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Manoa, il sogno della “Toscana equatoriale” del Granduca Ferdinando Opinion leader

Firenze – Questo racconto trae origine da una vicenda storica tanto straordinaria quanto poco conosciuta, ovvero la spedizione Thornton, promossa e finanziata nel 1608 dal Granduca Ferdinando I dei Medici allo scopo di costituire una base commerciale nelle Indie Occidentali, tra il Rio delle Amazzoni e l’Orinoco. Il sogno di una “Toscana equatoriale” infranto con la morte prematura del Granduca.

LA RICERCA DEL PARADISO

(Ascesa e caduta della città di Manoa)

Si narra che tra le carte del Provveditore livornese Niccolini fosse stata trovata, non si sa da chi, una veduta di città sulla cui identificazione storici e antropologi hanno fornito, nel tempo, varie e discordi interpretazioni: una città che non figura nei catasti reali delle terre d’oltremare ma che si ritiene faccia parte, da secoli, dei miti e delle ossessioni di pionieri e viaggiatori d’ogni specie: Manoa, la Città Aurea.

Il disegno, eseguito a penna e acquerellato a base di sarcolla, su carta cotone, sembra raffigurare un grande insediamento immerso nella palude e invaso dalla vegetazione tropicale da cui affiora, nonostante tutto, una maglia stradale costruita su due assi ortogonali e orientata sui quattro punti cardinali, una scacchiera rigorosa di isolati, una grande piazza, forse la piazza del mercato, con una colonna di pietra al centro, circondata da porticati e da edifici comunitari, il tempio, la scuola, il teatro, la fumeria.

°°°

Un senso di sbigottimento deve aver colto il Granduca nel leggere la lettera che Baccio gli aveva spedito mesi prima da Lisbona. Il galeone e la tartana erano già salpati dal porto di Livorno e si stavano dirigendo verso le coste delle Indie Occidentali. Da tempo Ferdinando I sognava una colonia toscana al di là dell’oceano e la spedizione era stata minuziosamente programmata sotto la direzione del navigatore e cartografo inglese Robert Dudley. All’orgoglio di aver portato il Granducato al centro della politica europea, di aver avviato il potenziamento marittimo delle città della costa, di aver debellato la pirateria turca e barbaresca espandendo il commercio mediterraneo, si accompagnava tuttavia una sottile inquietudine appena disciolta tra rotoli di mappe che raccontavano di nuovi mondi, di terre incognite, di popoli misteriosi, di ricchezze d’ogni specie.

Ora Baccio gli parlava di città da fondare, di pietre e di metalli preziosi da importare, di pelli pregiate da acquistare, di schiavi a buon mercato da impiegare nelle grandi imprese dello Stato.

Baccio da Filicaia:

– Ciò che avevo scritto nella lettera che inviai a Sua Altezza Serenissima, è nulla a confronto con quello che ho potuto vedere nei miei viaggi nelle terre d’oltremare. E non solo per le ricchezze naturali che vi si trovano in grande abbondanza.-

Sua Altezza Serenissima :

– Voi sapete, Baccio, che da tempo sto cercando di creare una colonia su quelle coste. Abbiamo bisogno di materia prima, di legname soprattutto per i nostri vascelli, e sappiamo, dai nostri amici olandesi, che ve n’è in grande quantità e della migliore specie. Non dovrei dirlo, ma già ne importiamo tramite il nostro approdo atlantico di Larache. –

Il Granduca sembra infiammarsi. Chiama il segretario di camera che, già allarmato, dispone sul pavimento con grande cura una serie di tavolette: ebano di pernambuco, palissandro jacarandà, mogano acajù, andiroba, ciliegio jatobà (1). Un mosaico suggestivo di toni, di riflessi, di gradazioni, di venature.

