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Margherita Guidacci, la voce più pura della poesia italiana Cultura, Opinion leader

Firenze – E’ di Anna Maria Tamburini un’accurata e puntuale raccolta di saggi, articoli, note di lettura, apparsi nell’arco di un decennio di studi, dedicati alla vita e alla produzione poetica di Margherita Guidacci, a venticinque anni dalla sua scomparsa (Margherita Guidacci la poesia nella vita, introduzione di Margherita Pieracci Harwell, postfazione di Alessandro Andreini, Aracne, 2019).

Poetessa fiorentina, poi vissuta a Roma, Guidacci viene definita come «la voce più limpida e pura della poesia italiana che tanto più esprime l’universale dell’umano, quanto più affonda al cuore della propria vicenda personale». Importanti e decisive in questo senso le sue vicende familiari: figlia unica, dopo la perdita prematura del padre, cresce circondata dall’affetto di figure adulte, destinate quasi tutte a scomparire nel giro di poco tempo, inducendo la giovane Margherita ad interrogarsi sul senso della vita e della morte, sul doloroso portato esistenziale da cui si distilla la sensibilità originale di una poesia che nasce già matura.

Del resto la sua prima raccolta, La sabbia e l’angelo, pubblicata soltanto all’età di venticinque anni, si presenta già nella sua pienezza espressiva al punto da far dire a Giorgio Caproni in una recensione del 1947: «è nata in Italia la voce di un poeta nuovo». Una voce volutamente appartata, indifferente alle tentazioni di una notorietà troppo facile ed esteriore, consapevole dei rischi di una eccessiva esposizione: «Mio Dio, – scriveva – salvami dalla parola condotta in parata come un vitello nel giorno di fiera»;  in piena consonanza con le variegate dimensioni della vita (umana spirituale creaturale); originale nella lunghezza del respiro e nella chiarezza del dettato, distante dalle fascinazioni di certa poesia ermetica, al tempo considerata un modello imprescindibile per chi volesse fare i conti con la scrittura poetica.

Il contesto storico e culturale con cui Guidacci agli esordi si confronta è quello della Firenze dell’immediato dopoguerra, dopo la devastante esperienza dell’occupazione nazifascista, con ancora molto vivo negli occhi il ricordo avvilente di una città in rovina; «Firenze, o meglio i suoi successivi spicchi, fu allora anche materialmente simile ad un’isola, un grande asilo di naufraghi in attesa che qualche nave finalmente li raccogliesse (…). Uno scenario per cui si chiama a raccolta la testimonianza dei nostri sensi: (…) la promiscuità, il disagio fisico, le code. (…) Un continuo traffichio, le materasse strascicate dai letti agli anditi e dagli anditi alle cantine, (…) gli strazi infiniti della vista, dallo scempio della città allo scempio delle persone».

Una Firenze poi animata dalle figure esemplari di La Pira, Don Milani, Ernesto Balducci, della stessa Anna Ninci, cui Margherita era legata da un rapporto ricco di preziose confidenze amicali, e da passioni comuni, come l’amore per la matematica, nella condivisione di una fede religiosa tutta interiore.

I saggi di Tamburini segnano puntualmente e in profondità con lucida partecipazione affettiva i momenti di passaggio più significativi del denso percorso esistenziale ed artistico della poetessa fiorentina, nell’accostamento di saggi scritti in occasioni differenti e disposti nel libro in una sorta di movimento a spirale che ogni volta aggiunge qualcosa alla biografia di Margherita, individuandone via via un punto particolare, come stazione di una personale via di passione, cui farà da contrappunto una rigogliosa produzione poetica; un percorso contrassegnato, ad esempio, dal continuo tentativo di costruire, o meglio di ricostruire un rapporto tra morti e vivi, dall’alto, però, scandagliando le ragioni di un dolore talvolta abissale che trova la sua necessità nelle domande estreme delle Sacre Scritture. Fino a mettere in dubbio tutto, con singolari consonanze con i fulminanti interrogativi del Caproni più maturo.

Ed ecco, come osserva Margherita Pieracci Harwell nella sua prefazione, il delinearsi di due poli, che ritornano in modo singolare nella titolazione stessa di tante raccolte, in questo continuo oscillare tra due nomi: La sabbia e l’angelo, Paglia e polvere, Il muro e il grido, Il vuoto e le forme, Il buio e lo splendore; due poli, dicevamo, all’interno della produzione di Guidacci: la poesia «lirica» cioè personale e la poesia civile.

Generi o piuttosto, «toni» resi significativi alla luce delle fonti; prima fra tutte la letteratura sapienziale biblica, «la radice di tutto», mediata a sua volta dalla frequentazione attraverso la lettura, lo studio e l’importante e impegnativo lavoro di traduzione, di tre poeti di lingua inglese come John Donne, Emily Dickinson e Thomas S. Eliot, decisivi nella vicenda ispirativa, ma per quanto riguarda Dickinson, anche strettamente biografica di Margherita. Ecco qui in parte riassunto il nocciolo delicato e al tempo stesso incandescente della scrittura di Guidacci (da cui non sono escluse le suggestioni leopardiane e l’importante rapporto con la poesia di Rilke, cui è dedicato un intero saggio).

