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Marcia su Roma, ovvero storia (vera) di una “marcetta” Breaking news, Opinion leader

Parma – Alcuni giorni fa occorse l’anniversario della cosiddetta “Marcia su Roma” (28 ottobre 1922). Ancor oggi gruppi di nostalgici del fascismo lo solennizzano. Ad esempio, una settantina di neofascisti, ad Acquasanta Terme, ha organizzato una cena.

Ma in realtà l’evento del 28 ottobre 1922 fu solo una marcia sui dintorni di Roma. O marcia Milano-Roma in vagone letto (ma allora la data andrebbe posticipata al 29 ottobre).

Vediamo i fatti.

Dopo tre anni di violenze inaudite ai danni di organizzazioni (sindacati, case del popolo, sedi di partito) dei simpatizzanti della sinistra, e anche dei Popolari, il 16 ottobre il gruppo dirigente del Partito Nazionale Fascista concorda il piano insurrezionale; i fascisti si raggruppano numerosi in tre località intorno a Roma, circa 25000 uomini male armati. La sera del 27 ottobre la marcia avanza senza difficoltà, anche con la collaborazione delle autorità militari che dovrebbero difendere la legalità.

Le squadre fasciste sono alle porte di Roma.  Mussolini, prudentemente arroccato nelle retrovie, attende lo svolgersi degli eventi in albergo a Milano.

Il generale Emanuele Pugliese, comandante della zona militare di Roma, assicura i ministri che avrebbe potuto facilmente fermare le bande fasciste in poche ore.

La mattina del 28 il capo del governo, Facta, proclama lo stato d’assedio. Ma il Re rifiuta la firma. E’ la fine.

Alle sei del mattino dello stesso giorno Mussolini arriva nel suo ufficio.
A sera i gruppi economici (Confindustria, Confagricoltura, Unione bancaria) e personalità politiche consigliano al Re di affidare il potere a Mussolini, il quale la mattina del 29 viene convocato a Roma. Questi parte la sera del 29 in vagone letto, con un treno speciale e giunge a Termini il 30 alle 10,40; a Rome viene approntata una suite all’Hotel Savoia per l’illustre ospite. Alle 11.15 è ammesso alla presenza del Re e riceve l’incarico di formare il nuovo governo.

Le squadre fasciste arrivano a Roma 24 ore dopo l’offerta a Mussolini di formare il nuovo governo, e dopo che il generale Pugliese aveva ricevuto l’ordine di farle passare.

La sfilata delle bande fasciste ebbe luogo il 31 ottobre, quale risarcimento per la mancata conquista militare.

Il bellissimo libro di Mimmo Franzinelli, “Squadristi”, riporta un commento dal diario di un giovane fascista fiorentino: “Alla tensione nervosa era subentrata una tremenda stanchezza che non ci faceva neppure assaporare il sapore della vittoria. Già come truppe vittoriose ci trattarono da cani …. Poi ci incolonnarono da Piazza del Popolo giù per il Corso, e con la scusa della sfilata ci fecero mangiare altri chilometri naturalmente a piedi che dal bruciore non ci agguantavano più …. Camminammo ancora a lungo, storditi dalla stanchezza, così che senza accorgersene ci trovammo in treno”.

Negli anni seguenti il regime fascista, solidamente al potere, fece della “marcia” un evento mitico. I libri scolastici e i maestri lo illustravano a ignoranti, innocenti scolari. Ogni anno veniva solennizzata con manifestazioni pubbliche. A quel tempo ero balilla moschettiere e partecipavo orgogliosamente alle sfilate ufficiali.

Piuttosto che solennizzare una marcia mancata, oggi si dovrebbero ricordare la pusillanimità del Re, incapace di difendere l’ordine costituzionale, la crisi e la rassegnazione del ceto politico liberal-democratico, la sconfitta irreversibile delle sinistre.

 

 

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