– Serenissimo, non volevo alludere a questo. C’è ben altro tra le foreste e i corsi d’acqua di quelle regioni. E non solo diaspri per la vostra fabbrica livornese.-

Baccio sembra non accorgersi della smorfia di sfida del Granduca e dopo aver estratto dalla cintola un sacchetto di pelle ne sparge il contenuto sotto il candeliere: smeraldi, ametiste, topazi imperiali, acquamarine, quarzi, crisopazi di ogni colore e trasparenza. Un caleidoscopio di riverberi luminosi e variopinte sfaccettature che proiettano sulle pareti dello studiolo un grandioso e luccicante planetario.

Non ancora soddisfatto, Baccio apre una sacca di cuoio di bufalo e posa sullo scrittoio un pettorale d’oro zecchino, due collari a mezzaluna, una maschera rituale e un diadema di oro e tormaline.

Due mondi si incrociano: i commerci, i traffici, gli scambi monetari, i negozi bancari. Dall’altro, l’occupazione delle terre, la fondazione di città, la costruzione di strade, di approdi, di fortificazioni.

Il Granduca vagheggia nuove e più inebrianti avventure. Una grande città protesa sull’acqua, che si ingorga di galeoni, di caracche, di tartane. Vede i moli traboccanti di mercanzie: orci di olio di pequì e di dendé (2), sacchi di zucchero di canna e di fave di cacao, ceste di noci di cocco, pistacchi, acajù (3). E, ancora, canestri ricolmi di bacche di genipapo e di urucum (4) per le tintorie del Granducato, gerle di foglie di tabacco. Ma, soprattutto, forzieri di pepite, casse di minerali d’argento, scrigni di diamanti, agate, opali.

Il Granduca ora vuol saperne di più. Si accosta alla “sfera” del Danti. Ruota il globo terracqueo. Si ferma sull’immagine del Nuovo Mondo.

– Mentre noi parliamo, caro Baccio, la Santa Lucia Buonaventura e la tartana saranno in vista delle nuove Indie. Ma da quello che mi dite sento il bisogno di avere maggiori chiarezze e informazioni. Vi prego pertanto di descrivermi più in dettaglio i vostri viaggi attraverso il Verzino (5). Soprattutto dovete raccontarmi di questa città misteriosa, dove i poteri del frigio Mida e le sabbie aurifere del fiume Pactolus sono di ben poco interesse a confronto.-

Baccio da Filicaia:

– Mai nei miei viaggi mi ero spinto fino alle porte di Manoa, la città aurea. Sapevo di tentativi falliti di molti miei predecessori, avventurieri d’ogni risma, conquistatori d’ogni casata imperiale, mercenari d’ogni bandiera, evangelizzatori d’ogni ordine, missionari d’ogni credo, cercatori d’ogni angolo della terra, ma solo il conte di Warwick me ne aveva parlato come di un’ossessione, dopo le sue esplorazioni alla foce del grande fiume: una città sperduta nella foresta, presso la riva di un

lago o di un vasto acquitrino, a nove giorni di marcia dai villaggi della costa. Fu allora che, su ordine del Governatore Generale (6), mi arruolai nelle spedizioni di un bugueiro, un feroce cacciatore di indios, alla ricerca dei giacimenti d’oro di cui da tempo si narrava.

Ora, Serenissimo, vorrei descrivervi Manoa come la città del sole, una città radiosa dove gli abitanti convivono con le più alte virtù e i più puri sentimenti, in comunanza di beni e di spirito. Un insieme di anime d’ogni epidermide, nate nella foresta o discese dai pendii dell’altopiano, sbarcate dalle regie galere o approdate con canoe di mogano caoba . A Manoa le donne ai lavatoi cantano da mattina a sera, il calzolaio intona la romanza ascoltata la sera prima al teatro dell’opera, lo speziale regala resina di yagé, foglie di cachruna, olio di carapa, sciroppo di cinchona, fiori di agrimonia (7), l’alchimista dispensa distillati di zolfo ed elisir di lunga vita. A Manoa sciamani e cristiani celebrano battesimi e matrimoni sulla riva del fiume dove nel plenilunio i giovani amoreggiano al frinire delle cicale e allo stridio degli ara golablu.