La lettura o meglio, la rilettura della Bibbia, ci fa notare Tamburini, costituisce (…) «il fil rouge di un intero percorso, illuminandolo come parabola straordinaria e unica e decifrandone segni essenziali della poesia». In un suo scritto Guidacci spiega le ragioni del suo profondo interesse (nato peraltro in giovanissima età) per la lettura in particolare dell’Antico Testamento: «mi colpisce molto il senso di attesa che avevano sia i profeti che il popolo. Mi colpiscono le loro peregrinazioni, il soggiorno nel deserto, certe situazioni che oltre alla loro drammaticità storica sono dei simboli mirabili per esprimere come l’uomo si può sentire sulla terra».

La letteratura sapienziale biblica diventa quindi occasione per una vivificante immersione nel presente, meditando innanzitutto sulla morte, come in questi versi, in cui riaffiorano echi montaliani:

Ogni morte contiene in sé tutta la morte della terra.

Perciò morendo saprai

Il paese buttato a riva nella notte d’uragano,

E l’arso albero, la belva atterrata dalla fame,

E il riposo dei popoli distrutti

Sotto le sabbie dei loro regni dimenticati. 

 

Oppure alla ricerca di uno spartiacque sul confine che separa la vita dalla morte, anzi, i vivi dai morti.

 

Chi grida sull’alto spartiacque è udito da entrambe le valli

Perciò la voce dei poeti intendono i vivi ed i morti.

 

Ecco il ruolo dei poeti: essere compresi, nel loro grido, dai viventi e dai morti, come a voler sanare una ferita, una frattura su cui lasciar colare l’oro caldo della poesia, unico risarcimento possibile a una condizione di separatezza, che forse solo la Parola e la parola poetica possono ricomporre. La poesia quindi, come forma di conoscenza, «come la sola cosa che poteva in qualche modo -racconta la poetessa-, mettere in comunicazione i due mondi».

Non è un caso che questi versi siano posti in apertura della recensione, cui prima abbiamo accennato, che Giorgio Caproni scrive nel 1947 su La sabbia e l’angelo; un libro di «solenne respiro (…) di un poeta venuto al mondo senza il minimo rumore polemico proprio in questi anni di disamore per la poesia, mentre anche la più sottile speranza pareva distrutta». Una poesia che nella voce già matura di Guidacci di cui Caproni sottolinea «l’accettazione della simbologia (…) come tecnica, come fiducia in un linguaggio in cui i simboli convenuti o convenute metafore corrono a precipizio nell’allegoria piena». (Cfr. G. Caproni, Prose critiche, 1934-1953, Aragno, 2012).

La poesia de La sabbia e l’angelo (come del resto le opere della produzione successiva) trova le sue ragioni e per così dire, le sue «occasioni», nelle ugualmente vive e significative frequentazioni personali della poetessa, ci racconta Tamburini. Primo fra tutti l’incontro (negli ultimi anni di guerra) e l’amore vissuto nell’intimo, rivelatosi solo al momento del distacco, con il soldato cileno di origine italiana Francesco Canepa, che in occasione della sua partenza le farà dono di uno mazzo di gigli e di una copia in lingua inglese delle poesie scelte di Emily di Dickinson, della cui opera Margherita curerà più avanti tre importanti traduzioni in italiano. E sarà davvero incredibile il nuovo incontro, dopo decenni, con Francesco, creduto ormai morto, da cui scaturirà Inno alla gioia, facendo seguito a un’altra importante raccolta, Neurosuite, definita dalla stessa Guidacci, il «nadir» della sua produzione, della sua stessa vita e al tempo stesso l’inizio di un’altra stagione della sua poesia, «in una traiettoria inversa del suo percorso nel senso opposto al tracciato di ogni umana esistenza: dal nadir allo zenith».

Quante coincidenze. Cui Margherita credeva, sapeva cogliere, avvertire, così come sapeva fiutare l’acqua, con le sue capacità rabdomantiche; elemento centrale, l’acqua, della poesia di Gabriela Mistral, (di cui Guidacci curò la traduzione di quattro componimenti); così come conosceva bene la desolazione della terra (la  traduzione di Eliot ne è un’ulteriore testimonianza); la rasposità arida della sabbia; sapeva perfettamente cogliere la brutale co-incidenza di quanto ci sia di più puro, con il male del mondo, con la  fredda determinazione di chi ad esempio sa porre un ordigno mortale accanto ad una madre e alla sua bambina. Ed è esemplare come proprio nello scenario di morte de L’orologio di Bologna, pubblicato nel 1981, le figure bibliche di Caino e Abele, i momenti delle Passione si attualizzino nella barbarie della bomba alla stazione di Bologna del 1980.

Anche quando tali coincidenze si strutturano in chiave mitica, così come Tamburini ci fa notare, ci accorgiamo di una sostanziale coerenza con la poesia degli esordi, di quel piccolo e prezioso laboratorio della poetica di Guidacci, rappresentato da La sabbia e l’angelo. Rapporto, quello tra poesia e mito, che si preciserà nelle pagine di Inno alla gioia, come fondante la raccolta stessa, e più avanti nell’ultimo libro pubblicato in vita, Il buio e lo splendore.

Una poesia che non subisce il trascorrere del tempo e che quindi trova le sue ragioni e anche i suoi toni nella vita stessa; il saggio di Tamburini offre importanti e preziose chiavi di lettura di quel «continente» che, come osserva Alessandro Andreini nella sua post-fazione, rappresenta la vita di ciascuno e, in modo particolarmente doloroso, quella dei poeti. Continente che, nel caso di Margherita Guidacci, ancora ha molto da dirci e silenziosamente chiede di essere conosciuto, intimamente accolto e, inevitabilmente apprezzato.

Rosalba de Filippis

Foto:  Margherita Guidacci

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