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L’Unione europea di fronte alla crisi economico-finanziaria Opinion leader

La crisi è il risultato complessivo di un mercato finanziario caratterizzato sia da un debito molto alto sia da un deficit  di integrazione democratica europea. Le sofferenze e le  lacerazioni sociali, che molti paesi europei stanno subendo, ne sono le conseguenze. Nel suo  mezzo secolo abbondante di storia, il processo della Unione non si è mai trovata di fronte  una situazione critica di questo livello.

Si pone ora  l’esigenza di una adeguata valutazione del progetto politico d’integrazione europea- in rapporto all’attuale economia mondiale- per valutare gli opportuni sforzi di cambiamento e quindi ridefinire  un corretto rapporto generale.
Una prima concreta attività per il  superamento di questa situazione dovrebbe iniziare con una mutualizzazione, su larga scala, del debito a lungo termine e conseguenti massicce misure redistributive, sia tra gli stati membri che fra le classi sociali.
Nel contempo si pone l’esigenza di  uno sforzo, per lo sviluppo della competitività dei paesi periferici e per  l’adeguamento del loro costo unitario del lavoro. L’obiettivo è raggiungere, in tempi adeguati,  un equilibrio negli scambi ed  un livello sostenibile del deficit di bilancio. Tutto questo richiede uno sviluppo funzionale dei sistemi politico-democratici di tutti i paesi membri.
La tentazione di tornare alle condizioni pre-Euro –che da “qualche parte” viene ipotizzata- non sarebbe una soluzione,ma semplicemente “una trappola”. La ri-nazionalizzazione della politica monetaria condurrebbe il/i paesi decisori  a svalutare la loro moneta ed a dover far  fronte all’ euro-debito accumulato, aumentato del valore della svalutazione della loro nuova moneta. Nel contempo l’uscita dall’U.E. potrebbe determinare, inoltre, il pericolo di una regressione politica, rispetto agli standard dei diritti umani, che caratterizzano le democrazia liberali.

L’U.E. attua le norme che regolano l’interazione economica e fiscale tra gli stati membri e difende la pace e la civiltà democratica del Continente. Per questo è  impensabile prendere in considerazione il suo scioglimento, in funzione della ri-nazionalizzazione.  I singoli stati non ne trarrebbero  beneficio, ma solo un problematico consolidamento delle divisioni europee.
Non si può negare che, a suo tempo, mettere nella stessa zona monetaria  Germania e Grecia (due casi estremi) ha generato costrizioni economiche sullo stato meno produttivo, quindi meno competitivo nel commercio internazionale. Ora però non è possibile tornare allo status quo ante.

I deficit commerciali e di bilancio vanno compensati con la pressione sui salari,le pensioni, sul regolamento del mercato del lavoro e sui servizi pubblici.
E’ comprensibile che tutto questo provochi violenti movimenti di protesta. I sindacati si trovano con “le spalle al muro” mentre si affermano movimenti di massa della sinistra populista in città della Grecia,Portogallo e Spagna. In Italia va “un po’ meglio” e la Francia tende ad assumere il ruolo di mediatore. Nel contempo la ricchezza finanziaria tende a  fuggire -esportazioni di capitali- verso luoghi ritenuti sicuri in Europa ed in altri continenti.
Questa situazione viene sfruttata dai partiti populisti di destra che cercano d’impedire ai paesi in difficoltà di sviluppare  una strategia democratica di solidarietà. In particolare una operazione di soccorso basato  sul “rafforzamento dei poteri fiscali ed economici della U.E”.

Questa operazione, in generale, manca ancora del supporto  dei partiti politici, sia dei paesi ricchi che di quelli in difficoltà ed  al momento gode ancora di scarse possibilità di successo.
Il problema è che è stata condotta in modo anti-democratico, depoliticizzato e tecnocratico.
Si sono violati gli standard di  responsabilità democratica che l’opinione pubblica degli stati membri dell’U.E. ha imparato a considerare essenziali e non negoziabili per la vita pubblica.

Malgrado ciò i sondaggi dicono che in nessuno dei paesi che subiscono un forte deficit commerciale ed economico, la maggioranza è favorevole all’idea di lasciare l’euro. Le ragioni economiche e politiche sono tre. La capacità di far pressione  sull’Unione per salvare le banche, i bilanci,e la propria economia. In secondo luogo i paesi che dovessero uscire, dovrebbero poi sostenere il loro euro-debito con una nuova moneta nazionale, pesantemente svalutata. Infine nessun politico responsabile, nel resto dell’Europa , li esorterebbe ad andarsene perché la loro uscita scatenerebbe una reazione a catena negli altri paesi, con costi incalcolabili.
Se l’Unione europea dovesse sciogliersi, anche in modo “controllato”, ci si troverebbe comunque  in una situazione nella quale ogni paese finirà per perdere

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