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Mafie, Calleri, Fondazione Caponnetto: “Nessuno è salvo senza rivoluzione sociale” Breaking news, Cultura

Firenze – Un libro interessante, dalle varie sfaccettature, quello dato alle stampe da Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto, che risponde in modo sorprendentemente semplice a una delle domande più complicate che si possano porre di questi tempi: come si fa a riconoscere un mafioso? Un quesito attorno a cui ruota l’agile saggio che Calleri propone, Manuale di sopravvivenza (alla mafia), edito con Diple Edizioni.

Intanto, perché un manuale?

“Appartengo alla generazione che si è formata sui manuali. I nosti manuali erano di stampo più leggero, ma consegnavano un modo analitico di affrontare i problemi che in qualche maniera ho voluto rirpoporre con questo libro. Una scaletta di domande, corredato con analisi, documenti, annotazioni personali, per informare senza annoiare e soprattutto consegnare uno strumento pronto da consultare, mettendo in evidenza il fatto che riconoscere le mafie e i mafiosi non è impresa così ardua come alcuni politici, amministratori, o la vulgata comune potrebbero far pensare”

Insomma, un modo anche per mettere a tacere l’alibi più diffuso, la classica affermazione “non lo sapevo, non me ne ero accorto…”

“Anche questo. Tutto sommato, all’apparire di un nuovo soggetto sul territorio, ci sono quelle classiche, tradizionali domandine che ogni amministratore o cittadino onesto dovrebbe porsi: chi è, cosa fa, da dove prende i soldi, da dove viene, di chi si circonda. Una modalità semplice, da attuarsi senza incertezze o tema di apparire maleducati. Anche perché in tempi di espansione di mafia, non esistono più isole felici, come recenti inchieste hanno dimostrato.  E il primo passo è proprio rendersi conto di chi ci si trova di fronte”.

Come nasce l’idea del libro?

“Nasce dal vertice antimafia dell’anno scorso, da cui siamo usciti arrabbiati ma determinati. Per questo mi è venuta l’idea di scrivere un manuale semplice, diviso in tre capitoli che sono tre punti fondamentali: sui luoghi comuni, su come riconoscere un mafioso, e infine, pillole di legalità, vale a dire, come ci si vaccina. E’ uno strumento la cui validità può essere valutata dai 5 ai 10 anni, tenendo conto dell’evoluzione rapidissima della società e dunque della mafia. Uno strumento che ha una funzione educativa, didattica, tant’è vero che fra un anno potrà uscire come testo per le le scuole, con la modifica del capitolo 3 che avrà un’impronta più giuridica”.

Cosa ci può dire dei cosiddetti “Luoghi comuni”?

“Luoghi comuni, ovvero luoghi da sfatare. Uno di questi è proprio la convinzione che esistano isole felici. Convinzione smentita dai fatti: la Toscana, l’Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia, hanno dimostrato con i numeri e le inchieste che non esiste più una parte del Paese “vergine” e una “infestata”. Tanto più che ormai le stesse mafie, oltre a un processo di internazionalizzazione (basti pensare alla presenza sul suolo italiano delle triadi, della mafia latino americana, di quella nigeriana …) hanno intrapreso un processo di europeizzazione che guarda ormai all’intero vecchio continente come terreno di caccia e colonizzazione”.

Dunque, anche la vecchia convinzione che la Toscana sia solo terra di passaggio e riciclaggio non è più vera?

“La Toscana è un territorio molto appetibile, con presenza mafiose ormai databili a svariati anni. Senza scordare che la colonizzazione mafiosa ha la caratteristica di impoverire i territori e che quindi aspira a impiantarsi in territori “ricchi” per poter mangiare e crescere. Lo slogan con cui presenteremo il prossimo rapporto, quello 2020, circa la criminalità organizzata in Toscana, sarà “Toscana divorata dalla mafia”. L’obiettivo del libro, alla fine, è spiegare cos’è la mafia e dare conto della sua presenza e di cosa significhi. Per questo ci sono anche delle brevi sintesi dei risultati delle inchieste più importanti, insieme al quadro delle convinzioni errate, alla fotografia della rete che le cosche tendono a formare intorno a se’ con gli appalti, le intraprese economiche, la rispettabilità di cui si ammantano”.

Un altro punto tocca due aspetti di cui si parla poco: da un lato la polemica “mafia-antimafia”, dall’altro il tema dell’usura, sempre poco rappresentato anche sui media. 

“Il primo punto è molto pericoloso, perché dire che “mafia e antimafia sono uguali” (luogo comune) corrisponde a delegittimare l’antimafia, con le prevedibili conseguenze, fra cui l’isolamento e l’abbattimento degli anticorpi culturali della parte più sana della società. Generalizzare, come hanno fatto taluni, qualche errore o la disonestà di qualcuno che si era preposto al contrasto, significa fare un insperato regalo alla mafia, provocando non solo danni enormi ma anche pericoli gravissimi per chi combatte il sistema mafioso. Per quanto riguarda l’usura, vorrei portare solo un dato, ma significativo: nel 2018 abbiamo una sola denuncia per usura a Firenze. Del resto, basti pensare che il primo contributo per una denuncia di usura è stato pagato a chi aveva avuto il coraggio di sporgere denuncia, dopo nove anni dalla stessa. Inoltre, se si pensa che la Toscana detiene una sorta di record per le denunce sporte in caso di aggressioni, furti, ecc. si può capire una cosa: in un’area dove la gente non ha generalmente paura a denunciare, è evidente che se non lo fa vuol dire che c’è qualcosa che mette veramente paura. e questo qualcosa è la mafia”.

Tirando le fila, quale può essere una strategia adeguata a combattere un fenomeno sempre più pericoloso e allargato?

“Sbaglia chi ritiene la mafia un fenomeno di ordine puramente criminale. Si tratta di un fenomeno strettamente connesso alla società, che coinvolge territori ricchi o impoveriti dalla sua presenza. E’ inutile dire che la mafia nasce dalla povertà: la sua capacità è quella di inserirsi in un sistema economico, meglio se florido, rapinandolo e impoverendolo. La mafia rende poveri. E per combatterla, il sistema giudiziario e le forze dell’ordine devono essere affiancate da una vera e propria rivoluzione culturale”.

Insomma se ci si stanca di essere poveri, di vivere in territori senza futuro, riassume Calleri, non servono solo magistrati onesti, carabinieri, polizia e il pur utile 41bis. Serve una rivoluzione sociale.

Manuale di sopravvivenza (alla mafia), Diple Edizioni, disponibile on line. 

 

 

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