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Martina Rossi: condanna a 3 anni per tentata violenza di gruppo Cronaca

Firenze – La Corte d’Appello di Firenze, oggi, ha condannato due ragazzi, ormai trentenni, a 3 anni di reclusione con la condanna di tentata violenza di gruppo ai danni di Martina Rossi, la ragazza di Imperia che durante le vacanze estive a Palma di Maiorca con le amiche, perse la vita precipitando dal sesto piano della camera d’albergo dei due aretini.

La ragazza aveva deciso di stare in loro compagnia, dopo che le amiche si erano ritirate nelle stanze di un altro gruppo di ragazzi. All’inizio le autorità giudiziarie spagnole avevano chiuso il caso affermando che si trattasse di suicidio. La perseveranza dei genitori di Martina ha fatto sì che anche le aule del tribunale italiane svolgessero indagini sulla morte della figlia, che fin da subito avevano visto degli indizi sospetti che le autorità spagnole avevano esaminato in maniera troppo superficiale.

La storia giudiziaria sulla morte di Martina Rossi, lunga dieci anni, ha dato risvolti incompatibili tra di loro negli anni, infatti, sebbene in primo grado Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi fossero stati condannati a 6 anni di reclusione con le accuse di tentata violenza sessuale di gruppo e morte come conseguenza di altro reato, in appello sono stati entrambi assolti dall’accusa di tentato stupro mentre l’altra capo di imputazione era già caduto in prescrizione.

La decisione del Tribunale di Firenze di questo pomeriggio è frutto della decisione del 22 gennaio della Cassazione che annullò le assoluzioni e fece riaprire il caso dalla Procura Generale di Firenze, che aveva chiesto la condanna a tre anni di reclusione per l’accusa di tentato stupro ai due ragazzi di Castiglion Fibocchi.

La sentenza del processo di appello bis è stata decisiva, prima che cadesse anche l’altro capo di imputazione andando in prescrizione, infatti anche oggi i genitori di Martina hanno deciso di essere presenti durante l’udienza, come hanno sempre fatto negli anni.

La tragedia ha avuto un iter giudiziario molto difficile con una verità giudiziaria ardua da trovare a causa della mancanza di prove schiaccianti che potessero assolvere o condannare i due imputati. Il principio giuridico “dell’oltre ogni ragionevole dubbio”, in questo caso, era il vero scoglio da superare affinché si potesse far uscire la verità processuale di questo tragico evento.

Durante l’arringa, a porte chiuse del processo, le tesi delle difese sono state analoghe ed entrambe hanno chiesto l’assoluzione dei due ragazzi, ipotizzando che la giovane ragazza genovese si fosse suicidata o che fosse caduta accidentalmente dal terrazzo.

La verità processuale è arrivata smentendo queste due tesi, che negli anni sono state pretestuosamente avvalorate dalla vittimologia che si è fatta dietro la persona di Martina, descrivendola come una ragazza poco di buono, andando a sottolineare aspetti della vita personale della vittima che potevano forviare il corso delle indagini.

 

 

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