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Mauro De Mauro, le verità che uccidono Opinion leader

Pisa – Mauro De Mauro, penna combattiva e cronista di punta, sempre in prima linea, de L’Ora di Palermo, quotidiano del PCI, è noto soprattutto per le sue inchieste sul caso Mattei e sulla criminalità organizzata. Dalla mafia, infatti, venne sequestrato e ucciso. Anzi, su wikipedia c’è la data di nascita ma non quella di morte, perché c’è certezza solo sul giorno della sua scomparsa (16 settembre 1970).

In tutti questi anni il suo corpo non è mai stato trovato perciò si dice sia passato sotto la “lupara bianca”. Insomma, uno dei migliori italiani o, per usare un’accezione pasoliniana, uno che ha fatto parte della meglio gioventù. Ma è poco noto il fatto che De Mauro venne internato nel campo di Coltano, presso Pisa, nella primavera del 1945. Le sue origini politiche, infatti, sono fasciste. Militò nella Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese e, dopo l’8 settembre 1943, aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Nella Roma occupata dai nazifascisti, fu vice questore di Pubblica Sicurezza sotto Pietro Caruso, informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e fece parte della famigerata Banda Koch, un reparto speciale del Ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana.

Verso la fine del secondo conflitto mondiale era corrispondente di guerra e ufficio stampa della Decima, con il grado di sottotenente, sul fronte di Trieste per contrastare il IX Corpus sloveno. Fu in quel periodo (aprile 1945) che venne arrestato a Milano dagli Alleati ed internato prima a Ghedi e, successivamente, nel campo di Coltano presso Pisa. Il campo di concentramento di Coltano fu utilizzato tra luglio e settembre del 1945 come centro di detenzione per prigionieri di guerra fascisti della ex Repubblica Sociale Italiana, militari germanici e collaborazionisti dell’esercito tedesco di altre nazionalità.

Era il secondo campo creato in Toscana dopo quello di Scandicci e venne suddiviso in tre sotto-campi, uno destinato ai prigionieri di guerra tedeschi, uno ai soli italiani e un altro ai tedeschi e ai collaborazionisti stranieri, principalmente russi. Da qui, De Mauro riuscì ad evadere e a raggiungere Napoli, città in cui restò per il biennio 1946-1947, sotto falsa identità, insieme alla moglie ed alle figlie. Al di là delle opinioni politiche e delle scelte di campo, De Mauro, però, aveva nel sangue il giornalismo, fiutava la notizia come pochi e non si fermava di fronte a niente al pari di una valanga che acquista sempre più forza e velocità scivolando giù.

Purtroppo, quella valanga che portava con sé segreti e misteri svelati, si arrestò schiantandosi, per sempre, contro la mafia. Non esiste ancora una verità sulla vicenda De Mauro, così come non esiste verità su altri fatti italiani. Le uniche certezze, non giuridiche, non giornalistiche, sono le parole di Leonardo Sciascia il quale, all’indomani della sparizione, mentre cominciavano a circolare voci su articoli e ricatti che avrebbero gettato fango sulla figura del giornalista, disse, zittendo tutti:  “In questa città (ndr Palermo) di ricatto non si muore, semmai si campa”. E, durante i giorni della consapevolezza che De Mauro non sarebbe mai stato ritrovato, se non senza vita, ebbe a pronunciare la sua sentenza: “Ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto”.

Errori di valutazione che sono costati una vita e certe verità troppo scomode.

 

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