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Maggiore eguaglianza, ma con giudizio Economia, Opinion leader

Le differenze nella distribuzione del reddito che si sono create negli ultimi decenni (direi dagli anni ’80 in poi, visto che prima prevaleva l’onda "egualitarista" post ‘68) avrebbero creato danni alla coesione sociale ma anche alla dinamica della crescita. O perlomeno ad una crescita sostenibile che non può aver luogo se i differenziali di reddito, e quindi di consumo, sono eccessivamente differenziati fra paesi e, dentro i paesi, fra diverse classi sociali. Il discorso è complesso. Sul binomio differenze e crescita non sarei proprio sicuro del tipo di influenza dell’uno sull’altro e viceversa. Cioè ci sono buone ragioni per pensare che una maggiore differenziazione dei redditi porti ad una spinta alla crescita (per esempio attraverso la spinta vitalistica dei cosiddetti "animal spirits") ma è abbastanza difficile trovare dati che supportano questa tesi. E d’altra parte anche la tesi alternativa non sembra facile da verificare fondandosi, quasi esclusivamente, sull’evidenza di una maggiore propensione al consumo delle classi meno abbienti. Qualcosa si può sostenere sulla spinta "da offerta" di un modello più diversificato nella distribuzione ed invece sulla spinta "da domanda" di un modello più egualitarista: ma non sembrano, in verità, effetti che possono cambiare significativamente il tasso di crescita di un sistema economico. Altri sono gli elementi che davvero incidono nelle strutture dei paesi. E allora forse possiamo tentare di spostare la discussione. E vedere i vantaggi e gli svantaggi di modelli più o meno differenziati e capire quali sono oggi gli elementi che possono spingere a puntare ora su uno ora sull’altro modello per avere insieme non solo una crescita sostenuta ma anche una buona crescita.

Alllora, in primis, cosa ci porta una crescita meno differenziata? Sicuramente un clima sociale più disteso, una maggiore coesione sociale e un sistema di vita che, a parità di altre variabili, appare sicuramente meno stressante. Un qualcosa che rischia, se estremizzato, di avvicinarsi di più all’Unione Sovietica che al Paradiso Terrestre, ma che indubbiamente mette in campo l’idea di una società più vivibile e meno competitiva. E’ facile che in tale modello la produttività del sistema nel suo complesso tenda a scendere (quindi senza un ammortizzatore monetario rischierebbe di creare problemi di competitività) ma è facile che , a parità di pil, la gente sarebbe più tranquilla. Si tratta solo di vedere quanta ricchezza si sarebbe disposti a perdere a favore di un modello meno stressante, ma è certo che una qualche forma di "scambio" sarebbe senz’altro auspicabile. Cosa ci porta invece una crescita differenziata? Certo un clima sociale più nervoso, più competitivo e , in ultima istanza, più stressante. Una minore coesione e, specialmente nei periodi di crisi e di disoccupazione, un contrasto sociale che genera frustrazione e quindi ribellione nelle classi più povere. Ma anche in quel ceto medio che non riesce ad emergere e che, d'altra parte, si trova eccessivamente appiattito sulla parte bassa dei livelli di reddito. Ed è evidente che un clima sociale di questo tipo non appare né auspicabile né, politicamente, sostenibile. Quindi  sembrerebbe esserci, diffusa e condivisa, l'idea di ritornare nelle società occidentali (lasciamo fare i differenziali fra paesi che toccano problematiche più complesse!!) ad una maggiore distribuzione del reddito e ad eliminare l'eccesso di competizione fra classi, gruppi e singoli nella corsa all'arricchimento. Ma siamo certi che questa sia la cura giusta per un ritorno ad una società più sobria, più equilibrata e, in fondo, più giusta? Io penso che la redistribuzione che avviene in Italia, se stiamo all'economia legale, sia già abbastanza elevata da non richiedere un maggiore impulso. E che andare oltre rischia di creare disaffezione verso l'impegno, il rischio e la professionalizzazione. Tutti elementi che “costano” agli individui e alle famiglie e che devono essere riconosciuti nel mondo dell'economia.

Credo invece che si apre oggi  un maggiore spazio di azione sui seguenti punti:
a) il primo è la tassazione dei patrimoni. L'attuale politica, non solo italiana, ha abbassato notevolmente le tasse sulle eredità, sul patrimonio e, in generale, sui proventi da risparmio. Penso che su questo punto occorrerebbe invece alzare il contributo non tanto per penalizzare il “risparmio” quanto per alleggerire ' il peso fiscale “al lavoro e all'impresa”. Il risparmio è sacro; ma il lavoro e il rischio di impresa sono gli elementi vitali della crescita. E per questo non vanno mortificati ulteriormente;
b) il secondo è l'affermazione del merito, della capacità, del rischio ed invece la svalutazione del ruolo, della corporazione e della rendita. Cioè spesso si critica un eccesso di differenziazione ma dietro si nasconde una critica al privilegio o all'arricchimento “senza merito”. Questo genera frustrazione e un giustificato  rancore sociale. Vedere il vicino, che viaggia magari con un Suv, con la villa al mare e con la governante senza che il soggetto esprima una qualche capacità distintiva, fa certamente male alla coesione di una comunità. E magari si è arricchito con azioni legali (e perchè no illegali) che hanno messo tutt'al più in evidenza la furbizia piuttosto che il merito. E questo non va per niente bene;
c) il terzo è una seria politica per la povertà. Quella vera. Quella che deriva da condizioni di inferiorità strutturale ma anche da difficoltà congiunturali, legate ad eventi quali una malattia , la perdita del lavoro o la cattiva conduzione di un affare. Una società che ha differenze di reddito, ma nella quale nessuno, mai nella vita, viene lasciato da solo a risolvere problemi di difficoltà economica è più sicura di una con minori differenze ma con l'assenza completa di aiuto in caso di eventi sfavorevoli. Ed a questo bisogna puntare.
Ecco, penso che nell'attuale dibattito sull'eguaglianza, bisogna cercare di non fare l'errore, a mio avviso ferale, di cercare solo, e schematicamente, di abbassare i differenziali senza invece occuparsi (e preoccuparsi) dei modi in cui il reddito viene percepito. Cioè bisogna assecondare  i metodi "virtuosi" e combattere o depotenziare i metodi "viziosi".Non solo, ma occorre preoccuparsi in primo luogo come in questo, eventuale, nuovo scenario stanno le fasce più povere e più in difficoltà della popolazione che devono essere le principali destinatarie dell'intervento pubblico (anche di quello redistributivo). L'obiettivo non è quello di diventare tutti più uguali nel reddito ma piuttosto tutti più uguali nelle potenzialità e , in caso di sconfitta, di diritti inalienabili di cittadinanza sociale.

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