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Medicina fra arte e scienza Innovazione

La medicina è arte o scienza? Oggi si fa un gran parlare di un rinnovato umanesimo intorno alla pratica medica. Nella medicina, afferma il filosofo e docente dell’ateneo fiorentino Alessandro Pagnini in occasione di una conferenza nell’ambito del ciclo Sapere & Narrare: Umanesimo e scienza oggi, l’uomo è contemporaneamente soggetto e oggetto di studio, ne è mezzo e fine. La scissione artificiosa tra arte e scienza ha, però, un lungo e significativo passato filosofico. La stessa separazione è oggi presente nelle divergenze tra gli approcci cosiddetti evidence based e narrative based medicine. Ma la medicina non è una scienza come tutte le altre, abbraccia dimensioni biologiche e psicologiche, regole naturali e soggettività. Il sapere medico, inoltre, oggi si confronta con i contributi dell’informatica e con i sistemi esperti che pretendono di sostituirsi alla diagnosi tradizionale del clinico e alla sua individualità.
La medicina, sembra, dunque, essere allo stesso tempo soggettiva e oggettiva, racchiudere il sapere dichiarativo-proposizionale, e quello tacito-procedurale, il sapere come. Ma quale di questi due saperi caratterizza al meglio la pratica medica? L’analisi epistemologica di questa scissione, quella speculativa e quella orientata all’azione, si ritrova in diverse vesti nel pensiero di Kant, di Husserl, di Jaspers, ha ricordato Pagnini. Ma la naturale tensione oppositiva tra questi poli sembra accompagnare da sempre la storia del pensiero scientifico e filosofico: infatti, il pensiero diventa scientifico solo quando vi è la messa in scacco del soggetto, quando, cioè, il pensiero si oggettivizza. L’essere umano diventa parte, così, della natura al pari di altre forme di vita animate e inanimate. L’oggettivazione del soggetto concerne ovviamente anche la medicina, ma qualsiasi oggettivazione che riguardi l’essere umano lascia fuori sempre qualcosa del soggetto. È sempre un’oggettivizzazione locale, per così dire, non può cogliere la totalità dell’esperienza individuale. Dietro alle diagnosi, inoltre, ci sono i nostri schemi concettuali. Come messo in luce dalla psicologia cognitiva, anche le nostre percezioni sono cariche di cognizione. Ciò che sappiamo, l’esperienza che intercettiamo, influenza ciò che vediamo, che pensiamo, che verbalizziamo.
In Italia, nota Pagnini, assistiamo ad un grande interesse nei confronti dei contributi delle discipline umanistiche per la medicina senza aver meditato abbastanza sull’importanza della diffusione di una adeguata forma mentis scientifica tra i professionisti, e, soprattutto, tra chi si occupa di filosofia e di epistemologia della medicina. È importante porre l’attenzione su fattori come la corretta comunicazione della diagnosi, sulla centralità della relazione tra medico e paziente, senza, però, minimizzare il contributo che oggi sono in grado di offrire discipline come le neuroscienze e le scienze cognitive nella comprensione dei meccanismi interpersonali fondamentali come la fiducia, l’empatia, la coscienza. L’Umanesimo deve andare di pari passo con il progresso, con la tecnologia, con quella naturalità interattiva che è un tratto innato dell’essere umano. I dibattiti filosofici sul relativismo delle varie metodologie ci hanno, invece, allontanato dal vero scopo di una corretta disamina epistemologica del sapere scientifico e medico: l’acquisizione della consuetudine mentale necessaria a inquadrare correttamente i problemi per cercare le soluzioni più adeguate. Nella filosofia, nella pratica medica, nella vita quotidiana.


Venerdi' 28, alle 17,30, all'Accademia La Colombaria (Via S. Egidio 23) l'antropologo molecolare David Caramelli parlerà di "Nuove frontiere in antropologia" per il ciclo "Sapere & narrare" dedicato a "Umanesimo e scienza oggi".

 

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