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Madonna, che sconcerto Spettacoli

La città è immobile. Le strade sono le stesse, il cemento è lo stesso, le persone sono le stesse di sempre. Solo il caldo è diverso. Sembra un giorno d’estate. Alta estate. Un mercoledì di luglio, un venerdì di agosto. Invece è un sabato di giugno, il 16. Non se ne accorge, Firenze, che stasera, dopo Milano e Roma, Madonna è allo stadio “Artemio Franchi” con il nuovo tour mondiale “MDNA”, dal titolo del suo ultimo album. Guarda e passa. Un evento è un evento solo per chi lo vive come un evento. In via Pier Fortunato Calvi, a poco più di 100 metri in linea d’aria dallo stadio, tre ragazzine si scambiano confidenze nel giardino condominiale. Il mondo, per loro, è tutto lì, negli occhi che non mollano un istante.

Per giorni mi sono letto e riletto il vademecum alla viabilità del concerto. Una preparazione che mi dà la forza necessaria per prendere la decisione definitiva: rompere il muro del caldo a piedi. “Così mi gusto anche l’attesa della città” – penso mentre mi allaccio le scarpe. Ma non sento parlare del concerto finché non arrivo in via Milazzo, quasi a ridosso della zona rossa. “Biglietti prato?” Uomini di mezza età vestiti perlopiù di nero con vero sprezzo del termometro. Sono appostati dietro gli alberi che scandiscono il marciapiede sul lato della cancellata della piscina comunale Costoli. Appena ti vedono arrivare sbucano fuori. Con regolarità e metodo. Ogni tronco ha la sua domanda. “Biglietti prato?” Alla quinta imboscata, mi vincono. Non ce la faccio più a ripetere che il biglietto ce l’ho già.
“Biglietti prato? Interessa biglietti prato?”
“Quanto li fa?”
“Come al botteghino”.
“Anche meno se li prendevi a ridosso del concerto. Li comprano in blocco e se non li vendono tutti perdono l’investimento che hanno fatto” – mi dice dentro lo stadio un ragazzo con gli occhiali da John Lennon.
“Ma sono veri?”
“Io sono entrato senza problemi”.
Quando l’offerta supera la domanda il prezzo scende. In un mondo di speculatori, i bagarini si fanno campioni delle leggi di mercato.

Le porte dello stadio aprono alle 17. Ho il biglietto per il Prato B – Ingresso n. 8. Quella è la mia fila. Parte in viale Paoli, da “I Panini della Piera”, il paninaro istituzione delle sfide più importanti, calcistiche e digestive, costeggia la torre di Maratona e finisce, in un ultimo tratto di tornelli a zig zag, nell’ingresso della Curva Fiesole. Arrivo alle 17,30. Entrerò nello stadio un’ora e mezza più tardi, alle 19.
“Hai voluto risparmiare? – sembra leggermi nel pensiero il ragazzo dietro di me, ma in realtà sta leggendo nel pensiero della sua fidanzata – Ora fai la fila!”.
Risparmiare vuol dire aver speso 80 euro e 50 centesimi (prevendita inclusa). Bastava spenderne una quarantina di più, ad esempio per la Maratona, e il tempo di attesa si abbatteva di un’ora secca. Al concerto chi paga di più può pretendere di più. Uno pari con i bagarini rigoristi.

Un benefit, comunque, ce lo meritiamo anche noi. Stiamo resistendo alla cottura del sole meglio degli hamburger sulla piastra della signora Piera. Quasi una manna da un cielo commosso per lo sforzo di questi eroi scalmanati. L’acqua nebulizzata dei Vigili del Fuoco. Ce la sparano addosso con un certo sorriso, una contrazione della bocca e degli zigomi per concentrare le energie sulle dita che devono tenere premuto il grilletto della mega pistola ad acqua.
“Vi divertite a bagnarci tutti eh?!” – urla una voce maschile confusa nella coda.
“Secondo me vi divertite più voi” – risponde il vigile.
Nonostante l’acqua, l’atmosfera resta calda. Gli spiriti bollenti sono tutt’altro che spenti. Il vigile è una donna. Capelli raccolti, viso arrossato, occhi abbagliati dalla luce. E la voce di prima, facendosi ancora scudo della folla, si esibisce in una delle battute più truci dai tempi di Massimo Ceccherini all’Isola dei Famosi.

