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Maggio Festival: le sonate di Beethoven per violino e pianoforte Spettacoli

Firenze – L’83esimo Festival del Maggio Musicale continua con un concerto dedicato alle sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven e, sul palco, due grandi solisti internazionali: il violinista Frank Peter Zimmermann e il pianista Martin Helmchen. In programma la Sonata in sol maggiore op. 30 n. 3, la Sonata in la maggiore op. 47, a Kreutzer, e la Sonata in sol maggiore op. 96.

Sia Frank Peter Zimmermann che Martin Helmchen sono considerati per la loro musicalità, brillantezza del suono e intelligenza esecutiva degli interpreti molto raffinati. Hanno entrambi collaborato con importanti orchestre, direttori, teatri e festival e, proprio in questa stagione, sono presenti sui palcoscenici europei con le sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven (l’intero ciclo o esecuzioni parziali).

Il pensiero musicale di Beethoven prende forma sul pianoforte, ma è altrettanto vero che il violino non gli era estraneo: mostrò sempre una particolare predilezione e infatti le sue Sonate per violino e pianoforte delineano un percorso vòlto alla conquista di uno stile sempre più personale, al raggiungimento di un connubio ideale fra i due strumenti, in un graduale affrancamento dai modelli di stampo barocco, da Haydn, da Mozart. A soli ventisette anni, infatti, Beethoven inizia a dedicarsi al classico duo per violino e pianoforte componendo varie sonate tra cui le tre Sonate op. 30, in una successione particolarmente ravvicinata che culmina nell’op. 47, la celebre Sonata A Kreutzer (1803) e, dopo dieci anni di silenzio nel genere, la Sonata op. 96, l’ultima.

La sonata per violino e pianoforte op. 30 n. 3 ha un’atmosfera generale serena e amabile, perfino allietata da guizzi umoristici la cui figurazione tumultuosa, ritmicamente incalzante, è l’elemento dominante, e d’intorno fioriscono le affabili, a volte timide frasi del violino, secondo un gioco di contrasti che porta il discorso a un suo sviluppo drammatico e infine verso un crescendo, che ferma però subito la corsa dei due strumenti.

La sonata in la maggiore op. 47, a Kreutzer, abbozzata nel 1802 e completata nel 1803, è passata alla storia perché nel titolo, fin dalla prima edizione a stampa, accoglie il nome del dedicatario: il violinista francese Rodolphe Kreutzer, all’epoca uno dei più celebrati virtuosi; Beethoven l’aveva conosciuto a Vienna, e lo ammirava molto. Solo che Kreutzer quella Sonata a lui ufficialmente dedicata non la eseguì mai, ritenendola troppo difficile oltre che bizzarra. In realtà, la pagina era nata per un altro virtuoso, il violinista George Augustus Polgreen Bridgetower,inglese di origini africane da parte di padre, le cui doti portentose, unite a una personalità invero stravagante, avevano colpito Beethoven. I due strumenti sono qui chiamati a un dialogo alla pari, a una comune gestualità brillante, a stabilire dialoghi ravvicinati, incalzanti e ricchi di contrasti, che conferiscono, a ciascuno dei due strumenti, pari dignità virtuosistica. Un concerto per due strumenti solisti, ma racchiuso in una tipica forma musicale da camera.

Negli stessi anni, invece, in cui vedono la luce la Settima e Ottava Sinfonia, il Quartetto op. 95 Serioso, nasce anche la Sonata in sol maggiore op. 96 dagli stessi toni apollinei, dagli equilibri formali e dall’anelito alla semplicità. Dedicata all’arcivescovo Rodolfo, che ne sarà il primo interprete al fianco del violinista Pierre Rode, la Sonata è articolata in quattro movimenti di grande equilibrio. Lasciatosi alle spalle le focose intemperanze e gli eccessi sperimentati nella ‘Kreutzer’, Beethoven reimposta in questa sua ultima opera le regole della tradizione con un Allegro moderato iniziale in forma- sonata di gusto classico, un Adagio espressivo dai toni liederistici, uno Scherzo baldanzoso e un Allegro finale costruito come un Rondò con variazioni, tutti improntati a una ritrovata regolarità e compostezza.

Foto di Irène Zandel

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