Lo straniero che si aggirasse per la città e si inoltrasse negli spazi più intimi della vita comunitaria scoprirebbe che i palazzi, le ville, i templi, le case di taipa, le malocas (8), obbediscono ad una gerarchia di forme e di usi solo apparente. I tappeti caucasici, gli arazzi di Fiandra, i damaschi di Siria, i broccati veneziani, i lampassi di Lione, il vasellame kintsugi della reggia più sontuosa sono ben misera cosa rispetto al bagliore che la filigrana d’oro e d’argento degli ornamenti e delle suppellettili sprigiona nella più modesta capanna di foglie di palma.

Come vostra Signoria ha giustamente inteso, le molte virtù che rifulgono nella città e che la rendono felice si reggono dunque su questo metallo immortale. A Manoa si è finalmente rivelato il segreto della pietra filosofale.-

Baccio, a questo punto, sfoglia la relazione di viaggio che aveva preparato e comincia a leggere:

– Arrivammo all’alba, dopo una lunga navigazione contro corrente. Fiaccole appese a lunghe pertiche di bambù illuminavano ancora il pontile. Nessuno dei due cablocos che scaricavano le merci per il mercato sembrava accorgersi della nostra presenza. Ci incamminammo verso la piazza tra canestri di açai, noci di cocco, radici di yuca (9). Una folla variopinta di mamelucchi, indios guaranì, moreni, cafuzi, mulatti (10) si accalcava ai banchi del mercato. Sotto la loggia del pesce una giovane dai capelli corvini e una ghirlanda di gigli e orchidee pavone vendeva uova di testuggine in panieri intrecciati di steli d’oro. Nei chioschi all’ombra di palme Jupatì gruppi di battellieri sorseggiavano mara kuya (11) in coppe di argento cesellato. Attraversammo corsi d’acqua che si intersecavano come nastri argentati. Strade lastricate di quarzo aurifero si aprivano e si chiudevano in un groviglio di ramificazioni senza fine.

I palazzi nobiliari in pietra dorata e marmo ci accolsero con le loro trabeazioni d’oro massiccio. Finestre di alabastro e smeraldo illuminavano le case di argilla dai riverberi aurei. Culmi intrecciati d’oro e stoppie d’argento sfavillavano sotto il sole equatoriale dai tetti delle capanne al margine della foresta.

Quando poi ci affacciammo all’ora del tramonto gli ultimi raggi si specchiavano nelle lamine d’oro delle pensiline proiettando nell’incipiente crepuscolo una costellazione di astri luminescenti.

Il recinto sacro si trovava nella parte centrale della città. Festoni ricamati d’oro e ghirlande di pietre preziose addobbavano i porticati tutti intorno. Lampade di pelle d’arancia e olio di tartaruga rischiaravano lo spiazzo.

Entrammo nel tempio che occupava il lato di ponente. Ci inondò una fantasmagoria di riflessi aurei e argentei che la talha dourada (12) sprigionava e che rimbalzavano sulle colonne delle navate e sulle sfarzose modanature del soffitto in un lampeggiare di luci e di colori. Ci trovammo al centro del recinto quando si accesero le torcere e si dette inizio ai riti della luna nascente. Brigate di giovani ostentavano il nobile metallo in ogni forma di abbigliamento: accollati farsetti ricamati d’oro e di pietre preziose, panciotti di tessuto laminato d’oro, colletti di pizzo, calzoni alla paggio, spade di Toledo con guardia in argento cesellato e pugnali dorati, croci d’oro e ogni altra cosa dello stesso tipo, fino al berretto tempestato di gioielli e piume bianche. Ad essi si stringevano le spose, creole e meticcie, incipriate di polvere aurea, vestite come grandi dame, con abiti di seta ricamati e guarniti di filo d’oro e perle.

Una schiera di ragazze ‘tupi’ con maschere d’oro massiccio e diademi di ametiste e di berillo si apprestava ad eseguire una danza al suono di flauti sacri, maracà e carimbò (13).

