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Medio oriente in fiamme, processo di pace a rischio in Israele Opinion leader

Terra Santa. Ore 13. Viaggio lungo la strada denominata dei paracadusti. È la prosecuzione della superstrada number 1 che collega il Mar Morto a Tel Aviv, passando per la città Santa. Siamo all’ingresso di Gerusalemme. Il semaforo è rosso. Sono nella corsia di mezzo con la mia piccola  vettura. Alla mia destra le auto pronte a svoltare per il quartiere degli ortodossi ebrei di Mea Shearim. Al mio fianco stipati nella  vettura, bianca , scassata e di marca coreana, una famiglia di ebrei haredim. I finestrini chiusi ma l’aria condizionata non pare bastare e dal nero cappello borsalino del guidatore scendono copiosamente goccie di sudore lungo la fronte, arrivando a bagnare la  folta e ben curata barba grigia. L’età del religioso è indefinibile. Le mani sono riposte sul volante in attesa del verde. Lo sguardo di sofferenza fisso verso il semaforo è distolto dalla mia presenza. Ho lo stereo a manetta. E la musica  rap si diffonde dai finestrini  ribassati. L’occhiata del religioso nei miei confronti  è visibilmente sprezzante. È innervosito. Nemmeno un minimo segno di saluto, di pace per il sottoscritto.

 

L’incomunicabilità è evidente. Mentre alla mia sinistra in attesa di svoltare verso il quartiere palestinese di Sheik Jarrah un Suv nero. Finestrini reclinati. Non pongo troppa attenzione all’uomo al volante. Mentre, mi soffermo sul passegero,  una donna  dallo sguardo serio e con un elegante completo nero. È Hanan  Ashrawi, docente universitario, intellettuale, attivista palestinese. In passato ha svolto ruoli importanti all’interno dell’Autorità Nazionale  Palestinese. È una donna araba  molto rispettata e considerata integerrima.  Ovviamente di tutt’altro avviso è la destra israeliana. Comunque, ci scambiamo un veloce saluto in inglese.  Di li a poco rilascerà  una sferzante dichiarazione: “Israele deliberatemente agisce in modo da distruggere le possibilità di successo dei dialoghi”. Aggiungendo: “Diciamolo molto chiaramente se Israele non si ferma, noi dobbiamo muoverci”.  Riferito al fatto che se l’espansione dei coloni non viene fermata l’unica soluzione per i palestinesi è riccorrere alle Nazioni Unite. È la ferma risposta al recente programma israeliano per promuovere la costruzione di 3000 nuove case per i coloni in territorio palestinese.

 

Centinaia  di queste costruzioni sono previste proprio nella  zona est di Gerusalemme, ovvero quella di pertinenza palestinese. I quartieri di Silwan e Sheik Jarrah rappresentano le zone calde di questa espanzione. Sheik Jarrah da anni è area di disputa tra Israele e Palestina. Da quando la Corte Suprema israeliana ha riconosciuto il diritto ad alcune famiglie di ortodossi ebrei d’insediarsi nel quartiere occupando delle case. Da quel giorno pacifisti israeliani, che si oppongono a tale decisione, manifestano regolarmente nella zona, insieme ai palestinesi gerosalemitani. La ragione che ufficialmente spinge gli ortodossi ebrei a stabilirsi nel quartiere è che, secondo la tradizione, la tomba di Shimon Hatzadik / Simone il Giusto figlio di Onia  I si troverebbe proprio lì.  L’altro giorno il portavoce del partito liberale israeliano Yesh Atid, forza politica della maggioranza nell’attuale governo di Netanyahu, ha dichiarato che Gerusalemme est non potrà non essere la capitale dello stato palestinese. Gli ortodossi e i nazionalisti avversi al partito laico guidato da Lapid non devono averla presa bene.

 

Vedremo cosà succederà nei prossimi giorni. Intanto è scatttato il verde, e ho continuato a viaggiare dritto lungo la linea verde che nel 1967 separava palestinesi ed israeliani. Oggi la linea verde non è un confine. Forse lo tornerà ad essere in futuro. Mi chiedo con quale significato. Servirà per abbattere i muri?  E poi soprattutto nel caso di pace tra israeliani e palestinesi i confini saranno rilevanti?  Domande che aspettano risposte, ma in questi giorni in pochi dall’una e dall’altra parte parlano. La speranza di una trattativa che segni la fine del conflitto è minima di qua e di là. Mentre io sfreccio nel mezzo tra i due contendenti il resto dell’Europa, come la solito, non prende posizione e manifesta apatia. Tutti aspettano i risultati della diplomazia americana, che da sola non può fare molto. E rischia di peggiorare le cose.
 

Enrico Catassi

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