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Mappe dell’overtourism, Firenze scala la vetta Breaking news, Cronaca

Firenze – Si dice overtourism, ma si intende “come cambiano le nostre città”. Un cambiamento velocissimo, che per la prima volta nella storia sostituisce non un ceto sociale con un altro, ma un flusso indeterminato di turisti, cacciatori di experiences, agli abitanti delle città, di alcune città, dei centri storici in particolare. Le città si chiamano Roma, Venezia. E Firenze. Firenze che, stando agli studi condotti  dallo staff del professor Celata dell’Università di Roma, sta guadagnando rapidamente le vette della classifica: per densità d’offerta degli affitti brevi turistici, per quantità di patrimonio immobiliare impiegato nell’operazione, per compattezza di utilizzo (anche se il fenomeno sta sconfinando dal centro Unesco e si sta propagando, seguendo gli assi della tramvia, intanto alla cintura di prima periferia adiacente al centro storico), per capitali impiegati. Ne fa fede uno studio, presentato oggi in un incontro a Palazzo Vecchio, organizzato dal gruppo consiliare Sinistra Progetto Comune, insieme a Firenze Città Aperta, che ha avuto ad oggetto le mappe dell’overtourism. Il lavoro è stato messo in essere da Filippo Celata, Antonello Romano, Cristina Capineri dell’Università di Roma. Hanno partecipato anche Grazia Galli di Associazione Progetto Firenze, Gianluca Lacoppola della Camera del Lavoro di Firenze e Salvatore Monni, autore del libro «Le mappe della diseguaglianza».

Le ricadute del fenomeno sono amplissime, tanto da non poter quasi essere seguite su tutti i fronti che investono: per esemplificare pensiamo al lavoro da un lato, che, come conferma la Cgil è spesso un lavoro fatto di sfruttamento e irregolarità (oltre che da salari da fame) tra l’altro difficilmente individuabile; dall’altro, il fenomeno sta mangiando letteralmente le case in affitto, aggredendo, finito il primo giro, quelle destinate tradizionalmente agli affitti residenziali “lunghi”; alle famiglie, insomma. Un problema molto sensibile in particolare a Firenze, dove la fame di case è atavica da sempre.

Intanto, il professor Filippo Celata parte da una domanda banale: perché è sempre Airbnb sotto il mirino? “La piattaforma in questione ha l’idea di usare la logica delle piattaforme digitali non solo per sostituire l’intermediazione nelle sue forme tradizionali, ma per trasformare la logica stessa del mercato, introducendo ciò che prima c’era, ma in qualche modo era meno visibile e ora viene reso più fruibile capillarmente. Senza queste piattaforme l’offerta enorme e polverizzata che convogliano resterebbe del tutto invisibile”.

Dove va a incidere, questa enorme mole di offerta? “A Firenze (come in quasi tutte le città), l’offerta si concentra in maggior parte nel centro storico, nella cosiddetta area Unesco. In realtà, la quota di alloggi dedicati ad affitti brevi turistici che sta all’interno di questa zona è circa 62%, vale a dire inferiore all’offerta allberghiera, che si posiziona sul 77%. Ma anche questa è una spia del problema, in quanto quella di cui stiamo parlando è un’offerta liquida, che si adatta al contenitore, che va a corrodere la città residenziale, vicina in tutti i sensi a quella dove le persone vivono”. In effetti, prima dell’avvento delle piattaforme, la città turistica è più segregata, più specifica, rinchiusa in zone adibite al turismo.

La natura liquida di questa particolare città turistica ha un impatto molto significativo sull’altra città, quella che vive. Il contatto col residente diventa diretto, ingenerando la sensazione di essere “invasi”. “Da un’analisi svolta a livello dei centri storici delle città, come emerge da uno studio dell’Università di Siena, Firenze vede il 25% del patrimonio abitativo impegnato con Airbnb. Il fenomeno è ancora in crescita, pur avendo subito, ovviamente visto che con orngi probabilità si sta raggiungendo la saturazione, una decelerazione”. Cosa vuol dire, a livello di dati circa la popolazione di Firenze residente nel centro storico? In sintesi, dalla ricostruzione del professor Celata, di Antonello Romano e Cristina Capineri, si vede che, in un’estensione del centro storico fiorentino pari a 2,3 chilometri, gli alloggi Airbnb sono 81,3% sul totale, in crescita, fra il 2018 e il 2019, del 12,5%, con una densità di alloggi Airbnb pari a 4060 per km quadrato, con un rappporto, fra famiglie in affitto e alloggi Airbnb del 60,2% e ancora un rapporto fra popolazione residente e posti letto in Airbnb pari a 118,5%. Un dato quest’ultimo ancora da studiare nella sua singolarità, specialmente se paragonato ad altre città d’arte antesignane del problema, come Venezia, dove lo stesso rapporto si accomoda all’86%.

