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Matteo Renzi e il popolo della Leopolda Notizie dalla toscana

Sono passate poche ora dalla chiusura della terza convention renziana dentro la fascinosa fabbrica ottocentesca detta Leopolda, e nelle orecchie portiamo ancora il discorso di un giovane sindaco in maniche di camicia bianca, Matteo Renz,i che dall’esordio di Prossima fermata Italia del 2010 al Viva l’Italia Viva di oggi, è senz’altro cresciuto e ha deciso di candidarsi a premier. Il popolo della Leopolda si è alzato – in maggioranza-  in piedi quando è arrivato sul palco il suo baldanzoso leader, emozionato quanto basta a renderlo simpatico anche ai più duri. Molti lo volevano fotografare, però lo si potrebbe leggere come  un segno di omaggio e di rispetto, verso una persona che avrebbe ammesso, a conclusione, di non essere un super eroe, e che la dignità non va mai perduta.

Il discorso di Matteo Renzi oggi alla fitta platea che l’ha molto applaudito, ha ripercorso la storia del viaggio intrapreso per arrivare fino alle prossime primarie del 25 di novembre, con qualche accenno di scusa per certe intemperanze, subito seguito da una battuta salace e da un elevarsi del tono di voce quando c’era da spronare l’uditorio a “costruirlo il futuro, non aspettarlo”. E’ tornata pacata la voce quando l’oratore ha spiegato che il 25 prossimo si confrontano due modelli: uno basato sull’usato sicuro, che significa Bersani esponente di un partito “al quale si vuole bene”, l’altro su “un futuro da giocare con passione”. Come sempre le cose Renzi le dice in faccia e quando ha da ricordare gli errori della sinistra lo fa con tono inequivocabilmente irato, chiedendo conto delle “assurdità” dette da chi pronosticava la distruzione del Pd a causa sua.

Il pubblico ascolta attento il Renzi che ringrazia "per aver ricevuto molto più di quanto dato” e si riscalda con lui quando difende Ichino contro la CGIL. Renzi parla spesso dei bambini e delle esigenze delle loro famiglie (nella grande sala dell’ex stazione ce ne sono e si fanno sentire), dell’orgoglio che devono sentire domani “per essere italiani”; elenca cosa si devono aspettare "quelli che avranno 20 anni fra 20 anni”; rivendica il voto per immigrati e 16enni; parla dei contenuti seri e reali che ci sono nel suo programma, si scaglia contro Casini e Di Pietro, dà di antipolitici ai “grillini”, nomina con deferenza Monti, e infiamma di nuovo i tanti che lo ascoltano dichiarando che “noi siano una straordinaria novità politica che si muove dentro la politica, gli unici ad avere il diritto di cambiare le cose senza giustificarci” degli inciuci consumati. Usa un linguaggio comprensibile, addirittura con qualche latinismo, la mimica facciale è controllata anche quando urla contro chi gli ha dato di “fascistoide”.

E infine cita un suo idolo: Obama, definendo l’Italia “terra di speranza e di sogni”. Perciò quando conclude dicendo: “domani torno a Rignano (casa sua è sull’Arno e non sull’Hudson), e di nuovo incita a perdere 15’ di tempo in coda il 25 novembre, per andare a votare e quindi non “perdere altri 5 anni”, l’incrinatura che si percepisce nella voce, quell’attimo di cedimento alla stanchezza, ce lo restituisce umano e vulnerabile, e siamo pronti anche a perdonargli alcuni eccessi di egocentrismo. Senza quello si può aspirare a diventare pio, ma non un leader carismatico e convincente.

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