energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Mario Spezi, 1945-2016 Opinion leader

Firenze – Il nome di Mario Spezi, si sa, è legato alla vicenda del mostro di Firenze. Per tanti anni Mario è stato uno dei più lucidi cronisti investigativi. Cercava la verità oltre le informazioni ufficiali. Un impegno tenace e costante che, per assurdo, finì per costargli il carcere con un’accusa tanto vile quanto ingiusta, poi per fortuna annullata. Adesso Mario è morto ed è un altro compagno di vita e di mestiere che se ne va. Una brutta malattia se l’è portato via a 71 anni.

L’avevo visto l’ultima volta in primavera ad Arcetri al memorial per l’astrofisico Francesco Palla, amico comune. Mario era con l’inseparabile moglie Myriam e, come ormai da qualche anno, aveva con sé il marchingegno senza il quale stentava a respirare. Fumatore cronico, era molto malato ai polmoni, ma anche quel giorno, come altre volte, mi sembrò tranquillo, perfino allegro compatibilmente con la circostanza. Portava la sua croce con coraggio.

Il pomeriggio era caldo, senza nuvole e ricordo che una brezza leggera sollevava dal prato un penetrante odore di menta, mentre la collina dell’osservatorio apriva sull’Oltrarno e sulla piana un panorama talmente vasto e luminoso che non bastavano sei occhi per abbracciarlo tutto. Un inno alla natura e alla vita per commemorare un morto. Sedetti alle spalle di Mario, ci salutammo, mi sorrise. Più tardi facemmo anche quattro chiacchiere, non senza battute scherzose sui nostri rispettivi malanni.

Francesco Palla aveva diretto Arcetri e, ben più giovane di noi, era stato fulminato da un ictus pochi giorni prima. Una fine improvvisa, forse senza neppure rendersene conto. Benché sconcertante come ogni morte, non è forse il modo in cui tutti noi ce ne vorremmo andare? Per Mario è stato assai diverso. Mi dicono che ha passato l’estate in ospedale e che l’altra sera ci ha lasciati a conclusione di un’agonia non breve. Non ne sapevo niente, dunque non sono neppure andato a trovarlo.

Non so se, nel caso, sono la persona più indicata per stendere quello che gli inglesi chiamano obituary e noi cinici giornalisti coccodrillo. Lo sento però come un dovere e chiedo scusa se dimentico questo o quello. Del resto proprio amici io e Mario non lo siamo stati mai, e tuttavia la comune professione oltre all’aver lavorato per un certo periodo negli stessi giornali (Paese Sera e la Nazione) ci ha consentito di frequentarci, benché senza assiduità. Eravamo buoni conoscenti, questo sì, e lo siamo rimasti nell’arco di 40 anni anche dopo aver fatto scelte professionali divergenti. Ci si incontrava ogni tanto a una cena, ai vernissage e sempre più spesso, come capita agli anziani, appunto ai funerali.

Ci separava forse la diversità del carattere. Io scanzonato e irridente, lui, benché dotato di humour singolare (fu anche caricaturista abilissimo, specie di magistrati e avvocati), sempre piuttosto serio, misurato, riservato. Per certi aspetti distaccato. E mi stupiva le volte in cui, all’improvviso, lo sentivo esplodere in larghe risate divertite. C’è da dire che aveva un aplomb che non potevi non ammirare. Anche nel vestire si distingueva per l’eleganza sobria e calda, da gentiluomo di campagna, fatta di velluti a coste, tweed e colori della terra.

Quel suo modo di essere si abbinava tra l’altro a una sicurezza che emanava senza ostentazione. Forse non era sicurezza granitica, forse serviva a nascondere le debolezze che ognuno di noi cerca di mascherare. Di certo contribuiva alla sua credibilità.  E credo che tutto ciò derivasse anche dall’essere a contatto quotidiano con casi delicati e personaggi da prender con le molle, come capita del resto a ogni cronista di giudiziaria.

caricatura-di-mario-spezi

C’è che Mario, con le indagini sul mostro di Firenze, diventò presto ‘il’ cronista di giudiziaria per definizione. Suo fu anche il primo libro sull’argomento che gli procurò fama nazionale, mentre molti anni dopo divenne celebre in mezzo mondo grazie al bestseller Dolci colline di sangue prodotto a quattro mani con l’americano Douglas Preston e tradotto in 22 paesi.

Quella di scrittore, saggista e opinionista rappresentò per Mario il ritorno alle cronache dopo una parentesi sfortunata nell’industria. Come succede a tanti nei giornali, e come anche a me è successo, a un certo punto qualcosa si rompe. Non se ne può più della vita di redazione, delle beghe interne, delle ansie, del tiratardi la notte a rincorrer la notizia, delle frustrazioni, delle rivalità. Anche questa è la stampa, bellezza. Dunque non pochi finiscono per cercare un mondo un po’ più tranquillo.

Mario staccò per più ragioni. Da un lato perché era un uomo buono e trasparente, estraneo a manovre e intrighi di palazzo nonché alla politica. Inoltre soffriva, ne son convinto, per non aver mai ricevuto dal suo giornale riconoscimenti e promozioni che pure meritava. Però staccò anche per dedicare più tempo alla bella famiglia che con Myriam e la figlia Eleonora aveva costruito. E il nuovo lavoro da imprenditore glielo consentiva. Fu una parentesi non brevissima piena di speranze purtroppo deluse.

A un’età non più verde era praticamente impossibile rientrare full time nei ranghi di un giornalismo ormai in piena crisi, mentre prepensionamenti e casse integrazioni andavan di gran moda. Mario mise però sul mercato il suo gran bagaglio professionale. Si fece scrittore a tempo pieno, partecipò a programmi tv, collaborò a film e documentari sul mostro, vari quotidiani e riviste anche internazionali lo vollero come commentatore e, occasionalmente, come reporter. Di nuovo Mario Spezi era la firma Mario Spezi, il massimo esperto in tema di indagini sui serial killer, e sempre con Preston firmò anche un libro sull’omicidio perugino di Meredith Kercher, pubblicato però solo in Germania (Der Engel mit den Eisaugen, l’angelo dagli occhi di ghiaccio).

Come altrimenti si può definire la vendetta sciagurata che gli costò quasi un mese di carcere nel 2006? Un’accusa ridicola, speciosa, incredibile, indegna per il funzionario che la formulò e per il magistrato che la raccolse: depistaggio, calunnia, concorso in omicidio, turbativa di servizio pubblico. Mai si erano viste accuse simili. Mario aveva semplicemente criticato, con ottimi motivi, un nuovo capitolo di indagini sul mostro di Firenze. La Corte di Cassazione, in istruttoria, lo scagionò completamente, definendo l’arresto privo di fondamento. Si trattava del resto di un caso, rarissimo nel dopoguerra italiano, di ‘reato di parola’: se ne conosceva un solo precedente a carico di Giovanni Guareschi, il papà di Peppone e don Camillo.

Quella detenzione scandalosa comportò anche vari giorni d’isolamento. La condanna della stampa e della società civile fu dura e unanime. Intervenne la politica. E ovviamente l’eco arrivò in Europa e negli Stati Uniti. Un giornalista divenne l’emblema della battaglia per la libertà di pensiero, la libertà suprema. Ai due che l’avevano scatenata sarebbe costata la carriera se non il posto. Oggi, però, l’avvocato di Mario, Alessandro Traversi, afferma che a lui è costata molto di più, che quella crudele esperienza ha contribuito non poco ad aggravarne le condizioni di salute. Si può soltanto crederci.

Print Friendly, PDF & Email

Translate »