Tavole imbandite di ogni pietanza occupavano il limite del recinto: trance di tambaquis, filetti di lamantino, grigliate di tucunarè e piraricù (14), riempivano i vassoi di oro zecchino. Quarti di pecari tajacu, di tapiro e di daino rosolavano su spiedi d’oro massiccio. Cabaré d’oro smaltato abbondavano di maniçoba, vatapà, focacce di manioca, pane di beijù (15). Zuppiere di argento martellato colme di legumi e verdure di ogni genere, tucupì, jambù, quiabo (16), si accompagnavano a ciotole dorate di spezie e salse d’ogni tipo: zenzero giallo, pepe nero, cannella, finocchio, bacurì. Alzate in argento e oro esponevano sotto le loro cupole di cristallo torte di banana e di cacao, bolo de rolo, dessert di goiabada, miele selvatico, cupuaçu (17). Da fruttiere di ceramica incrostata di smeraldi e topazi pendevano abacaxì, banane, mamão, mango, cajù (18).

Brocche d’oro traboccavano infine di pupunha, jacuba, acqua di noce di cocco, guaranà, cachaça (19).

Alla fine della danza un’esplosione di fuochi d’artificio, mortaretti e luminarie d’oro e d’argento, giochi d’acqua anticipò il Dubukaree, la festa dei doni. Un’orda di nativi dai volti dipinti di urucum e genipapo, con copricapi di penne d’airone e caviglie ornate di bacche rosse, si sparse per la cerimonia offrendo pepite ad ognuno.

Fu allora che lo sciamano cerimoniere, inneggiando ai demoni jurùparu, avanzò nel centro del recinto con una ciotola di niopo da fiuto e una caraffa di caapi (20), la bevanda che rende immortali, il vino delle anime. E fu allora che inalando la polvere e bevendo una coppa dopo l’altra prendemmo a tremare con tutto il corpo fino a stramazzare esausti e privi di sensi.

Ci vollero due giorni e due notti per riprendersi dalla narcosi, abbandonati su una piroga alla corrente impetuosa del fiume fino a che non fummo soccorsi da una missione di padri cappuccini.

°°°

Sappiamo che il sogno tropicale del Granduca si spense con la sua prematura morte. Sappiamo anche che poche testimonianze ci restano di quella immaginifica avventura.

A seguito del ritrovamento del disegno furono rinvenuti alcuni fogli di un giornale di bordo che gli studiosi ritengono di attribuire alla spedizione e che si pensava perduto. Ne disponiamo una trascrizione recente:

« Alba del 12 febbraio 1609, ultimo quarto di luna. Cassero del Santa Maria Bonaventura. Ci inoltriamo per il grande fiume. Risaliamo la corrente e accostiamo nell’ansa di Capo Orellana

ormeggiando con le gomene al fine di ricevere di proda l’onda di piena della macarea (21), come da istruzioni della Carta dall’Autore. L’acqua è melmosa e turbolenta. Vento di grecale……………………….

…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

26 febbraio 1609.

Dopo due settimane di navigazione imbocchiamo il braccio di levante che chiamano rio nero per l’acqua molto scura. Vento di maestro. Ormeggiamo e sostiamo presso l’aldeia di …………………………

27 marzo 1609

Sono trascorse sei settimane di navigazione. Ancoriamo nei pressi della missione di Sao Gabriel. I padri ci suggeriscono di risalire il corso che i nativi chiamano fiume bianco e che, sostengono, attraverso un paranà sia possibile raggiungere, in canoa, la capitale reale, la città d’oro, la città di Manoa……………………………………………………………………………………………………………………………………………..

