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L’ultimo viaggio di Lucio Magri Opinion leader

Una rivista che voleva essere anche una forma nuova di presenza. “Il Manifesto”, sempre in quel periodo, promosse anche un Convegno sulle lotte operaie all’Istituto Stensen. Erano stagioni “calde”. I fuoriusciti della sinistra comunista (che in realtà dalla casa-madre erano stati “radiati” per frazionismo e per le posizioni troppo avanzate sulla “Primavera di Praga”) erano dati in avvicinamento ai gruppi extraparlamentari ed a “Potere Operaio”. Erano segnati da una progressiva radicalizzazione molti percorsi, collettivi ed individuali. Così anche quello di un brillante ex esponente della sinistra democristiana come Lucio Magri. Iscrittosi, in controtendenza rispetto all’inclinazione di tanti intellettuali dell’epoca, al Pci a fine anni cinquanta. Per aderire, in tale ambito, all’inquieta componente ingraiana del partito.

Fino alla fondazione della rivista e del gruppo de “ Il Manifesto”, con Pintor, Rossanda, Castellina. E con la cattolica, ex democristiana come lui, Lidia Menapace. Magri  avrebbe poi capeggiato il Pdup (Partito di unità proletaria), una piccola formazione confluita infine nuovamente in un Pci ormai, esso stesso, in crisi di identità ed avviato verso il capolinea della sua storia, a metà anni ottanta. Una vicenda tormentata. E ormai consegnata alla storia. Una storia che, in tanti dei suoi rivoli, è da ricostruire. Come fa, per quel che riguarda una delle sue originali propaggini toscane, un bel libro, uscito di recente (presso le Edizioni “Il Punto Rosso”)  e dedicato a “L’Utopia della base”. Una interessantissima, e dimenticata, “microstoria” ricostruita da Stefano Santini, Pietro Peli e Francesco Corsi, della Toscana “rossa” degli anni ’60-’70: quella del Collettivo Operaio di Colle Val d’Elsa. Un collettivo vero (in un tempo in cui la presenza operaia, mitizzata ideologicamente, era spesso tutt’altro che consistente nei movimenti extraparlamentari)  di lavoratori della base operaia delle vetrerie valdelsane. Che dopo un’esperienza autonoma finiranno poi per aderire proprio al Pdup di Lucio Magri. Il Collettivo operaio della Valdelsa era frequentato anche da Don Auro Giubbolini,  “prete di frontiera”, ex compagno di seminario di Don Milani ed amico di un intellettuale e dirigente politico originalissimo come Alex Langer. Che sarebbe poi diventato esponente di punta dell’ambientalismo ed avrebbe svolto con encomiabile impegno il ruolo di parlamentare europeo.

Ora che di Lucio Magri, dopo anni di sostanziale lontananza dalla scena politica, si torna a parlare per la tragica conclusione della sua vicenda umana (con il suicidio assistito in Svizzera) molte sono le associazioni mentali, involontarie e forse improprie, che viene di compiere. Viene da ricordare, con emozione, che anche Langer se n’è andato, tragicamente, di sua scelta. Togliendosi la vita proprio a Firenze. L’ultimo saluto gli fu dato in quella Badia Fiesolana dove, fino a pochi anni prima, padre Balducci aveva predicato la sua utopia planetaria. Sul suicidio di Langer sono state fatte, come non si dovrebbe, molte illazioni. E ne sono state cercate le ragioni di fondo nelle delusioni patite o nei conflitti interiori derivanti dall’ infrangersi di un orizzonte di rinnovamento politico delle relazioni umane. Anche in relazione alla scelta consapevole di intraprendere (letteralmente) l’ultimo viaggio da parte di Lucio Magri si sono spese molte parole. Dicendo della sua incapacità di accettare la fine della “narrazione” comunista della storia e di confrontarsi con il fallimento (com’era intitolato il suo ultimo libro) del “Sarto di Ulm”.
Ma ci sono dimensioni estreme, che riconducono ad una riposta curvatura esistenziale, rispetto alle quali assai più delle esternazioni è appropriato il silenzio.

Suona, in qualche modo, stonato anche il riproporsi degli opposti partiti (pro o anti eutanasia), rianimati dalla scelta dirompente dell’ex esponente del “Manifesto”. Il tema del suicidio, del resto, va distinto da quello della “dolce morte” talora rivendicata in caso di condizioni di grave sofferenza o di malattie incurabili. Esso evoca, piuttosto, l’antico orizzonte “stoico” della più generale libertà di por fine alla propria esistenza quando essa  non è più configurabile come “buona vita”. Un orizzonte che dalla chiesa e dal cristianesimo è sempre stato considerato inaccettabile. Un tempo ai suicidi erano interdette cerimonia religiosa di commiato e sepoltura in terreno consacrato. “Di un suicida non hanno pietà”, cantava De Andrè. E’ stato il clima post-conciliare  a far prevalere l’idea pietosa che anche il suicida dovesse essere, prima di tutto, affidato alla misericordia divina. Ed era ancora il poeta-cantore De Andrè, cui si deve l’abbattimento di molte barriere fra cultura “alta” e cultura “bassa”, a rivolgersi direttamente a Dio, nella bellissima “Preghiera in Gennaio” scritta in memoria di Luigi Tenco, chiedendogli di ascoltare una voce che “ormai canta nel vento”. Sono temi ardui e difficili. L’uomo fatica, soprattutto nel tempo del giovanilismo imperante e dell’efficienza obbligata, a porsi in rapporto con la propria fragilità e finitezza.

Si dice che una volta avessero chiesto ad un teologo progressista, attendendosi una risposta di forte impronta sociale, chi fossero i poveri. “Tutti siamo poveri, perché tutti dobbiamo morire”, fu invece la risposta. Proprio per far prevalere le ragioni della vita e della dignità umana, è tempo che tutti, credenti e non credenti, con tale dimensione torniamo a confrontarci.

Severino Saccardi

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