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Mafia in Toscana, dalla Fondazione Caponnetto l’allarme: “Ancora più pericolosa nel dopo-Covid” Breaking news, Cronaca

Firenze – Sotterranea, agguerrita, dai mille volti.  Ma la sua finalità è una: succhiare la linfa vitale di un territorio, annullarne la tenuta morale, divorarselo economicamente, socialmente, fare della violenza e dell’estorsione la legge al di sopra di ogni legge. Si parla di mafia. Una mafia evoluta nuova, che sinteticamente il presidente della Fondazione Caponnetto Salvatore Calleri definisce: “Oggi la mafia si presenta con la lupara, la cravatta e il computer”.

La Toscana non ne è al riparo. Anzi, dalla Fondazione Caponnetto il messaggio arriva diretto e senza preamboli: “la Toscana rischia di essere divorata dalla mafia”. Un messaggio chiaro per le istituzioni e la società civile che prende ancora più forza dall’impatto che il covid ha avuto e sta avendo sulla infiltrazione mafiosa, che è quello, se possibile, di potenziarne la letalità. 

Il Rapporto 2020 sulla criminalità organizzata in Toscana è stato presentato oggi, domenica 19 luglio, presso il Giardino Antonino Caponnetto, nel Lungarno del Tempio a Firenze, nel giorno della commemorazione di una data fondamentale per la storia dell’antimafia italiana, quella della strage di via D’Amelio. “Oggi la situazione, a causa del covid, è nettamente peggiorata – dice Salvatore Calleri, presidente della Fondazione – Firenze, anche prima della crisi è sempre stata una realtà appetibile dalle organizzazioni criminali”. Figurarsi ora, che pandemia, assenza di turismo, freno all’export rendono sempre più disperata quella piccola-media imprenditoria che magari, rifiutata dalle banche, cerca disperatamente soldi liquidi. E che trova nelle cosche comprensivi usurai o danarosi compratori di immobili, residenziali e non. Del resto, è la stessa Dia a prospettare per gli interessi illeciti delle cosche strade in discesa causa covid, individuando uno dei pericoli più pesanti per i territori, gli Stati e persino il mercato globale, vale a dire l’infezione finanziaria mafiosa, con il pompaggio dentro i mercati (dunque alterando aziende, rapporti di forza, economie intere) di ingenti masse di liquidità. Si passa dagli appalti, dalle operazioni immobiliari, a volte avvallate dagli stessi Comuni per “fare cassa” e si finisce per consegnare interi tessuti economici alla criminalità. Senza dubbio, la crisi economica e sociale che fatalmente segue la pandemia può portare in pancia nuovo ossigeno per la mafia.