30 Marzo 1609

L’indio yanomami che ci aveva fatto da guida è fuggito appena abbiamo avvistato le prime costruzioni della città. Ci inoltriamo tra i vicoli invasi da radici giganti di kapok e di ficus. Scimmie urlatrici e pappagalli canindé ci accompagnano saltando da un ramo all’altro. Dobbiamo farci strada tra mangrovie, rizomi acquatici e ragnatele di liane. Una coppia di basilischi piumati ci osserva da lontano. Costeggiamo muri di fango rappreso dipinti un tempo di ocra gialla; le costruzioni dovevano brillare al sole come uno scrigno immerso nella foresta. Flebili lamenti sembrano provenire da un pertugio che si apre sulla parete di un edificio in rovina. Forse è soltanto una suggestione. Forse sono sibili di serpenti frustino. Scopriamo che si tratta di un vecchio carcere. Nel cortile alcuni scheletri penzolano nelle gogne di legno a tre teste. Nell’ala di ponente brandelli di corpi umani ciondolano dal pau de arara (22). Raggiungiamo quella che era la piazza principale e ciò che rimane del luogo dove si teneva il mercato degli schiavi. Il porticato risuona ancora delle grida dei pombeiros e dei tangomaus (23) che si azzuffano nella contrattazione dei nativi appena deportati. Centinaia di teschi dai collari di acciaio rugginoso biancheggiano sul terreno. I monaci della missione che ci accompagnano ci indicano i resti di crani e di ossa incastrati negli anelli delle catene del pelourinho (24). Il tempio, o almeno ciò che sopravvive, è seminato di carcasse umane e di corpi imbalsamati dilaniati dagli orsi tamanduà.

I monaci ci parlano di epidemie funeste: il vaiolo ha sterminato i moreni sequestrati dai bandeirantes nei mocambos e nei quinlombos (25) della regione e costretti nelle piantagioni di cacao e canna da zucchero; la malaria ha decimato le migliaia di profughi fuggiti dai villaggi e dalle fattorie dei coloni; la febbre gialla e il sarampo (26) hanno spopolato aldeias e comunità native. I monaci raccontano anche delle Tropas de resgate, i cacciatori di indios, che irrompevano nelle malocas, violentavano le donne, incatenavano gli uomini e incendiavano gli accampamenti. Raccontano dei bugueiros, bande di mercenari, sterminatori di nativi, al soldo dei proprietari terrieri e degli allevatori. Raccontano anche delle razzie di bambini sottratti alle famiglie da predicatori ed educatori d’ogni fede e d’ogni risma. Nell’adiacente cimitero vediamo affiorati dalle fosse i cadaveri consunti che i pecari e i capibara (27), raspando, hanno disseppellito. Portano ancora monili d’oro di finissima fattura: bracciali, collane, barbazzali, ciondoli d’ogni forma e dimensione. La vista dell’oro ci dà alla testa. Scopriamo tutte le sepolture, scaviamo. Emergono ingenti resti di vasellame, coppe, tazze, oggetti rituali, borse, cappelli, ceste. E ancora, gioielli, collari, pendenti, decori………. Bisogna sedare risse e ferimenti, il nocchiere è stato accoltellato, il

mozzo e il cambusiere sono stati aggrediti a colpi di machete, il capitano d’armi stenta a ripristinare l’ordine…,dobbiamo ritornare in fretta alle canoe e imbarcarsi……………….-

Dalle carte del Provveditore Niccolini risulta infine una comunicazione al segretario del Granduca nella quale si riporta la testimonianza dello scrivano della spedizione che parla del tentativo di ammutinamento, durante la navigazione, di una parte dell’equipaggio con lo scopo di uccidere il capitano della nave e depredarne il bottino. Con la conseguente reazione che porta ad abbandonare i due organizzatori sulle coste del grande fiume e ad incatenare nella stiva gli altri congiurati.

Pare, comunque, che la preziosa merce, una volta scaricata ed esaminata dagli orafi del Granducato, non fosse tale. Nelle taverne dell’angiporto si racconta che non si trattasse di oro ma di capim dourado, una fibra vegetale spontanea che nasce ai margini della foresta e che i nativi hanno da sempre raccolto e lavorato a intreccio per gli ornamenti della propria tribù.

