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Matteo Stefanini, canottiere campione di solidarietà Sport

…fortificato dall’idea che se il campione è arrivato dove è arrivato, ognuno nella propria gara della vita, può farcela. Matteo Stefanini è un campione. Che lo sia nel canottaggio lo sappiamo tutti, il suo palmares parla da solo: azzurro ai Giochi Olimpici di Atene 2004 sul singolo a soli 20 anni, tre volte campione del Mondo a livello Junior e Under 23, un tappeto di titoli italiani con i colori della Canottieri San Miniato prima (il primo nella storia del club giallorosso) e delle Fiamme Gialle poi, e soprattutto l’argento iridato Assoluto in quattro di coppia nel 2010 in Nuova Zelanda e la qualificazione, sempre con il quadruplo, all’Olimpiade londinese ai nastri di partenza. Anche Matteo, da campione qual è anche lontano da acqua, barche e remi, ha affrontato qualche difficoltà. Tra il 2006 e il 2007, quando da un anno all’altro si attendeva la definitiva esplosione e nella sua bacheca figuravano già una presenza a cinque cerchi, un oro iridato Junior sul quattro di coppia e due (più un argento) da Under 23 sul doppio, i medici lo fermano. Problemi cardiaci. Inizia un calvario. Matteo entra ed esce dalle cliniche specializzate per continui controlli, non se ne esce, la vita non è fortunatamente in pericolo, ma la carriera sì. Resta fermo più di due anni, perde il treno dei Giochi di Pechino nel 2008, sembra costretto all’addio alle gare. Poi tutto si risolve, come la migliore delle favole, e Matteo torna in pista. Anzi, in acqua, il suo habitat naturale, e lo fa nel migliore dei modi. Negli ultimi tre anni conquista altrettanti finali ai Mondiali Assoluti (con il già citato secondo posto neozelandese del 2010) e una agli Europei in quattro di coppia. All’ultima rassegna iridata a Bled, in Slovenia, col sesto posto in finale Matteo stacca il pass per Londra. Ma Matteo non pensa solo a quello. O meglio, è un atleta, quindi come stile di vita certamente quest’anno più che mai la testa è rivolta verso il non sgarrare. Ma è un campione, e da tale si comporta, ricordandosi anche di ciò che ha passato tra la fine del 2006 e tutto il 2008 e pensando a chi sta peggio di lui, e dal campione vuole ricevere conforto, un sorriso, una pacca, una foto. Poche cose, ma che fanno bene all’animo. Di chiunque, e sempre. E’ così che qualche giorno fa Matteo Stefanini, tornato in Toscana per un brevissimo periodo di riposo da raduni con la Nazionale e allenamenti vari, ha fatto visita ai ragazzi della IRCCS Fondazione Stella Maris, l’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico con sedi a Calambrone, San Miniato (ben due) e Fauglia. Dopo aver assistito a Santa Croce sull’Arno allo spettacolo “Sogni” di Beppe Dati, storico autore e compositore toscano tra i protagonisti dei più grandi successi della musica leggera italiana negli anni ’80 e ’90 (sono sue le celebri hit “Cosa resterà degli anni ‘80” di Raf e “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini, famose le sue collaborazioni con Marco Masini e Laura Pausini) il portacolori delle Fiamme Gialle e della Nazionale ha fatto visita agli ospiti della struttura sanitaria di Calambrone, accompagnato dal Presidente dell’Istituto Giuliano Maffei e dal Direttore Generale Roberto Cutajar. Una visita che ha colpito il canottiere samminiatese, come spiega lui stesso: “Quando vai alla Stella Maris pensando di dare qualcosa, in realtà torni avendo ricevuto molto di più dai bambini e dai ragazzi e ragazze che incontri”. Stefanini ha potuto conoscere da vicino le attività dell’Istituto scientifico di cura, compresi il Laboratorio di Neurogeneratica e la Risonanza Magnetica 7 Tesla, la prima attrezzatura a campo ultra alto tra poco attiva in Italia e una delle poche al mondo. Matteo ha promesso di tornare, e non solo così, tanto per fare: “Posso mettere al servizio di questo Istituto la mia esperienza sportiva, quello che ho vissuto e maturato nel tempo come campione e soprattutto come uomo. Penso che non sia facile dare qualcosa a persone che vivono la realtà della Stella Maris, istituto che cura bambini e adolescenti con disturbi neurologici e neuropsichiatrici. Significa che il mio impegno sarà maggiore per loro”. C’è da credergli, in fondo sta parlando un atleta che sportivamente parlando, è nato, morto, e rinato. Da campione.

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