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Magazzini come case, la scommessa perduta del Comune di Firenze Cronaca

Tutto sul filo della legalità. Eppure se si entra in casa delle famiglie di via Cavalcanti, un agglomerato di circa venti persone che abitano in una fila di magazzini riadattati a uso abitazione, o, più in su nella via, in tre stanzette nere di muffa con affaccio e uscita sui garage del palazzo, si stenta a crederlo. Quello che vi racconteremo è solo una delle innumerevoli pagine che dal 1999 circa cambiarono una buona fetta del volto della città. Nel 2006 la stessa amministrazione (a quel tempo a capo dell’assessorato vi era ancora Gianni Biagi) si rese conto che, grazie alle scelte fatte di rendere agevole la trasformazione di un fondo in una abitazione, il fenomeno aveva assunto proporzioni allarmanti. Tant’è che si passò a richiedere misure più ampie rispetto a quelle richieste in precedenza (50 metri quadri invece di 30), e che la fonte luminosa fosse diversa rispetto allo sporto sulla strada. Si promisero anche maggiori controlli sull’igienicità dei locali, sull’abitabilità, sulle autorizzazioni. Ma l’uso di trasformare magazzini, rimesse e garage in alloggi, cosa mai tentata prima a Firenze, dal momento che i fiorentini erano sempre stati molto attenti a non dormire ai piani terra umidi e a rischio esondazioni dell’Arno, persistette e continuò. Del resto,  la pressione della richiesta abitativa, l’impatto di leggi nazionali che permettevano di utilizzare luoghi che prima d’allora non rientravano nei parametri dell’abitabilità, un certo entusiasmo dell’amministrazione nel recuperare “un modo diverso dell’abitare” rivolto in particolare a fasce della popolazione che non si sarebbero potuti mai permettere affitti e costi di acquisto di appartamenti ai piani alti, fece sì che la città, a poco a poco, si trasformasse. Cominciarono i “bassi” del centro storico, i cui proprietari sfrattarono artigiani, laboratori, botteghe, coprirono pozzetti e fosse biologiche, resero il tutto abitabile con il famoso (e famigerato) procedimento Dia (semplice dichiarazione inizio attività) e cominciarono il cambiamento della città. Che tuttavia non restò confinato al centro. Fu sicuramente più evidente e anche un poco scioccante, scoprire che nel dedalo delle viuzze storiche la gente abitava affacciata alla strada o con le finestre ad altezza cassonetto, ma questo modo di procedere si allargò. E, dopo 5 anni, è curioso vedere chi ci abita, in quali condizioni, e se davvero paga canoni più accessibili rispetto alle abitazioni “tradizionali”.

Ed è proprio in una via del quartiere 2, ad alta concentrazione di ville e palazzi otto-novecenteschi, giardini e denari sonanti, che una sorta di magazzini a schiera ineccepibilmente dipinti con una gradevolissima tinta gialla molto fiorentina, ospita una ventina di persone. Provenienza: albanesi. Status sociale: in stato di disoccupazione o cassintegrati gli uomini, le donne qualche volta fanno piccoli lavori domestici. Età media: dai sessanta fino a 24-25 anni, la seconda generazione. Tutti lì da una vita (fino a 15 anni), tutti con lo sfratto.
La prima casa in cui si entra ha un androne tipicamente da garage: tubi scoperti, pozzetti, in fondo una piccola scala che conduce a un altro appartamento soprastante. A sinistra, una porta lunga e stretta fa entrare nella cucina, minuscola, finestra sulla strada. Una scala a chiocciola porta sopra, in una specie di soppalco in cui stanno accatastati letti, masserizie, armadi. Ci vivono in tre, padre, madre, una figlia adolescente. Il padre è disoccupato. Il bagno ha una finestra tonda sul soffitto. In questo caso, la famiglia ha ricevuto 11 punti nel bando per la casa popolare, di cui tre solo per la certificazione dell’Asl di non abitabilità. Nelle stanze sopra il soffitto si tocca alzando il braccio. Canone: 500 euro, ma il proprietario ha rialzato a 700 euro. E la famiglia ha deciso di smettere di pagare.
Entriamo in un altro “appartamento” sempre nella stessa struttura. Si entra nell’ingresso, in comune con un altro alloggio, dove si aprono due pozzetti di scarico, da cui esala la caratteristica puzza.
L’alloggio con la porta di fronte è una sorta di cantina lunga e stretta, senza finestre, dove ci sono due brande ai lati, la cucina attaccata alla testata dei letti, una camera a sinistra con una sorta di finestra che dà sull’interno della carrozzeria il cui ingresso abbiamo visto giungendo, accanto alla porta del magazzino in cui abita la famiglia. Nonostante i vetri siano chiusi, sembra di stare in una camera a gas, tanto sono forti gli scarichi e le polveri dell’attività che ferve dall’altra parte del muro. Nel locale che fa da cucina e camera da letto si apre un altro pozzetto. 670 euro.
Si esce e si entra. Qua, una famiglia di 4 persone, la cucina ha due scale a chiocciola che portano sopra, in una specie di soppalco dove dorme un ragazzo. Una terza scala, a pioli, di ferro con un corrimano solo su un lato, gradini minuscoli e impervi, porta a una sorta di salotto con televisione, bagno, camera da letto. Il tutto con il soffitto a portata di mano. 870 euro al mese.
“In estate è invivibile, manca l’aria – racconta il padrone di casa – ma la finestra dà sull’autocarrozzeria”. Impossibile aprire. Mi chiedo come fanno a respirare nei 40, umidi gradi dell’estate fiorentina.
Si esce, e via in un altro posto, più su, nella stessa strada. Un’antiporta con la tenda, costruito per difendersi dalla pioggia che entrava in casa, è stato contestato come costruzione abusiva alla famiglia che abita tre stanze, affacci sul parcheggio del palazzo, sui box, e uno, quello del bagno, dietro, in un cortile chiuso. Un uomo distrutto dalla mancanza di lavoro che vive come una perdita di dignità. La moglie è malata di cancro. Il figlio, un bambino che va alle scuole elementari, le foto sue riempiono i muri neri. In questo caso, il canone è 300 euro, più spese. 2 certificati Asl di inabitabilità, hanno 8 punti nel bando Erp. Il padre fissa la parete, vuole offrire qualcosa, fosse solo un cioccolatino. E poi mormora: “Noi siamo vecchi, ho già 55 anni. Ma loro, i nostri figli, non devono pagare la nostra miseria. Che colpa hanno?”.       Foto di Marco Peruzzi

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