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Mal’Aria, Toscana luci e ombre, è il momento di un cambiamento. Collettivo Ambiente, Breaking news, Cronaca

Firenze – Due notizie: la decrescita generale, seppure lenta, seppure a volte appena accennata, dei valori di inquinamento della regione Toscana, e la costruzione di una strategia sempre più onnicoprensiva, volta a scovare non solo le fonti primarie dell’inquinamento, quelle evidenti, bensì anche quelle secondarie. Quelle che sfuggono, ma che creano un continuo persistere di disagio ambientale per la presenza di sostanze inquinanti che non scompaiono. Mai. A parlarne, in un incontro con la stampa stamattina,  Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente toscana, Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio studi nazionale di Legambiente, il responsabile del settore Inquinamento Atmosferico per il cigno verde in Toscana Michele Urbano e il Direttore Generale di ARPAT Marcello Mossa Verre.

Due direttrici, una triplice foto sul nuovo anno che si è aperto con città in codice rosso, sul 2019 e sul decennio che ci siamo lasciati alle spalle. Nell’analisi portata avanti come Legambiente nelle campagne annuali “PM10 ti tengo d’occhio” e “Ozono ti tengo d’occhio”, che monitorano l’andamento giornaliero dei capoluoghi di provincia si è tenuto conto delle stazioni di fondo urbano e di traffico di ogni città, che per legge, dovrebbero essere quelle che risentono prevalentemente dell’inquinamento prodotto dalla circolazione automobilistica urbana.

Anche se è indubbio che il trend decennale segnala miglioramenti consistenti specie sulle polveri fini, dal rapporto emerge comunque un bilancio di luci e ombre per la Toscana.

Un incontro con la stampa, quello odierno, da un lato classico, dall’altro innovativo. “Il cambiamento che noi richiediamo e aspettiamo è un cambiamento collettivo. La responsabilità non si può attribuire, se qualcosa non va, al solo mondo istituzionale. E’ lo stile di vita generale, quello che non ci possiamo più permettere in ambito di crisi climatica”, sottolinea Ferruzza.

Come sta la Toscana? “In un trend inquadrato storicamente – dice Ferruzza – la situazione regionale è in, per quanto lieve, costante miglioramento. Il dato dell’agglomerato urbano intorno a Firenze ci rivela che, dal 2010 in poi (avvento della tramvia), un dato, su tutti gli indicatori, in netto e costante miglioramento. Del resto la cura del ferro, reti tramviarie e ferroviarie, è uno degli snodi della proposta che lanciamo all’opinione pubblica e alle istituzioni”.

Un dato che è passato inosservato dopo anni di allarme, è il dato sull’ozono. “Il dato dell’ozono è un dato preoccupante in generale – dice Ferruzza – un dato che si registra in particolare nei mesi estivi (giugno-luglio e con una coda importante in agosto) quando l’irraggiamento solare che scatena le reazioni fotochimiche che danno vita all’ozono è al massimo. Ma il fenomeno, innescato dall’irraggiamento solare è tuttavia possibile grazie alla presenza di inquinanti precursori, il che significa che la reazione chimica la cui risultante è l’ozono, è possibile perché ci sono già presenti, da mesi, gli elementi inquinanti”. L’ozono dunque è una sorta di spia, aseterisco che “sta sopra le nostre teste”, e che è un dato che non riguarda solo la piana metropolitana di Firenze o Lucca, ma riguarda anche la provincia di Pisa, di Grosseto, Pistoia, Prato …”. Dunque il dato dell’ozono significa, spiega Ferruzza, che, sebbene la situazione dell’aria in Toscana tenda a migliorare, non bisogna credere che sia cessato allarme, anzi, è bene mantenere gli occhi aperti e pronti.

“Chiudo su due serie storiche interessanti – dice ancora Ferruzza – intanto, sulla centralina di viale Gramsci, con i dati sul biossido di azoto, che è l’unico dato che porta un po’ fuori serie su Firenze. Andando a vedere la serie storica, 2007-2019, del biossido di azoto, la centralina di traffico urbano dà una situaizone di sempre rosso, pur con superamenti sempre in decremento. Il che significa che ci troviamo sempre oltre il gradiente massimo,vale a dire 40 miriagrammi al metro cubo. Quindi: situazione in netto miglioramento, ma con una situazione topica di inquinamento, quella di viale Gramsci, dovuta ovviamente al traffico veicolare, che ci deve preoccupare. Altra situazione simile, la stazione di Capannori, con uno storico, dal 2010 al 2019, che fotografa un “sempre rosso” con unica eccezione, nel 2013″. Si tratta in realtà di rilevazioni giornaliere, su cui viene ponderata la media statistica annuale. E se i punti su cui concretamente e ragionevolmente si può e si deve fare pressione, dice il presidente di Legambiente regionale, sono senz’altro il traffico veicolare e l’uso domestico del riscaldamento (caldaie) un dato su cui si fa poca informazione è l’impatto degli impianti di raffrescamento, ovvero l’aria condizionata, con emissioni di aria calda che aumentano il tema delle isole di calore.