Intanto, per quanto riguarda la Toscana, il lavoro meticoloso e paziente della Fondazione Caponnetto mette in evidenza quel qualcosa che è mutato, nel quadro Toscana e mafie. Se rimangono sempre valide le parole con cui il procuratore distrettuale antimafia di Firenze, Giuseppe Creazzo, si espresse, il 10 ottobre 2019, in occasione del rinnovo dell’“Intesa per la prevenzione  dei  tentativi  di  infiltrazione  della  criminalità  organizzata  negli  appalti  pubblici”,  siglata tra la Prefettura di Firenze e i Comuni della provincia: “Le  mafie  in  Toscana  non  ricorrono  a  manifestazioni  eclatanti:  omicidi,  attentati  oggi  non  fanno  parte  della  loro  strategia” che, invece, “si  realizza  con  l’acquisizione  di  settori  economici  sempre  più  importanti”, l’analisi dei fatti suggerisce che la Toscana è ormai nel novero delle “soste” preferite per i capitali delle grandi criminalità organizzate. Per capire, il rapporto cita due dati interessanti: da un lato, le procedure in corso per la gestione di beni immobili confiscati, senza contare altri che sono già stati destinati, riguardano attualmente la gestione di 44 aziende,  mentre 11 sono  state già destinate. “Alberghi, ristoranti, attività immobiliari, commercio all’ingrosso, costruzioni, attività  manifatturiere ed edili, terreni agricoli, appartamenti, ville, fabbricati industriali, negozi, sono solo alcune tra le tipologie di beni sottratti alle mafie in Toscana, concentrati, seguendo un ordine quantitativo  decrescente, nelle province di Lucca, Firenze, Arezzo, Pisa, Livorno, Pistoia, Prato, Massa Carrara, Siena e Grosseto”, si legge nel rapporto. Dall’altro, analizza, utilizzando le risultanze delle operazioni condotte dalle forze dell’ordine, le modalità di infiltrazione che, sia per la ‘ndrangheta che per cosa nostra, entrambe ben presenti sul territorio, si rivolgono più che al controllo del territorio classicamente inteso, alla pervasione del tessuto economico.  La tendenza della ‘ndrangheta calabrese si segnala, come evidenziato anche da un’analisi effettuata dalla Banca d’Italia circa la ricaduta dell’attività delle ‘ndrine sulle imprese, soprattutto nell’infiltrare “imprese che si trovano in periodi di difficoltà finanziaria, che operano in settori maggiormente legati alla domanda pubblica o più adatti al riciclaggio, mettendo in risalto come l’infiltrazione, in tali casi, faccia registrare un significativo aumento del fatturato delle imprese coinvolte”. Anche per Cosa Nostra, specialista in appalti e intermediazioni immobiliari, Firenze e la Toscana sono ovviamente appetibili. “La riscontrata presenza nello scenario  criminale  toscano di soggetti affiliati o comunque ritenuti vicini ad organizzazioni criminali di  matrice siciliana1598,  in  particolare  Cosa nostra, non si fonda sul canonico controllo del territorio, bensì su forme e tentativi di infiltrazione nell’economia e nella finanza locali e di condizionamento dell’azione pubblica, funzionali soprattutto al controllo degli appalti. Dedita prevalentemente al reinvestimento di capitali illeciti, la criminalità siciliana si avvale anche di figure professionali dotate di competenze specifiche in materia tributaria, finanziaria e fiscale. Significativi e le menti al riguardo sono emersi negli esiti dell’operazione“Golden wood” , eseguita dalla Guardia di finanza a Prato all’inizio del 2020, nell’ambito della quale sono  stati tratti in arresto 12 persone  (7 delle quali residenti in provincia di Palermo) ritenute responsabili di associazione finalizzata ad una serie di reati di riciclaggio, auto-riciclaggio, emissione di fatture per operazioni inesistenti, intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti ed altro, molti dei quali aggravati dalla finalità di agevolare l’associazione mafiosa denominata cosa nostra”.

Anche la Camorra, storicamente presente in Toscana in particolare sulla costa, sembra stia raffinando le modalità di sfruttamento del territorio. Intanto, secondo quanto emerso dal paziente lavoro della Fondazione, “le attività criminali legate agli ambiti  camorristici in Toscana non forniscono un profilo unitario, risultando distribuite in maniera eterogenea sul  territorio regionale, con  insediamenti  sulla costa  tirrenica, nelle province  di Grosseto, Arezzo, Prato, Pistoia e Lucca”. In generale, sembra che questa organizzaizone, in contraddizione con i propri modus operandi, “stia mirando a mantenere un profilo basso, evitando azioni criminose eclatanti, tali da attirare l’attenzione degli inquirenti. Infatti, al di là dei risultati investigativi e giudiziari ottenuti, sembra che anche i  clan  di  camorra stiano facendo ricorso a più sofisticate modalità di infiltrazione, mettendo a disposizione delle aziende in crisi il proprio supporto (finanziamenti, manodopera in nero, forniture di materie  prime, ecc.), mirando, in definitiva, a fagocitare attività imprenditoriali o rami dell’economia locale nella propria sfera criminale. La pressione estorsiva resta, comunque, uno degli strumenti essenziali attraverso cui i sodalizi campani esprimono la propria forza, accrescono  il proprio potere e reperiscono le risorse per gli investimenti nei settori turistici e dei locali pubblici”.

In Toscana, da tempo, si rileva anche la presenza di una criminalità straniera, prevalentemente  di origine cinese, balcanica e nordafricana, che ha trovato, come si legge nel rapporto,  “nella Regione un tessuto economico-sociale  prospero, connotato da un efficiente sistema infrastrutturale (terrestre, marittimo e aereo) che, agevolando ogni forma di connettività, viene indebitamente sfruttato anche per i traffici illegali e forme di“pendolarismo criminale” (così per il narcotraffico e di reinvestimento dei proventi illeciti)”.

