’amica pittrice abbiamo fatto un libro di quadri e poesie a confronto”.

Cosa potrebbe dire alle persone che si ritrovano improvvisamente catapultate in una realtà come quella che le è capitata?

Credo che il consiglio sia: aspettare a giudicare e andare avanti. All’inizio andare avanti anche con tutte le cose pratiche da fare che sono tante e stravolgono la vita, ma che viste con il senno di poi riescono anche a riempire e dare un senso alle giornate. Altrimenti sarebbero di assoluta disperazione. Quindi credo che da principio ci sia solo da limitarsi a quello che bisogna fare senza farsi domande. E piano piano poi le domande vengono e anche le risposte. Perché la vita è così, ci mette sempre in condizioni che all’inizio possono sembrare insostenibili, impossibili da affrontare. Poi arrivano delle sensazioni nuove, certamente sono più limitate rispetto a quello che si viveva prima. Sono comunque una ricchezza. Sono arrivata a pensare oggi, e tutto questo è difficilissimo, che tutto quello che capita se si accoglie e non ci si oppone ci arricchisca. E purtroppo sono le difficoltà quelle che ci arricchiscono di più. Quando tutto va bene non c’è modo di mettersi a pensare. A scuola i ragazzi, io insegnavo italiano e storia, mi domandavano come mai i poeti fossero tutti pessimisti. E la mia risposta era sempre: quando sei felice vai fuori con la tua ragazza o ti metti a scrivere? Si cresce, purtroppo, con le difficoltà. Spesso la realtà è questa. Se le difficoltà si superano poi ci si trova più consapevoli. Ho provato una consapevolezza di me stessa maggiore. Prima mi adagiavo su questo marito a casa. Avevamo un rapporto molto forte. Ora trovandomi da sola, mi sono dovuta “rimboccare le maniche” e ho scoperto delle potenzialità che non conoscevo. Quindi penso che sia importante accettare quello che capita. Ci vuole del tempo. Da principio si prova anche rabbia. Poi si accetta. E dal tunnel nel quale ci si trovava si comincia a vedere una via di uscita”.

Continui pure…

Poi a me capita una cosa strana. Difficilmente scrivo di cose che poi vanno a finire male o di disperazione. Nelle parole, improvvisamente, arriva il momento della consolazione, del conforto, della via di uscita. Non riesco a scrivere fatti con un finale disastroso. Come se la scrittura mi guidasse verso una prospettiva meno tenebrosa”.

Si può dire che la scrittura cambia la visione della vita?

C’è un’altra cosa, devo riconoscere, che mi ha aiutato. Il senso dell’ironia. Cioè in fondo a tutto c’è il non prendersi completamente sul serio. Non siamo il centro del mondo, ma uno dei tanti. E provare a prendersi un po’ in giro. Anche nelle situazioni più tragiche e disperate. Infatti ogni tanto io ho cercato e provato a fare qualche battuta”.

Il suo è un carattere particolarmente forte…

Sono una ragazza di San Frediano anche se sono nata a Bagno a Ripoli. Sono arrivata in Piazza Cestello a tre anni e sono stata lì finché non mi sono sposata. Sono una ragazza di San Frediano nel senso che ho questa dimensione di non prendermi troppo sul serio. Trovare l’ironia che è una capacità superiore dell’intelligenza. Guardare le cose dall’alto con distacco. Questo lo devo al cuore di San Frediano dove ho passato la mia giovinezza. Quindi prendersi in giro anche nei momenti di tragedia. È una prospettiva nuova che può alleggerire il peso grave della situazione”.

Un atteggiamento positivo…

E mio marito sicuramente avrebbe fatto altrettanto. Anche lui abitava in via della Chiesa. Quindi questo orgoglio fiorentino di cui io parlo è stato una componente fondamentale del carattere di Paolo. Se lui potesse parlare ora in questa situazione tragica, ogni tanto proverebbe a buttare là una frase sanfredianina per smorzare tutto. Siamo stati formati così. Dal modo di porci, dall’approccio, dalla battuta pronta abbiamo questa fiorentinità come dimensione profonda”.

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