“Madonna è una grande. Lei sa essere contemporanea”. Finalmente qualcuno mi riporta alla musica. Il motivo per cui sono qui. Guardo la camicia inzuppata d’acqua e la mente si bagna subito nel diluvio di racconti del mitico concerto sotto la pioggia di Bruce Sprigsteen all’Artemio Franchi la settimana prima con il “Wrecking Ball Tour 2012”. So cosa intendono. Ho visto Springsteen a Firenze nove anni fa, l’8 giugno del 2003. Era il “Rising Tour”. L’inno post 11 settembre al diritto di riprendere in mano la propria vita per farne qualcosa di bello e di giusto. La E Street Band al completo. Sul palco c’era ancora Clarence Clemons. Il suo sassofono infondeva ancora energia e grazia. La camicia si asciuga rapidamente e il tempo si ritira dal passato e torna al presente. Si è parlato tanto di cosa unisce e di cosa soprattutto divide Madonna da Springsteen. Io non ho mai visto un concerto di Madonna. Questa è la mia prima volta. Ma penso che se un concerto del Boss è come giocare la finale di un Mondiale, un concerto di Madonna è come giocare la finale di Europa League. Cioè: il Boss canta per una nazione, Madonna per una città. “Madonna è una grande. Lei sa essere contemporanea”. Infatti. Cambia come cambiano le città. Un giorno possono sostenere il trasporto pubblico e l’altro giorno difendere i lavoratori dell’azienda automobilistica. Il Boss è invece fermo, solido, costante come le montagne. Madonna parla di oggi per costruire l’oggi. Springsteen parla di oggi per costruire il domani.

Si sono ormai fatte le 19. Sono dentro la vasca del Franchi. Il colpo d’occhio è di quello da grandi occasioni. La curva Fiesole, sul lato opposto del palco che dà le spalle alla curva Ferrovia, è già tutta piena. La Tribuna, la Maratona, il Prato si stanno riempiendo con determinazione e costanza. E’ la carica adorante dei 40mila.

L’atmosfera è ridanciana, da pic-nic di Pasquetta. Sarà che i giovani venditori ambulanti di gelati, ghiaccioli, panini, acqua e birra sono più ossessivi delle zanzare. La divisa da lavoro si compone di berretto blu e bianco con pila sotto la visiera (a che serve se è ancora giorno?), maglietta bianca, bandiera verde e rossa infilata nella stringa regolabile del capello con la scritta “Bar” in bianco. “Birra, panini” – sbraitano allungando l’ultima vocale. Diciamo che a Woodstock, sull’isola di Wight o al Live Aid non sarebbe mai successo. Come del resto il gioco del “mi vedi? Sono qui!”. E via. In una mano il cellulare nell’altra il saluto. “Mi vedi? Sono a sinistra del palco”. “Mi vedi? Sono dietro il banco delle magliette”. Un evento è un evento solo se puoi testimoniare che l’hai vissuto. Dico la verità: mi ci piegherei anch’io se solo il mio telefono prendesse.

Alle 20 entra in scena Madonna. Ad essere esatti, entra in scena la voce di Madonna. Canta bene, ma non c’è. E’ registrata e remixata dal dj Martin Solveig che le fa da spalla, fuori e dentro il tour. Le canzoni che non sono di Madonna Solveig le va a prendere direttamente dallo scaffale delle colonne sonore della pubblicità. Lo spettacolo è il pubblico. Uno stadio che balla. Solo i volontari della Croce Rossa Internazionale restano imperturbabili.