Efficientamento e razionalizzazione. E’ questo, il binomio insostituibile, dice l’ingegnere Michele Urbano,  per afforntare il tema dello sviluppo sostenibile della razza umana. “L’unica energia che non inquina è quella che non viene utilizzata . Attraverso l’efficientamento dell’impiego dell’energia abbiamo rilevato un miglioramento degli indici in ampie zone del territorio negli ultimi 10 anni”. Del resto, mentre il pm10, grazie anche alle leggi regionali in tema, si è abbassato, lo stesso non è successo con l’ozono, che ha andamento altalenante e che rimane comunque inalterato. Per l’ozono troposferico, un inquinante tipicamente estivo il cui limite previsto dalla legge è di 25 giorni all’anno con una concentrazione superiore a 120 microgrammi/metro cubo (calcolato sulla media mobile delle 8 ore), nel 2019 sono state ben 5 le aree che hanno superato il limite dei 25 giorni: Lucca con 44 giorni di sforamento, Grosseto Maremma 37, Firenze Settignano 30, Montecerboli (PI) con 31 e Montale 29. Come risulta evidente dai dati delle tabelle allegate, i valori di concentrazione di ozono in Toscana si sono mantenuti elevati e critici per tutto il decennio. L’andamento degli indicatori calcolati sui dati di ozono non mostra cioè un trend preciso ma indica un costante superamento del valore obiettivo in gran parte della regione.

Dunque, efficientamento energetico, ma anche chiarezza. “Dobbiamo riconoscere – dice Urbano – che il traffico, soprattutto veicolare e in particolare quello legato ai mezzi pesanti, diesel soprattutto, presenta delle criticità. E’ uno dei punti su cui bisogna agire”. Punti che andranno approfonditi: il ruolo ad esempio dell’agricoltura e dell’industria, in un discorso corale in cui “non possiamo più ragionare in termini di fattori primari di emissione, dobbiamo tenere in considerazione il quadro generale e complessivo, che deve per forza tenere conta di una multidisciplinarità necessaria”. Del resto, il progetto regionale Patos, coinvolge una serie di dipartimenti proprio in omaggio a questo che si fa necessariamente un discorso sistemico. Un dato di metodo tuttavia è assodato: “Efficienza e razionalità portano senz’altro a un risparmio ambientale, ecologico e anche sanitario. Non dimentichiamo che la regione Toscana è la seconda regione, nel 2017, per la spesa sociale legata all’incidentalità”. L’efficientamento energetico, del resto, può diventare anche un volano per un’economia che stenta a ritrovare lo slancio, negli interventi necessari a produrre questo sforzo di efficienza. “Impatto edilizio, impatto tecnologico – dice ancora Urbano – una via d’uscita dalla crisi”.

Impatto sulla salute umana. Legambiente ricorda che l’inquinamento atmosferico è al momento la più grande minaccia ambientale per la salute umana ed è percepita come la seconda più grande minaccia ambientale dopo il cambiamento climatico. A pagarne le conseguenze sono i cittadini. Ogni anno sono oltre 60mila le morti premature in Italia dovute all’inquinamento atmosferico che determinano un danno economico, stimato sulla base dei costi sanitari comprendenti le malattie, le cure, le visite, i giorni di lavoro persi, che solo in Italia oscilla tra 47 e 142 miliardi di euro all’anno (330 – 940 miliardi a livello europeo).  La Commissione europea ha messo in atto molte procedure di infrazione contro gli Stati membri – tra cui l’Italia – per il mancato rispetto dei limiti comunitari in tema di qualità dell’aria. Stati membri già alle prese con azioni legali intraprese da associazioni e gruppi di cittadini che chiedono di poter respirare aria pulita.

“Gli inquinanti che ci preoccupano di più nel periodo invernale, vale a dire il pm10 e il pma, ovvero il particolato atmosferico, si rileva, negli ultimi tre anni, un leggero miglioramento – dice il direttore generale dell’Arpat Mossa Verre – la situazione sta migliorando, un miglioramento leggibile dal punto di vista degli strumenti, un miglioramento non drastico, lieve ma costante. Ma non è il momento di sedersi sui risultati, bisogna andare avanti. Le centraline di rilevamento in tutta la regione non raggiungono mai la media dei 40 microgrammi per metrocubo, la media regionale delle centraline è 20,6 microgrammi, che è un dato tutto sommato abbastanza buono”. Questi sono i limiti della legge nazionale, ma l’OMS stabilisce che, per non avere ricadute sulla salute, si sta intorno ai 20 microgrammi di inquinanti al metro cubo. Che è una media a cui, globalmente, cominciamo a tendere. “La media delle centraline di fondo – continua il direttore generale di Arpat – è intorno al 20. L’altro parametro cui si guarda per definire l’inquinamento invernale sono gli sforamenti, i superamenti dei 50 microgrammi. Nel 2011, quasi tutte le centraline rilevavano questi sforamenti, nel 2019, solo quella di Capannori, per ragioni anche endogene al territorio”.