Tirando le fila, si tratta di un grosso cambiamento, che, come scritto varie volte su queste pagine e confermato dalle analisi odierne, si sta anche espandendo: grazie alla sua natura “liquida” tracima là dove può trovare utile, e dunque si espande lungo le linee della tramvia d esempio, o si trasforma cominciando a dare servizi, a inventare experiences. E i temi su cui impatta maggiormente sono senz’altro hot spot del nostro presente e del nostro futuro: dall’aspetto dei nostri centri storici, al lavoro, all’emergenza abitativa, che vede disputarsi in una lotta mortale all’ultimo mattone lo stesso alveo di alloggi, con un facile vincitore: chi è in grado di pagare di più. Alla fine, se nessuno è contro, di principio, al turismo “diffuso” è senz’altro vero che forse una regolamentazione deve essere posta. E forse, urge.

La questione pone una domanda, o forse più d’una, al mondo della politica. “Sono dati fondamentali da avere – sottolineano Antonella Bundu, Dmitrij Palagi e Francesco Torrigiani, del gruppo Spc  – ma che troppo spesso vengono ignorati nelle azioni di governo, o messi da una parte, nella speranza che i fenomeni si assestino da soli. Accogliamo dunque con estremo interesse l’auspicio emerso dal dibattito, che vari attori possano sedersi attorno a un tavolo, per pensare a soluzioni che permettano il governo di un fenomeno così complesso, e che sta contribuendo all’aumento dello squilibrio e delle diseguaglianze, generando redditi per pochi, lavoro precario (se non in nero) e trasformando il mercato immobiliare. Ci sono tante realtà attive sul nostro territorio, che si sono spesso relazionate con Comune e Regione, attraverso anche proposte concrete. Le nostre perplessità politiche – aggiungono Bundu, Palagi e Torrigiani – non possono essere liquidate come ostilità al progresso o eccesso di zelante passione per la burocrazia. Confidiamo che da parte della maggioranza ci sia capacità di ascolto, nei prossimi quattro anni e mezzo che attendono questa consiliatura”. Anche perché, sembra di capire, ad ora, che, nonostante le dichiarazioni di principio e gli esempi di altre illustri città europee (Asterdam, Parigi, Barcellona …) i pur timidi tentativi italiani (sia livello di governo centrale che di enti locali) siano andati a vuoto. 

Se gli strumenti ci sono, e lo studio presentato oggi lo rende evidente, usiamoli per comprendere e gestire un fenomeno così complesso e imprevedibile nelle sue conseguenze, dice Grazia Galli dell’Associazione Progetto Firenze, “strumenti che offrono potenti mezzi per conoscere il reale stato del territorio tenendone in un quadro di insieme tutti gli aspetti. Se ne sente un gran bisogno, anche in città come Firenze, dove l’enorme crescita dell’industria turistica ha riversato sul territorio guadagni per pochi, e un’importante mole di problemi di difficile soluzione per tutti. Colpisce poi che, in la Toscana, il cui Governo sul turismo ha investito molto e sempre di più intende promuovere il proprio sul mercato globale, simili studi non siano ancora inseriti come parte integrante della dotazione di monitoraggi da compiere regolarmente per valutare l’impatto che le intense politiche di promozione turistica hanno sulla vita dei residenti, la vivibilità delle città e dei borghi, la biodiversità economica delle nostre imprese, il lavoro, la distribuzione del reddito, nonché sulla reale fruibilità del nostro patrimonio culturale”.

“Nell’incipiente campagna elettorale – conclude Galli – si parla molto di sostenibilità, ma poi ci si limita a declinarla come un aggettivo per nuove infrastrutture quasi sempre finalizzate a un’ulteriore crescita dei flussi turistici. Sarebbe ora invece di fermarsi e valutarla nella concretezza della vita delle persone e in una prospettiva di lungo termine dello sviluppo del territorio. Gli strumenti ci sono, usiamoli, magari a partire dal renderne l’uso compito mandatario degli Osservatori Turistici di Destinazione”.

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