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Mario Draghi e il reddito di cittadinanza Opinion leader

Firenze – Vi è chi si è meravigliato che Mario Draghi, l’algido banchiere (così viene descritto dagli antipatizzanti) che riveste la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri si sia dichiarato favorevole in linea di principio al reddito di cittadinanza.

Peraltro, chi avrà la pazienza di andare a leggersi o rileggersi la rassegna di studi delle Fondazioni Astrid e Circolo Rosselli, “Nuove ( e vecchie) povertà: quale risposta,” (edita da Il Mulino) in cui si analizzano le politiche pubbliche di contrasto alla povertà adottate da Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, paesi scandinavi e Canada, introdotto da Tiziano Treu e prefato da Franco Bassanini e dal sottoscritto, si renderà conto del perché di questa sorpresa.

L’Italia (con la Grecia, che aveva però altri problemi) è stata l’ultima nazione europea ad adottare uno strumento universale di lotta alla povertà. Il governo di Paolo Gentiloni lo introdusse In articulo mortis nel 2018, poco prima delle elezioni politiche chiamandolo REI (reddito di inserimento). Era un buon provvedimento, ma con due piccoli difetti: era scarsamente finanziato e per di più i primi contributi furono materialmente corrisposti dopo le elezioni politiche del 2018. C’era quindi un’arretratezza su questo tema delle forze politiche italiane: avevamo perso anni preziosi. Lo stesso Pd non aveva preso in mano il tema delle nuove povertà con l’energia e la chiarezza necessaria. Logico quindi che tra le componenti che portarono il Movimento 5Stelle a passare il 30% dei voti e a diventare il primo partito italiano in quelle elezioni ci fosse proprio l’impegno a realizzare il reddito di cittadinanza, che apparve del tutto innovativo nel vuoto che abbiamo denunciato.

Il reddito di cittadinanza concretamente introdotto dalla coalizione giallo-verde (5Stelle, Lega) risentiva però di una certa superficialità (abbiamo abolito la miseria, dissero dal balcone di Palazzo Chigi i suoi ministri parafrasando il celebre scritto di Ernesto Rossi, “Abolire la miseria”) ma soprattutto della contraddittorietà del compromesso raggiunto con la Lega di Matteo Salvini. Questa forza politica non era in realtà molto favorevole al reddito di cittadinanza; era piuttosto interessata a quota 100 ma per realizzare questo obiettivo aveva bisogno dell’accordo con i 5Stelle. Per giustificare l’adozione di un provvedimento come il reddito di cittadinanza, la Lega  lo volle allora legato  a provvedimenti in tema di incentivi all’attività lavorativa  quanto mai eterogenei con il primo,  rivelatisi di scarsa efficacia.

Di fatto quindi questa seconda parte, il passaggio dal reddito di cittadinanza al lavoro, all’occupazione, non è riuscito e questo porta taluni ambienti a proporre di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Poiché il reddito di cittadinanza non è riuscito a portare al lavoro i suoi beneficiati va abolito in modo che il morso del bisogno faccia lavorare chi, per pigrizia o mentalità assistenzialistica non lo vuole fare.

Che la legge sul reddito di cittadinanza vada rivista anche alla luce dei dati sul suo funzionamento forniti dall’Istat e dal suo Presidente Pasquale Tridico, non c’è dubbio. Lo scrive nei suoi interventi un autorevole studioso della materia come Stefano Toso.  Che gli abusi e le distorsioni nel suo funzionamento vadano scoperti e severamente puniti come è avvenuto in numerosi casi ad opera della Guardia di Finanza, pure. Che i provvedimenti contro la miseria debbano essere riordinati alla luce delle altre disposizioni legislative vigenti per esempio in materia di occupazione è  giusto e opportuno. Che sia assolutamente necessario impiantare una politica attiva del lavoro su cui pure l’Italia ha bisogno di riguadagnare il terreno perduto, non c’è dubbio. Lo ha scritto molto bene nei suoi interventi Emilio Reyneri, ma questa dimensione non può essere assorbita o consustanziale al reddito di cittadinanza.

Oggi siamo in presenza del Pnrr da cui ci aspettiamo un efficace funzionamento del moltiplicatore in tema di spesa pubblica non solo in termini di incremento del Pil ma anche di incremento dell’occupazione che non avverrà se non organizzeremo un’efficace politica attiva del lavoro

Ma che in un momento in cui, anche per effetto della pandemia del Covid19 con le sue conseguenze economiche e sociali, si sono acuite le disuguaglianze e allargato il perimetro della povertà (come hanno messo in evidenza studiosi come Elena Granaglia e  Andrea Ciarini), si intenda abolire tout court il provvedimento italiano di politica pubblica contro la miseria di carattere universalistico mi sembra inaccettabile. Le file non solo di immigrati ma anche di italiani alle mense della Caritas o di altre organizzazioni assistenziali ne fanno fede .

Di questo si rende conto Mario Draghi quando ha pronunciato le sue parole, poche e misurate, ma, come sovente gli accade, molto incisive.

Foto: Valdo Spini

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