Di seguito, le proposte di Legambiente: 

Traffico:

  • Inserire in tutta la pianificazione nazionale, regionale e urbana obiettivi ambiziosi e vincolanti che mettano al centro il potenziamento del Trasporto Pubblico Locale (TPL) – indirizzato fin da subito verso le motorizzazioni elettriche a emissioni zero – e politiche disincentivanti per l’utilizzo delle auto private nei centri urbani che dovranno inesorabilmente rimanere l’ultima (e più cara) opzione di mobilità in città. Obiettivi che si possono raggiungere attraverso la realizzazione di zone centrali a pedaggio e l’implementazione delle tariffe sulla sosta ma anche attraverso la realizzazione di percorsi pedonali, ciclabili e preferenziali a supporto della mobilità collettiva.
  • Nelle città occorre ripensare l’uso degli spazi pubblici adattandoli in funzione delle persone e non delle auto. Obiettivo realizzabile pensando ad interventi di arredo urbano integrato a misure efficaci come la creazione di ampie “zone 30” che prevedano anche la messa in opera di dossi stradali o alterazioni della pavimentazione (come avvenuto a Milano) utili a far rispettare il limite di velocità di 30 km/h consentito; prevedendo nuovi spazi verdi nei centri urbani attraverso la messa a dimora di alberi nelle vie del centro e delle periferie, aiuole supplementari, ma anche intervenendo sugli edifici e sui tetti (TETTI VERDI).
  • Includere e integrare nei piani a competenza locale (come i Piani di risanamento dell’aria regionali o i PUMS comunali o metropolitani) misure che incidano anche sulle infrastrutture di carattere nazionale (autostrade, ferrovie, porti, aeroporti e interporti merci). Ad esempio la riduzione della velocità in autostrada nei giorni di superamento dei limiti o in determinati periodi dell’anno in molti contesti urbani comporterebbe una significativa riduzione di emissioni inquinanti. L’esperienza, durata un anno in un tratto dell’Autobrennero che ha ridotto la velocità da 130 a 100 km/h per ridurre l’inquinamento da NOx, è stata molto positiva e ha visto la riduzione degli inquinanti mediamente del 10% con picchi fino al 40% per alcune tipologie di motorizzazioni (Euro5). La scusa che i limiti autostradali siano modificabili solo per motivi di sicurezza non è più un dogma insormontabile come dimostrano le esperienze in Francia, Austria e Svizzera (con la riduzione dei limiti di velocità anche nei periodi estivi sino a 85 km/h).
  • Informare e sensibilizzare i cittadini sull’evoluzione del mercato dell’auto, aumentandone la consapevolezza e orientandone le scelte. In molte città ormai è cominciato il conto alla rovescia per i motori diesel (da Milano a Torino, passando per Parigi e molte altre città tedesche e statunitensi) attraverso l’imposizione di limiti di circolazione sempre più rigorosi e crescenti nel tempo. Ad esempio, chi ha acquistato un veicolo diesel prima del 2019 deve sapere che tra il 1° ottobre 2025 e il 1° ottobre 2028 le motorizzazioni Euro6 (fino all’Euro6C) non potranno più accedere in città (come per l’Area B a Milano). Dal primo ottobre 2030 il divieto verrà esteso anche agli Euro6D-Temp e Euro6D-full di ultima generazione.
  • Incentivare economicamente la rottamazione dei veicoli più inquinanti destinando il contributo economico NON all’acquisto di un nuovo veicolo ma all’acquisto di abbonamenti al TPL, minuti gratis ai vari car sharing – bike sharing presenti sul territorio.

Climatizzazione domestica:

  • Eliminare i sussidi alle fonti fossili – causa dell’inquinamento atmosferico e del cambiamento climatico – che l’Italia ogni anno mette nella legge di bilancio (nel solo 2018 sono stati pari a 18,8 miliardi di euro tra sussidi diretti e indiretti) destinando l’equivalente cifra all’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare – pubblico e privato – del nostro Paese.
  • Vietare l’uso di combustibili fossili inquinanti nel riscaldamento degli edifici.
  • Programmare la sostituzione delle caldaie che utilizzano combustibili solidi (legna, pellet) dove si superano i limiti di legge in maniera sistematica.
  • Favorire la diffusione di nuove tecnologie ormai consolidate come le pompe di calore.

 

 

 

 

 

 

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