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Maltempo: un maledetto quarto d’ora di violenza Cronaca

Firenze – Un quarto d’ora di inferno, quello che nella mattinata di ieri ha sconvolto città e provincia, schiaffeggiandole di vento e grandine. “Mai visto niente del genere”, la frase più ricorrente nell’incredulità generale, ed è vero: la bufera che si è abbattuta su Firenze è figlia di dinamiche climatiche nuove, dove la durata delle precipitazioni lascia il posto all’intensità, ad una furia distruttrice imprevedibile cui non si è pronti a rispondere.

Oggi si contano i danni di quel quarto d’ora di straordinaria violenza, il maltempo che alle 12.45 ha messo all’angolo la città. Ingenti i danni alle colture e al patrimonio artistico (la cui stima – stando alle prime valutazioni – è seconda solo all’alluvione del ’66), alberi caduti come birilli, tetti danneggiati, auto in sosta schiacciate. La vera sorpresa del day after è che vi siano state vittime: su oltre 90 richieste d’intervento al 118 tra le 12.30 e le 13.30, sono stati 20 i codici rossi per traumi da caduta, come 20 le squadre di pompieri in azione tra Firenze e l’Empolese.

Tanta paura e qualche contusione, insomma, ma incredibilmente niente di più. Sorte diversa è toccata al patrimonio museale del centro storico, dove la bomba d’acqua del 1° aprile scorso aveva già aperto la strada a infiltrazioni e lievi cedimenti. La Biblioteca Nazionale è ancora una volta vittima del maltempo: grandine e vento hanno rotto i vetri e aperto le finestre delle terrazze; l’acqua ha inzuppato carte geografiche, incisioni e manoscritti del 600 e 700 e sommerso i sotterranei.

Di pompe idrovore neanche l’ombra in quanto “non comprese in dotazione”. Paura e danni anche alla Galleria degli Uffizi, dove al momento del nubifragio erano presenti circa  800 visitatori, poi evacuati. Qui sono state danneggiate le cornici di due quadri e alcune tegole del tetto di San Pier Scheraggio, l’acqua ha preso a scorrere sul pavimento del Corridoio Vasariano mentre il vento spazzava via ombrelloni e tavolini della terrazza. Sorte peggiore al museo di San Marco, che resterà chiuso per un tempo indeterminato a causa della caduta del grande cedro del Libano che si ergeva al centro del chiostro di Sant’Antonino. Consistenti i danni anche al Museo di Palazzo Davanzati, dove gran parte della collezione di tessuti si è inzuppata nel giro di pochi minuti, e a San Lorenzo, che ha visto la grandine mandare in frantumi le vetrate della sagrestia vecchia. Sei il numero di vetri distrutti invece nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti.

Infiltrazioni anche al Museo Bardini e al nuovo Museo del Novecento. Distrutto il Cimitero degli Inglesi di Piazza Donatello e “tutto da buttare” per gli ambulanti di San Lorenzo. All’ospedale di Santa Maria Nuova alcuni interventi previsti per la giornata sono saltati a causa di un guasto agli ascensori. Sotto controllo la situazione alle Cascine, mentre per l’intera giornata di ieri sono stati chiusi il Forte Belvedere, il Parco dell’Anconella e quello dell’Albereta. Chiuso anche Boboli (dove alla caduta di alcuni alberi si sono sommati lievi smottamenti), ma il conto più salato lo paga il Giardino dei Semplici. Il secondo orto botanico più antico d’Italia “non sarà più lo stesso”, ha detto Giovanni Pratesi, direttore del Museo di Storia Naturale.

“Temiamo danni irreversibili ad alberi e piante. Ci vorranno secoli perché tornino allo stato ottimale in cui erano prima che si scatenasse l’inferno”. Una prima stima parla di centinaia di migliaia di euro di danni, ma è destinata a crescere. Non è ancora chiara, infatti, l’entità delle conseguenze della caduta di un pino di 30 metri d’altezza, di tigli, faggi e cipressi per un totale di circa 20 alberi. In Via del Campuccio, un tiglio del Giardino Torrigiani si è spezzato in due colpendo auto e abitazioni limitrofe. In città, alle 14.30 si contavano 23 piante cadute su auto e case, quando Nardella ha riunito a Palazzo Vecchio l’unità di crisi. “La macchina della Protezione Civile ha funzionato al meglio”, ha dichiarato il sindaco.

Certamente ha visto all’opera i soccorsi alla scuola Don Milani di Legnaia, la più colpita tra gli edifici scolastici, dove 400 ragazzi sono stati fatti evacuare giusto in tempo per scampare al crollo di una parte del controsoffitto e alla  lesione dello strato esterno del tetto che, a tempesta passata, “sembrava appoggiato sul lato sbagliato”. Circa 200.000 euro i danni per la scuola, l’unica che lunedì resterà chiusa. Devastati i dehors del centro, dove l’acqua ha raggiunto il mezzo metro d’altezza in Via dei Cerchi e ha costretto alla chiusura temporanea il terzo e quarto della Rinascente. Poi i disagi al traffico, ovvio. Agli allagamenti diffusi in tutte le zone della città (particolarmente colpito Viale Belfiore), si è sommato un tappo sulla Fi-Pi-Li a causa della caduta di un albero nel tratto tra Signa e Ginestra.

Traffico in tilt anche sull’Aurelia: la tromba d’aria e grandine lascia infatti la firma anche in provincia e in altre zone della Toscana. Poco prima che il cielo rabbuiasse su Firenze, a Lucca erano le 11.30 quando i lampioni della città si sono automaticamente accesi. Poi la bomba d’acqua. Strapazzate da una tromba marina anche Viareggio, Pietrasanta, Massarosa, Torre del Lago e il Lido di Camaiore. Bufera anche su Pisa, dove nel giro di pochi minuti il vento ha raggiunto i 50 km orari e 18 millimetri d’acqua sono caduti sulla città. La zona compresa tra Lamporecchio e Cerreto Guidi ha avuto la peggio, con capannoni industriali e case scoperchiate (“le tegole sono improvvisamente diventate proiettili”). Diciotto i feriti solo nella zona.

Il quarto d’ora di apocalisse lascia in ginocchio anche gli agricoltori. Da dimenticare la vendemmia, in particolare, soprattutto nella zona compresa tra Scandicci e Carmignano, nel Montalbano e nell’Empolese. Il futuro è incerto. “Si tratta di eventi violenti e imprevedibili – ha dichiarato il climatologo Giampiero Maracchi – a cui Firenze dovrà fare l’abitudine”. Tocca farla presto: l’unica certezza, infatti, sembra la frequenza in aumento.

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