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Medio Oriente, i venti di guerra perdono vigore Opinion leader

Il dipartimento Difesa americano precisava che la Iaf (Israel Air Force) non sarebbe in grado in un solo raid di distruggere gli impianti atomici iraniani. Il Comando Generale Centrale delle forze armate americane (Nord Africa, Medio Oriente e Asia Centrale) aveva effettuato la simulazione di un raid israeliano sull’Iran e dedotto che gli iraniani sarebbero stati in grado di reagire, coinvolgere gli Stati Uniti, attaccare la V Flotta nel Golfo Persico e uccidere con un solo missile giunto a segno 200 americani. Una commissione inquirente (investigative committee) del Congresso non avrebbe risparmiato (would not spare) ammiraglio, generale, ministro che fosse e nemmeno il Presidente. Alle 20,20 il portavoce del Pentagono annunciava che il dipartimento Difesa avrebbe provveduto al finanziamento necessario alla fornitura di sistemi Iron Dome secondo le richieste di Israele e la capacità di produzione, visto il successo nell’ultimo mese nel intercettare l’80% dei razzi lanciati da Gaza. Dopo 28 minuti, alle 20,58 appunto, il ministro della Difesa Ehud Barak  ringraziava pubblicamente se stesso e Leon Panetta (thanked both), segretario alla Difesa Usa, per i contatti diretti intercorsi. Nel momento stesso in cui Barak ringraziava l’amministrazione americana per aiutare a rafforzare (for helping to strengthen) la sicurezza di Israele, abbandonava la pretesa di attaccare l’Iran senza il preventivo permesso (permission before) degli Usa. Era, per tutte le decisioni e gli intenti (for all intents and purposes) che ne conseguono, l’annuncio implicito che un attacco all’Iran era sospeso, al meno fino (until at least) alla primavera 2013.
Le reazioni della stampa israeliana non si sono fatte attendere. Il “Yiedioth Ahronoth” (‘Ultime notizie’), il più diffuso quotidiano in Israele – si potrebbe dire di centro-destra, ma non programmaticamente filo Netanyahu, più vicino a Kadima che al Likud – attento agli alti comandi militari, era uscito il 30 marzo con un titolo senza precedenti (“Il Foglio”, 31 marzo): ‘È in corso uno strike americano contro quello israeliano in Iran’, probabilmente indicativo degli umori nello Stato Maggiore. “Israel Hayon” (‘Israele oggi’) scrive: «A Washington stanno iniziando una guerra contro i piani d’attacco israeliano al programma iraniano». “Israel Hayron” è un tabloid quotidiano distribuito gratuitamente nei giorni feriali, finanziato dal miliardario Sheldon Adelson (passa per essere fra i tre più ricchi d’America). Propaganda la leadership di Netanyahu con tirature addirittura superiori a “Yiedioth Ahronoth”; si dividono quasi a metà circa il 70% di lettori.
È una crisi nei rapporti israelo-americani tanto più sorprendente quanto in merito a progetti di guerre o interventi militari su cui i governi israeliani hanno sempre rigorosamente mantenuto il segreto. Il contrasto esplode il 5 marzo scorso con il discorso di Obama all’Aipac, la potente lobby filo israeliana, e l’acida – per non dire ira contenuta – di Netanyahu in risposta il giorno dopo, di fronte allo stesso uditorio di più di 13.000 delegati dell’associazione. Obama aveva dichiarato come «Presidente e Comandante in Capo (Commander-in- chief)» di intendere perseguire la via diplomatica per risolvere la sfida con l’Iran sul programma atomico, confidando nelle pesanti sanzioni inflitte a quel paese. Netanyahu senza mezzi termini da del «ridicolo (ridiculous)» a Obama nel ritenere che l’Iran non intenda procedere all’armamento atomico. Non ci sono dubbi che Netanyahu si proponesse di convincere Obama a un intervento militare contro la rete degli impianti atomici iraniani, certo di riuscirci alla vigilia di un congresso dell’Aipac, una lobby di molto peso elettorale che, scattando in piedi, lo avrebbe acclamato (standing ovation). Non aveva fatto i conti che nessun Presidente americano avrebbe tollerato interferenze nella politica estera che non fossero nell’interesse degli Stati Uniti. Non a caso Obama aveva precisato essere Commander-in-chief degli americani, affermazione inequivocabile che nessuno metteva in discussione. I ‘falchi’ della stampa israeliana e i ‘falchetti’ della nostrana al seguito imputano a Obama di anteporre l’interesse alle prossime elezioni negli Usa a quelli della ‘civiltà occidentale minacciata dall’islamismo’. Non c’è dubbio che Obama pensi alle elezioni, ma non è peregrino ritenere che il pubblico americano non tollererebbe, dopo le infelici esperienze dell’Iraq e dell’Afganistan ancora in corso, l’apertura di un nuovo fronte. Vedremo in novembre. Per non parlare delle conseguenze di un attacco all’Iran che preoccuperebbero non pochi in Israele, anche nei comandi delle forze armate.
Nel frattempo la stampa internazionale ha rivelato via via i motivi emersi della inedita fermezza di Obama nei confronti di Netanyahu che fin dal 2009 era riuscito a eluderne efficacemente le pressanti sollecitazioni per la soluzione in Israele-Palestina di «una terra, due Stati». Ha inoltre svelato i motivi della pubblica ammissione di Netanyahu – inaudita novità nella storia d’Israele che ha sempre attaccato di sorpresa – di voler attaccare l’Iran: l’impossibilità di successo senza la partecipazione degli Stati Uniti e l’intenzione di rivolgersi alla pubblica opinione americana tradizionalmente filo israeliana e di influire sulle prossime elezioni presidenziali.
Infatti per infliggere all’Iran al primo colpo l’impossibilità di rispondere, la Iaf dovrebbe scatenare almeno un centinaio di caccia bombardieri d’ultima generazione F-16, mentre ne conterebbe la metà; inoltre gli aerei dovrebbero essere armati con bombe di profondità anti bunker di produzione Usa e disporre dell’appoggio di aerei cisterna per il rifornimento in volo dell’aeronautica americana.
Secondo “Haaretz” del 15 marzo, Netanyahu era rientrato da Washington con l’intenzione di preparare il pubblico alla guerra per prevenire (to prevent), come enfatizzava, un secondo olocausto e di raccomandare ai ministri di respingere le voci secondo cui Israele sarebbe troppo debole per agire da sola. Ma secondo i sondaggi di quella settimana l’opinione pubblica israeliana sarebbe favorevole a un attacco americano all’Iran, ma diffida (is wary) da azioni militari senza l’appoggio dell’alleato. Il “New York Times” del 18 marzo svela che il Mossad, a dispetto del governo di Gerusalemme, concorderebbe con la Cia che non vi siano prove sufficienti che l’Iran abbia deciso la fabbricazione della bomba atomica.
Intanto è in corso la ‘guerra’ fra le fonti d’informazione israeliane e americane. “The Guardian”  del 4 aprile informa che i media israeliani diffondono la notizia che una valutazione del consiglio ministeriale preposto alla sicurezza (Security cabinet) nel recente weekend stima in meno di 300 i morti in un eventuale conflitto con l’Iran. “Haaretz” di contro scrive che il segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato martedì alla ABC a che un unilaterale attacco israeliano all’Iran non gioverebbe ad alcuno (not in anyone interest), come il presidente Obama ha reso noto (conveyed) agli israeliani.

Francesco Papafava

Foto: Hillary Clinton
 

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