energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

Ma l’Europa non sarà mai più quella di prima della crisi Opinion leader, Politica

Un ciclo si è chiuso. Bisogna, tuttavia, stare molto attenti poiché, con esso, può andarsene pure quanto faticosamente, anche se con gravi lacune e sorprendenti ingenuità, si è costruito in circa sessant’anni.
La realizzazione dell’euro sembrava un tourning point dal quale non saremmo potuti che andare avanti. Il presente dice che non è così; molto probabilmente si può anche retrocedere. Il prezzo sarebbe assai più salato di quello odierno e di quello futuro. Perché si credeva che l’euro, oltre a costituire un passo in avanti, divenisse per il nostro continente un fattore moltiplicatore di altri avanzamenti politici e civili? La ragione è semplice; non c’è bisogno, infatti, di essere economisti per sapere che una moneta richiede la concretezza di una politica; di una, non di diciassette e non ci sono né trattati né patti che possano surrogare siffatto vuoto. In parallelo alla moneta, invece di fare della Comunità un super sindaco revisore dei bilanci dei vari Paesi – operazione, tra l’altro, che non è servita a nulla – si doveva andare alla costituzione di un Tesoro europeo; una funzione che avrebbe potuto essere assegnata anche alla BCE. Essa, sia detto per inciso, vive pure l’anomalia di prestare denaro ad altre banche, ma non agli Stati europei. 
Il fatto che ciò non sia successo la dice lunga sulla recessione di europeismo verificatasi, paradossalmente, proprio nel momento nel quale l’Europa, con la moneta unica, si esprimeva al suo più alto livello storico. I motivi dell’intrigarsi delle varie opportunità o egoismi impedenti una tale decisione non sono difficili da capire,ma proprio la gestione dell’euro ha fatto emergere  il tarlo da espellere  se crediamo nell’Europa; vale a dire, il ritenere che essa sia questione di burocrati e non una costruzione politica la quale, pur senza abbandonare il modello comunitario, abbisogna, prima che dei burocrati, di ideali. Questi, come parlano i fatti in corso, non solo non ci sono a meno che non si ritenga che l’ideale  possa essere sostituito dalla retorica dell’Europa!
Ideale, sì, perché sono gli ideali che spingono le costruzioni della politica e quanto più queste sono ambiziose e rilevanti occorrono ideali all’altezza del progetto.
E’ il propulsore degli ideali, infatti, che traccia le vie della politica facendo trovare pure quella che permette il superamento delle difficoltà che si incontrano. Oggi si capisce cosa hanno significato uomini come Alcide De Gasperi, Robert Schumann e Jean Monnet; la riflessione si imporrebbe, prima ancora di monitorare lo spread. Quel poco di europeismo che si avverte è più dettato dalla paura che non dalla coscienza della partita apertasi in cui, come nella commedia di Luigi Pirandello, ognuno appare recitare a soggetto!
In Italia, ma anche in Europa, sembra che di ideali non vi sia più bisogno; che la ragioneria e la contabilità possano sostituire la politica che, invece, è mossa dagli ideali.
Al proposito qualche riflessione si impone sul recente vertice di Strasburgo tra Monti, Merkel e Sarkozy. Per l’Italia esso una positività l’ha registrata poiché il nostro Paese, considerato impresentabile con il precedente premier, ha riconquistato la faccia della dignità a livello internazionale; però, perché Monti, che dei tre, anche per sua  decennale esperienza di commissario europeo, avrebbe dovuto giocare il ruolo dell’europeista più credibile, nonostante i problemi che abbiamo, non ha colto l’occasione per porre la questione cui accennavamo prima? Perché Monti non ha chiesto il rilancio degli ideali europeisti adeguandovi un nuovo progetto politico? Che senso ha rimanere incagliati in patti e trattati che non hanno funzionato? Nessuno, però, a Strasburgo ha detto niente: di ciò siamo rimasti assai stupiti e pure delusi.
Tutta la stampa internazionale, infatti, è stata concorde nel riconoscere che dal summit non è uscito niente se non una battuta che, forse, nelle intenzioni del presidente del consiglio, era scherzosa; a noi è suonata molto male: l’Italia farà i compiti a casa. Quei compiti che maestri esterni hanno dato al precedente governo, quello che ci ha condotto alla situazione di oggi. Certo che non si può derogare, ma una così smaccata lezione di virtù esterna non ci ha giovato. Sarebbe stato meglio dire che l’Italia a casa prenderà decisioni non solo nell’interesse suo, ma anche dell’Europa poiché, alla fine, l’obbiettivo della speculazione è l’Europa tutta.  

Paolo Bagnoli


 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »