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Agroalimentare, marchi italiani in mani straniere Economia

Suona l'allarme per i marchi storici dell'agroalimentare italiano, protagonisti di una vera e propria “compravendita” che lascia il territorio nazionale sguarnito di alcuni dei suoi presidi economicamente più validi proprio nel momento più nero della crisi. Dall'inizio della crisi ad oggi, il passaggio in mani straniere di marchi storici, dai salumi Fiorucci al Chianti, dall’Orzo bimbo a Gancia, da Parmalat a Star, solo per citarne alcuni, è costato all'Italia dell'agroalimentare la perdita di un fatturato pari a circa 10 miliardi. In mani straniere sono passati, grazie  a  operazioni di acquisizione sempre più facili, dall'Orzo bimbo agli spumanti Gancia, dai salumi Fiorucci alla Parmalat, dalla Star al leader italiano dei pomodori pelati finito alla giapponese Mitsubishi. E si tratta solo di alcuni dei marchi più legati all'eccellenza alimentare italiana, riconosciuta in tutto il mondo. E gli effetti sul sistema agroalimentare e l'alimentazione dei consumatori sono ben gravi: oggi, secondo uno studio Coldiretti/Eurispes, circa un terzo (33%) della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati dall'Italia deriva da materie prime agricole straniere, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy (contraffazione alimentare), per un fatturato stimato in 51 miliardi. Mentre sono 8 su 10 gli italiani che cercano prodotti 100% italiani, secondo un sondaggio online condotto sul sito www.coldiretti.it i cui risultati sono stati resi noti all’Assemblea nazionale dell’Organizzazione. Negli ultimi anni la Coldiretti è riuscita a ottenere l'obbligo di indicare in etichetta la provenienza per carne bovina, ortofrutta fresca, uova, miele latte fresco, pollo, passata di pomodoro, extravergine di oliva; tuttavia l'etichetta resta anonima per circa la metà della spesa dai formaggi ai salumi, dalla pasta ai succhi di frutta.

La lista delle cessioni in mani straniere che ha stilato Coldiretti è lunga e per molti versi dolorosa: una breve sintesi vede nel 2011 la società Gancia, ben nota per la produzione di spumante,  passare per il 70 % all'oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard; la Parmalat finire sotto la francese Lactalis; il 49 % di Eridania Italia Spa operante nello zucchero finire alla francese Cristalalco Sas e la Fiorucci salumi acquisita dalla spagnola Campofrio Food Group, che nella ristrutturazione in corso degli impianti di lavorazione a Pomezia, sta mettendo a rischio numerosi posti di lavoro. Nel 2010 il 27 % del gruppo lattiero caseario Ferrari Giovanni Industria Casearia spa, nata nel 1823,  che vende anche Parmigiano Reggiano e Grana Padano, è andato alla francese Bongrain Europe Sas e la Boschetti Alimentare Spa, che produce confetture dal 1981, è stato acquisito per il 95% dalla francese Financie're Lubersac: praticamente è passato di proprietà. Nel 2009, come informa Coldiretti, hanno cominciato a sgretolarsi le quote della Del Verde industrie alimentari spa, che alla fine è divenuta di proprieta' della spagnola Molinos Delplata Sl, che fa parte del gruppo argentino Molinos Rio de la Plata. Nel 2008, la Bertolli era stata venduta all'Unilever per poi essere acquisita dal gruppo spagnolo SOS,  ma è anche iniziata la cessione di Rigamonti salumificio spa, passato in proprietà ai brasiliani attraverso la società olandese Hitaholb International, mentre la Orzo Bimbo e' stata acquisita dalla francese Nutrition&Sante' S.A. del gruppo Novartis. Sempre nel 2008, ceduta anche Italpizza, l'azienda modenese che produce pizza e snack surgelati, all'inglese Bakkavor acquisitions limited. E nel 2013? Ceduto il 25%  del riso Scotti, mentre, per la prima volta, la produzione di vino Chianti nel cuore della Docg del Gallo Nero è passato in proprietà a un imprenditore cinese.

Quali sono le conseguenze di questa massiccia operazione di passaggio in mani straniere delle nostre eccellenze nazionali? La drammatica escalation nella perdita del patrimonio agroalimentare nazionale è ben spiegata dal presidente di Coldiretti Sergio Marini: "I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall'Italia della chimica e della meccanica investono invece nell'agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all'immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità e nella qualità", ma il punto non è questo: "Il passaggio di proprietà – ha denunciato infatti Marini – ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l'importare materie prime dall'estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all'estero. Un processo – conclude il presidente di Coldiretti – di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana".

La 'fuga' (che per ora, se non ci saranno i provvedimenti auspicati da Marini sembra irreversibile) si scontra inoltre con le preferenza dei consumatori italiani: infatti, da un sondaggio on line realizzato sul sito www.coldiretti.it, risulta che più di otto italiani su dieci (82 per cento) cercano di riempire il carrello della spesa con prodotti Made in Italy al 100 per cento; di questi ben il 53 per cento li preferisce anche se deve pagare qualche cosa di più.

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