Un’ora e mezza e Solveig lascia il palco ai tecnici che preparano l’arrivo della Regina, the Queen. I veri demiurghi del sincretismo pop di un’artista che ha fatto delle sue ossessioni e ancor più delle sue trasgressioni (il sesso, la religione, i crocefissi) una cifra stilistica da centinaia di milioni di copie nel mondo. Un fan legge con afflato messianico la scaletta del concerto. C’è molto dell’ultimo album, poco dei grandi successi del passato. Pazienza. L’importante è lo show. Sugli spalti il pubblico fa fare alla ola otto giri di campo. Applausi dal Prato e rilancio del “Poporopopo” mondiale su musica di The White Stripes. Per vincere la sua finale, Madonna sembra non dover far altro che entrare in campo.

Il buio cala sull’Artemio Franchi con un boato attorno alle 22. Rintocco di campana. Altro boato. Rintocco di campana. Altro boato. Lo show è cominciato per davvero. Migliaia di telefonini inquadrano il palco incuranti del No cameras – Video – Rec scritto sui biglietti. Sanno che nessuno si prenderà la briga di riempire 40mila verbali. Una selva di occhi elettronici puntati su un aspersorio gigantesco che viene fatto oscillare da un gruppo di monaci. Da sinistra a destra. E da destra a sinistra. L’incenso riempie quella che adesso i mega schermi hanno fatto diventare una cattedrale costruita nel nome della rosa. Uno squarcio e dal fondo esce una portantina velata di bianco. Il Papa per la prima volta è donna, è Madonna. Con un corpo di ballo che sfida le leggi della gravità e le vince tutte. L’effetto più speciale di un concerto che non è un concerto, ma un videoclip dal vivo. Si comincia nelle tenebre e si finisce fra le luci abbaglianti di una discoteca. Il viaggio dalla bolgia infernale sino al paradiso. Madonna spara, tira pugni, salta, si arrampica, balla. Seguita a tempo da proiezioni spericolate che farebbero invidia al più sfacciato dei registi di cinema d’azione. Fa tutto, la signora Ciccone. Eccetto ciò per cui è diventata Madonna: cantare e provocare. La musica sembra un’unica, continua, monocorde base registrata. I musicisti ci sono, ma sono relegati nelle zone d’ombra del palco. La voce, non propriamente in play-back, è comunque effettata tanto da rasentare il metallo. Il confronto con i cambi d’abito, quando cantano i dischi per riempire i vuoti lasciati dalla sua assenza, è di una chiarezza sconcertante: Madonna su disco non è Madonna sul palco. E’ un’altra persona. Forse, l’avatar di programma di canto assistito. Pazienza, mi ero già detto. L’importante è lo show. Ma anche quello, dopo la prima abbagliante mezz’ora, si mostra per ciò che è: una sbiadita imitazione, un pallido fantasma del giovanilismo del 1983, quando ancora acerba si agitava con grinta e determinazione sulla scena musicale approfittando della sua prorompente e trasgressiva fisicità. Trasgressività che mostra tutti i suoi anni nella rilettura, per soli piano e voce, di Like a virgin. Voleva essere una scena soffusa à la Moulin Rouge, il risultato è stato però quello di un petardo inesploso, di uno striptease a lume di ghiaccio: imbarazzo.

Dunque, se un concerto di Bruce Springsteen è una finale di un Mondiale e un concerto di Madonna è una finale di Europa League, il Boss vince 3 a 0, mentre Madonna, dopo un’ora e quaranta di crescente incertezza e qualche sbadiglio, posso dire che perde 2 a 1. Si aspetta qualcosa di eclatante, per portare a casa almeno il pareggio, ma questo qualcosa non arriva. Mi successe lo stesso con il film “The Blair Witch Project”, storia finta spacciata per vera di un gruppo di ragazzi a caccia della strega di Blair, in America. Finito? Tutto qui?

“Birra, panini”. I giovani venditori ambulanti di gelati, ghiaccioli, panini, acqua e birra hanno la risposta. Continuano a girare imperterriti per il campo da gioco. Per loro, che non si sono fermati un attimo (ecco a cosa serviva la pila sotto la visiera, ad illuminare la mercanzia al buio) il concerto non è finito. Lo sarà solo quando il frigo che portano in braccio sarà vuoto.

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