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Lucrezia Borgia: molto più vittima che dark lady Cultura

Firenze – Quest’anno ricorrono numerosi anniversari di personaggi storici. Fra questi, oltre a Leonardo da Vinci e a Cosimo de’Medici c’è anche Lucrezia Borgia (di cui ricorre il cinquecentesimo anniversario della morte) una delle figure più controverse  del Rinascimento che sebbene rivalutata dalla recente storiografia, nell’immaginario collettivo rappresenta ancora l’immagine della dark lady  per antonomasia. Ma chi è stata realmente Lucrezia Borgia ? E qual è stato il suo ruolo nelle. fosche vicende e negli intrighi di potere della famiglia Borgia?

Ne abbiamo parlato con Valeria Palumbo nota storica delle donne e autrice di numerosi saggi. tra cui. ” La perfidia delle donne “, Le figlie di Lilith e il recente ” Piuttosto m’affogherei “.

Quale la verità storica al di là della leggenda nera ?

La leggenda nera di Lucrezia è falsa. Il suo caso è esemplare di come le macchine del fango possano sopravvivere alla verità storica. Per le donne accade spesso. Lucrezia non fu un’avvelenatrice e un’assassina. Visse in un tempo tremendo e fu figlia (di papa Alessandro VI) e sorella (Cesare, il Valentino) di uomini feroci. Ma, a differenza, di altre donne del suo tempo, non fu padrona del suo destino. Né arbitra, spietata o meno, di quello altrui. Occhi azzurri e capelli biondi, Lucrezia era nata nel 1480 dal cardinale spagnolo Rodrigo Borgia, che sarebbe appunto diventato papa con il nome di Alessandro VI, e da Vannozza Cattanei, una sua amante. Che un papa avesse figli non era una rarità. Che fosse nepotista, ancora di meno. Certo Alessandro VI condensò in sé tutte le forme di corruzioni del papato medievale e rinascimentale.

Ma allora come si è formata la leggenda?

Il primo elemento che è servito a costruire la leggenda nera di Lucrezia è il numero di mariti: Giovanni Sforza, signore di Pesaro; Alfonso d’Aragona, duca di Bisceglie; Alfonso I d’Este, dura di Ferrara. Come accadeva all’epoca a tutte le ragazze di famiglie potenti, Lucrezia non poté mai scegliere. A 11 anni fu promessa dal padre a un nobile spagnolo che poi non gli parve così importante. Il fidanzamento fu rotto. A 13 anni Lucrezia fu data in sposa a Giovanni Sforza, un alleato importante. Così importante che Alessandro volle essere testimone che la prima notte di nozze fosse stata consumata. Come definiremmo oggi una violenza del genere? Poi a un certo punto Giovanni non fu più strategico nel complesso gioco di alleanze dei Borgia. Benché giovanissima, Lucrezia riuscì a far allontanare il marito da Roma, con l’aiuto del fratello Cesare, il Valentino. Ma il padre voleva la fine del matrimonio a tutti i costi (ogni tanto alla Chiesa farebbe bene ripassare la sua storia): chiese l’annullamento del matrimonio per impotenza. Giovanni, come risposta, accusò Lucrezia di incesto con il padre e il fratello e propose di avere un rapporto sessuale con lei in pubblico per dimostrare che non era impotente.

Un’altra violenza…

Questa violenza come la chiameremo? E che diremo di Alessandro che annulla lo stesso il matrimonio, dichiarandolo non consumato (pur avendo assistito alla prima notte)? Lucrezia era incinta, pare non di Giovanni. Comunque fu presto data in moglie ad Alfonso d’Aragona che aveva 17 anni. Lei ne aveva 18. Non scelse il suo nuovo compagno, ma l’amò. Era giovane e bello. Ma ad Alessandro parve presto inutile e così decise di farlo fuori. Lucrezia lo scongiurò di salvarlo. Ma la notte del 15 luglio 1500 fu aggredito da finti pellegrini diretti a San Pietro. A soccorrerlo furono Lucrezia e al sorella Sancha. Un mese dopo un altro sicario lo uccise, forse su ordine di Cesare. E Lucrezia, prezioso strumento della politica del padre, fu fatta sposare per procura ad Alfonso d’Este, il 30 dicembre del 1501. Aveva passato un periodo di lutto a Nepi: Alessandro voleva metterla alla prova. Alla fine decise che poteva rifidarsi di lei e le affidò anche incarichi di governo: le diede da firmare i decreti papali in sua assenza e la fece governatrice di Spoleto. Pare abbia governato bene. Un mese dopo le nozze per procura, Lucrezia fece il suo ingresso trionfale a Ferrara. E lì passò forse il periodo più felice della sua vita: il marito le era infedele ma lei poté dedicarsi a ciò che amava, ossia le arti e le opere pie. E lì incontrò un uomo che l’amò davvero e che lei amò davvero: il futuro cardinale Pietro Bembo, grande intellettuale. Lucrezia morì, come moltissime donne del suo tempo, di setticemia, dopo aver dato alla luce il suo ottavo figlio, a 39 anni, il 24 giugno 1519.