Alecrim, alecrim dourado

Que nasceu no campo sem ser semeado

Foi meu amor que me disse assim

Que a flor do campo é o alecrim

Foi meu amor que me disse assim

Que a flor do campo é o alecrim

Alecrim, alecrim dourado

Que nasceu no campo sem ser semeado

Alecrim, alecrim dourado

Que nasceu no campo sem ser semeado

Foi meu amor que me disse assim

Que a flor do campo é o alecrim

Foi meu amor que me disse assim

Que a flor do campo é o alecrim

Alecrim, alecrim dourado

Que nasceu no campo sem ser semeado

 

Massimo Gennari e Simona Lazzerini

 

NOTE ESPLICATIVE

1 Specie legnose pregiate della foresta amazzonica.

2 Il Pequi Caryocar brasiliense è una pianta dal cui seme si estrae grasso vegetale. La Dendé è una palma da olio.

3 L’Acajù, voce indigena d’origine tupì, ha due varietà: la specie legnosa da cui si ricava il mogano e la pianta da frutto dell’anacardio.

4 Il genipapo o jenipapo è il frutto del Jenipapeiro, pianta nativa, da cui si estrae la ginepina, sostanza dal colore viola o blu che a contatto dell’aria diventa nera. L’ urucum o annatto, è un colorante giallo-rosso estratto dai semi della Bixa-Orellana, pianta spontanea amazzonica. Usati entrambi come tintura della pelle dagli indios della regione.

5 Verzino, sinonimo in questo caso di Brasile, in quanto pianta della specie cesalpinia echinata, ovvero il pernambuco o pau brasil, caratteristica della foresta vergine delle regioni litoranee brasiliane, da cui si estrae una tintura rossa molto richiesta dal mercato europeo.

6 Si tratta dell’ottavo governatore generale del Brasile Diogo Botelho che incarica il feroce colono portoghese Pietro Coelho de Sousa di guidare alcune spedizioni tra il Maranhao e il Rio delle Amazzoni alla conquista di nuove terre e alla ricerca dei giacimenti d’oro.

7 La resina di yagé (Banisteriopsis caapi) e le foglie di cachruna sono ingredienti per la preparazione della Ayahuasca, bevanda allucinogena; l’olio di carapa (Carapa guianensis) si estrae dai semi dei frutti dell’albero andiroba per usi terapeutici così come lo sciroppo di cinchona (Chincona officinalis), corteccia di China da cui si estrae la chinina con proprietà curative tra le quali la malaria; i fiori di Agrimonia eupatoria, o fiori di Bach, sono prodotti naturali impiegati nella medicina popolare.

8 La taipa de pilao è la tecnica di costruzione in terra argillosa, pressata entro casseforme di legno. Le malocas sono capanne in legno e foglie di palma tipiche dei villaggi amerindi.

9 Le bacche di açai, provenienti dal frutto di una palma arborea (Euterpe Oleracea), sono impiegate prevalentemente nell’alimentazione; le radici di yuca, o cassava, o manioca, sono la principale fonte di sostentamento della regione. Da esse deriva la farina di tapioca che a sua volta costituisce l’ingrediente base della farofa, il più diffuso e popolare contorno.

10 I cablocos o mamelucchi o mestizos, derivano dall’unione di bianchi e amerindi, i cafuzi dall’unione di moreni e indios, i mulatti da bianchi e moreni; i creoli sono bianchi nati in colonia.

11 Mara kuya termine tupì del frutto di maracuja (passiflora edulis) utilizzato per produrre succhi e altri usi alimentari.

12 La talha dourada è una tipica tecnica portoghese di intagliatura a rilievo del legno e di successiva doratura mediante applicazione di sottili lamine d’oro, impiegata prevalentemente negli edifici religiosi.

13 La maracà è uno strumento idiofono a percussione costituito originariamente da una zucca riempita di semi secchi o sassolini e azionato per scotimento; il carimbò è un tamburo suonato con le mani e impiegato come strumento di accompagnamento a una famosa danza popolare dello stesso nome.

