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Maggio, guerra di posizione Cronaca

Maggio Musicale, sono tutti lì davanti, lavoratori licenziati e gli altri, quelli che sentono che la situazione può diventare da un momento all'altro ancora più incandescente. In che senso? Ecco una brevissima sintesi: il Maggio ha avuto meno tre milioni di euro nell'ultimo bilancio, debiti totali (già maturati) per 33milioni di euro, e, se vogliamo, interessi passivi dovuti ai prestiti bancari per circa un milione e mezzo. 
E' questo "buco", quello che pagano i lavoratori che stamattina hanno presidiato fino alle 11 lo spazio antistante gli uffici amministrativi del Teatro Comunale, con tamburi, striscioni, slogan. Con le loro facce e le loro professionalità, con le loro vite. Vite, professionalità e facce che valgono un risparmio di 400mila euro. Abbastanza, è stato giudicato,  per far partire quelle lettere di licenziamento. Stamattina, ultimo atto di un presidio durato 3 giorni, ma non ultimo atto di una guerra che si preannuncia dura e senza esclusione di colpi. Condita da una sorpresa: la sovrintendente cambia sede del proprio ufficio.
"La sovrintendente cambia gli uffici – spiega amaramente uno dei licenziati, Antonio Carrara, delegato Rsa Cgil – passa dal Sassetti qui di fronte – e indica l'edificio – al Teatro Comunale ovviamente con dispendio di soldi, risorse che per noi non ci sono ma evidentemente per altre questioni più importanti sì".

Ma cosa c'è sul tavolo? "Priorità assoluta, il ritiro dei licenziamenti partiti nei giorni scorsi – riassume Silvano Ghisolfi, Rsa Cgil, fra i licenziati – poi, apertura di un tavolo e proposte concrete ancheda parte nostra". Perchè, come è noto, la posizione dei lavoratori è sempre stata quella di concertare insieme ai vertici un piano per uscire dall'emergenza: ne fanno fede il sacrificio dei Tfr, la disponibilità ad accettare un piano di riduzione "volontario" di uscita dal lavoro, come previsto dall'accordo del giugno scorso.

Ma questa volta c'è qualcosa di più in gioco. C'è, spiegano i lavoratori, la correttezza del rapporto con il sindacato, nei confronti del quale si è consumato, come ricorda Marzia, delegata sindacale del direttivo provinciale CGIL, un vero e proprio strappo, con licenziamenti calati dall'alto su 7 sindacalisti. Numero dei licenziamenti: 10, poi ridotto (uno ha firmato per uscire volontariamente dal lavoro, secondo quanto previsto dall'accordo di giugno) a nove . Tant'è vero, come incalzano altri esponenti sindacali, che è allo studio la possibilità di esperire un ricorso. "Ma non abbiamo ancora perso la speranza – conclude Ghisolfi – che si possa ottenere un confronto serio e costruttivo". Ovviamente, spazzando via dal tavolo quelle lettere di licenziamento.

Ma sul qualcosa di più in gioco, torna a pesare anche un altro fattore: quello dell'idea stessa di Teatro. Un Teatro che si fonda sulle professionalità acquisite con esperienza e tenacia, com'è nella tradizione del Maggio che lo ha portato ai vertici dell'eccellenza nazionale e oltre, oppure un Teatro svuotato dei suoi meccanismi di eccellenza e votato alle esternalizzazioni e alla temporaneità del lavoro? "Una battaglia che non si ferma a Firenze – chiariscono alcuni lavoratori, parti fisiche di quell'eccellenza cui si è accennato –  ma che rischia di aprire la strada a un trattamento uguale per tutti i Teatri nazionali. Che significa una ferita profonda non solo al teatro, ma all'intero mondo culturale italiano".

Se queste sono le premesse, di fronte al silenzio dei vertici, la battaglia rischia di farsi di posizione. Oppure, di andare sempre più verso ciò che molti, in primis l'assessore regionale Scaletti, non nascondono essere una delle poche soluzioni praticabili: il commissariamento dell'Ente.
"Un'ipotesi che non può piacere ai lavoratori – conclude Ghisolfi – perchè come è noto porta con se' misure draconiane molto rischiose. Ma una cosa è certa: questo stato di cose non può andare avanti".
Battaglia di posizione dunque, ma a termine: il tempo di ritiro dei licenziamenti  è fino al 31 gennaio. Intanto, per il futuro prossimo, i lavoratori promettono altre iniziative, anche clamorose, per portare avanti una battaglia che rischia di diventare la battaglia "simbolo" per la salvaguardia dei teatri italiani. Insomma, il Maggio continua a vendere cara la pelle.

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