 Perché allora la fama di avvelenatrice? 

Ha fama di avvelenatrice come moltissime donne, da Agrippina in poi. E’ vero che il veleno è stata spesso l’unica arma di cui le donne disponevano per uccidere, in tempi in cui gli uomini non si facevano alcuno scrupolo a usare il coltello o la spada. Ma la fama di avvelenatrice non è altro che il riflesso dell’idea che le donne siano subdole e perfide, ovvero non uccidano con coraggio (come se i sicari lo facessero) ma con l’inganno. E soprattutto uccidano chi si fida di loro, in particolare i mariti. Nella verità storica, in genere è l’opposto. In più molte donne del Rinascimento amarono (come gli uomini) l’alchimia, che era più vicina alla magia che alla chimica, e la lavorazione delle erbe mediche o cosmetiche. Ancora una volta: è un’ancestrale paura di Medea a creare leggende nere, ovvero la paura che donne posseggano arti e doti occulte e che le usino contro i loro “padroni”.

Quanto fu succube del padre e del fratello Cesare ?

Lucrezia non aveva molta scelta: un marito forte l’avrebbe forse sottratta al potere del padre e del fratello. Ma all’epoca un padre era un padrone assoluto. Figuriamoci un padre-papa. Dopodiché può essere che il suo legame con Cesare fosse forte: era suo fratello. E la famiglia anomala da cui proveniva era tutto ciò che Lucrezia possedeva. Però difese Alfonso d’Aragona fino a rischiare la rottura con il padre. E a Ferrara seppe rendersi autonoma..

A che punto è la rivalutazione di Lucrezia Borgia ?

Credo che la sua leggenda nera si sia esaurita. Merito, su tutti, di Maria Bellonci, che con la sua biografia la riscattò già nel 1939, di tutti gli studi successivi e di alcune mostre come quella organizzata al Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 2002.

Perché non ne hai  parlato nei tuoi libri come ” La perfidia delle donne ” o Le figlie di Lilith?

Non ne ho parlato ne “La perfidia delle donne” perché non è stata una donna di istinti violenti (per quanto giustificati), né ha mai mostrato una particolare inclinazione al potere come molte dame del suo tempo. Tanto meno è stata una “femme fatale”. Lo è diventata nella narrazione successiva (tutta maschile) e in questo senso appartiene alla “saga di Lilith”, ovvero al mito della donna fatale, che attraversa arti e letteratura di vari secoli per essere poi consegnato al cinema. Ma non ha fatto parte della schiera delle donne che hanno usato la seduzione per conquistare spazi di libertà. Per quanto, al suo arrivo a Ferrara, era così bella che incantò tutti, nella sua veste di velluto nero, intessuta di nastri d’oro, con il mantello bordato d’ermellino e una rete, a raccogliere i magnifici capelli, trapunta di diamanti e oro.

Quando hai scritto di lei?

Ho scritto di lei in “Veronica Franco. La cortigiana poeta del Rinascimento veneziano”  (Enciclopedia delle donne, 2019), il saggio in cui parlo dei mille ostacoli posti sul cammino delle donne anche in un’epoca magnifica. Durante il Rinascimento a molte ragazze fu concesso di studiare, ma non di esercitare professioni intellettuali. Lucrezia amò l’arte e la cultura. Credo che oggi vada ricordata per questo. E per le violenze subite, oltre che per la difficoltà di esercitare il potere, perfino in un tempo in cui ad alcune donne fu concesso di governare. Chissà come sarebbe stato l’Occidente se sul soglio di Pietro, anziché cardinali corrotti, fossero salite le loro figlie. Il paradosso è che la Controriforma, nel condannare la corruzione della Chiesa, se la prese con le donne e non con gli uomini che ne erano i primi responsabili.

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