14 Il tambaquis o tambaqui (Colossoma macroropomum) è un pesce d’acqua dolce di grandi dimensioni, il lamantino (Trichechus linnaeus) è un grosso mammifero che vive in acque paludose dolci o salate, il tucunarè (Cichla ocellaris) è un pesce che vive in acque dolci calme e riparate; il piraricù (Arapaima gigas) è un pesce di grandi dimensioni, abitatore di acque dolci chiare ma anche torbide e fangose.

15 Maniçoba: piatto indigeno a base di foglie di manioca macinate e cotte; vatapà: piatto originario degli schiavi africani deportati a base di farina di miglio o riso e pesce; beijù: prodotto di origine indigena con tapioca (fecola di manioca).

16 Tucupì: salsa tradizionale estratta dalla radice di manioca; jambù: pianta usata dagli indios per infusi dalle proprietà curative; quiabo o gombo o okra: ortaggio importato dagli schiavi e impiegato, cotto o crudo, come accompagnamento di carne o pesce.

17 Bolo de rolo: dolce a strati di pasta farcita di goiabada (confettura di guava, frutto tropicale); cupuaçu: (Theobroma grandiflorum) albero della foresta pluviale i cui frutti sono impiegati per preparare dessert, succhi e dolciumi.

18 L’abacaxi è ciò che si chiama impropriamente ananas, varietà quest’ultima qualitativamente meno pregiata; mamão è il termine brasiliano della papaya; la noce di cajù, che si ricava dal frutto dell’anacardio, possiede una polpa commestibile, carnosa e succulenta.

19 La pupunha (Bactris gasipaes) è una palma i cui frutti una volta cucinati hanno costituito per molto tempo la base dell’alimentazione della popolazione nativa, oltre a fornire, per fermentazione, una bevanda alcolica; la jacuba è una bevanda o alimento che si prepara dissolvendo in acqua o caffè del mascavato (zucchero non raffinato) e mescolandovi poi farina di manioca o di granturco (João Guimãres Rosa, Grande Sertão); il guaranà, estratto dai semi dalla pianta omonima (Paullinia cupana) era considerato dalle tribù indios l’elisir di lunga vita per le sue proprietà terapeutiche oltre che per la produzione di una bevanda con effetto stimolante; la cachaça è un distillato di acquavite estratto dal succo della canna da zucchero.

20 Il niopo è un allucinogeno estratto dai semi di alberi del genere Anadenanthera pregrina; per il caapi vedi la nota 7.

21 “Macarea” così la nomina Robert Dudley nel suo Dell’arcano del mare parlando delle istruzioni fornite al capitano della spedizione medicea. Si tratta in realtà della Pororoca, termine derivato dalla lingua Tupi, ovvero un fenomeno

naturale dovuto al coesistere degli alti livelli dell’acqua del fiume e l’inondazione nei periodi di luna nuova e luna piena, ciò che dà origine ad un’onda anomala di oltre 4 metri spinta dalla corrente proveniente dall’Atlantico.

22 Pau de arara ovvero albero o palo del pappagallo, strumento di tortura usato in Brasile anche in anni recenti durante la dittatura militare.

23 Pombeiros e tangomaus chiamati anche lançados erano comunità afro-portoghesi che commerciavano sulla costa occidentale africana dedite in particolare al traffico e alla deportazione di schiavi nel nuovo continente.

24 Il pelourinho era la colonna o il palo, posto in genere al centro di una piazza, di una corte o di un chiostro, cui venivano legati e frustati gli schiavi riottosi o poco redditizi.

25 Bandeirantes si chiamavano i componenti, generalmente avventurieri d’ogni risma, delle spedizioni alla conquista di nuovi territori, alla ricerca di risorse minerarie e alla sottomissione delle popolazioni indie; i mocambos e i quinlombos erano villaggi, più o meno grandi, in cui riparavano gli schiavi fuggiti dalle piantagioni o dalle miniere.

26 Sarampo: morbillo.

27 Il capibara è un grosso roditore caviide del genere Hydrochoerus.

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