Fra i punti da sottolineare, il fatto che le organizzazioni criminali straniere, talora creano collaborazioni o alleanze finalizzate all’ottimizzazione dei guadagni. “Significativa al riguardo – si legge ancora nel Rapporto –  l’interdittiva emessa, a gennaio del 2020, dalla Prefettura di  Prato  nei confronti  di  un’azienda  operante nel  commercio,  la  cui  compagine  societaria,  composta  da  italiani e cinesi, è stata ritenuta a rischio d’infiltrazione mafiosa per la vicinanza ad un  clan  di  camorra”.

Salvatore Calleri

Un focus particolare sulla Città Metropolitana di Firenze. Il territorio fiorentino, proprio per la sua particolare appetibilità anche in termini di investimento e riciclaggio e per le sue caratteristiche economiche, vede un’alta attenzione da parte della criminalità organizzata, presente con gruppi riconducibili alle famiglie mafiose siciliane, calabresi e campane, oltre a gruppi criminali più o meno organizzati di nazionalità straniera, in particolare albanesi, nordafricani e nigeriani-gambiani.

“L’ultima operazione che ha visto coinvolte le cosche siciliane nel 2020 a Firenze – ricordano dalla Fondazione Caponnetto –  ha coinvolto la famiglia di Corso dei Mille di Palermo ben radicata a Prato e a Firenze. I clan siciliani storicamente si sono specializzati in italia ed all’estero nelle intermediazioni immobiliari, pertanto da un punto di vista strettamente analitico occorrerebbe iniziare a fare dei controlli a tappeto. Degno di nota pure l’interessamento delle cosche palermitane degli Acquasanti e degli Arenella in merito alle corse dei cavalli. Si veda in tal senso l’indagine “mani in pasta” e relativo pestaggio del fantino”.”.

Presenti in modo organico e da tempo, anche i clan calabresi, attivi nel narcotraffico, come la recente indagine che ha coinvolto Dicomano “dove risultano presenti da almeno 20 anni. I campi d’interesse sono variegati, in tal senso non si può non notare il loro interesse per la Stazione AV Foster ed il commissariamento di una importante società multiservizi che operava pure sulla FI-PI-LI. Bisogna capire se, come probabile, vi è una presenza dei clan calabresi ma non solo alla Mercafir dove anni fa si registrò un episodio di presenza ‘ndranghetista su richiesta. Successivamente nel 2019 si è assistito ad una spedizione punitiva su cui poi è calato il sipario”.

I clan campani da tempo attivi nei settori tradizionali tipici delle mafie hanno investito in numerose attività. “Nel tempo si possono trovare presenze storiche tra tutti dei Terracciano. Inoltre son presenti imprenditori che operano per i clan, vedasi in tal senso le numerose operazioni avvenute nel corso dell’anno”.

I clan albanesi son anch’essi presenti e ben radicati, “in accordo con gli italiani. Il traffico di droga è la loro specializzazione. . Operano spesso in asse con i calabresi”.

Per quanto riguarda le Triadi cinesi, come già sottolineato, non solo sono forti e radicate, ma l’area Firenze, Prato ed Osmannoro è considerata centrale a livello nazionale per la loro mafia/criminalità organizzata. Ultimamente è emerso “che per i canali internazionali di riciclaggio si servono pure di un canale comune con i clan calabresi”.

I clan nordafricani son presenti da tempo e si dedicano per lo più allo spaccio di droga .”I clan nigeriani a Firenze son ben presenti e sempre più radicati in vere e proprie piazze di spaccio – dicono dalla Fondazione – quali le Cascine, la Fortezza da Basso e la Stazione SMN. Operano con i gambiani che sono per il momento la loro manovalanza, ma non è detto che continui così in eterno. Nei loro confronti sono state fatte diverse operazioni ma al momento non gli è stato imputato l’art. 416 c.p. dell’associazione a delinquere e nemmeno il 416bis c.p. associazione mafiosa come in altre parti d’Italia. Questo non permette di colpirli in modo efficace”.
“A Firenze – conclude la Fondazione – vi sono pure tracce e presenze di clan pugliesigeorgiani e rumeni. I georgiani sono specializzati nei furti, i rumeni nella prostituzione”.

All’iniziativa hanno partecipato molti consiglieri regionali e comunali, oltre al presidente del consiglio regionale, candidato del centrosinistra, Eugenio Giani e all’assessore comunale Alessandro Martini.

 

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