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Medio Oriente, venti di guerra sempre più tesi Opinion leader

Non divergono sul fine d’impedire all’Iran di produrre armamento atomico, ma sui mezzi, tempi e valutazione delle conseguenze.
Chiarisce la lettura (“Haaretz.com”, 21 gennaio) delle affermazioni di Ehud Barak , ministro della Difesa, intervistato dalla Israel’s Army Radio alla vigilia dell’ incontro con Martin Dempsey, capo degli Stati Maggiori Usa. Circa un attacco all’Iran Barak risponde testualmente: «Non abbiamo preso alcuna decisione di farlo (to do this), l’intera questione è molto lontana (is very far of)». Chiestogli in merito all’ipotesi di pressioni americane per essere informati prima di un eventuale attacco all’Iran, replica: «Non penso che i legami con gli Stati Uniti siano tali che essi non abbiano idea di ciò che pensiamo in merito». Alla risposta sibillina aggiunge, circa il very far of (quanto lontano? Settimane, mesi, anni?): «Non vorrei fare valutazioni, certamente non è cosa urgente; non intendo pronunciarmi su ciò che domani può accadere (tomorrow will happen)». Ne fa il paio la notizia sempre su “Haaretz.com” (29 gennaio) che Obama  telefona a Netamyahu in termini ‘diplomaticamente inequivocabili’ (ultimativi?) non essere necessario ‘osare’ (ought not dare) attaccare l’Iran. Nel passato il top decisionale israeliano degli attacchi all’estero è stato prerogativa esclusiva e segreta della triade unanime costituita dai primo ministro, ministro della Difesa e capo di Stato Maggiore, oggi rispettivamente Nertanyahu, Barak e Benny Gantz. Quest’ultimo, ritenuto un ufficiale accorto, nel dubbio di infliggere un primo colpo senza possibilità di risposta e comunque delle conseguenze strategiche di un attacco preventivo non concordi con l’interventismo immediato dei primi due. Netanyahu non scatena l’attacco e, per la prima volta in Israele, subisce che i media del mondo ne scrivano; addirittura di contrasti in seno al top decisionale, sempre rigorosamente segreto. Israele nel passato ha scatenato quattro guerre, due fulminee (Sinai 1956, giugno 1967), due infelici (Libano 1982 e 2006) di sorpresa per autonoma decisione. Evidentemente egli teme pesanti, rischi non valutabili (sottolineati dal capo di Stato Maggiore) e avverte la necessità dell’approvazione degli Stati Uniti e la preventiva certezza di uno scudo americano incondizionato.
Ne dubita e fondatamente. Obama lo conferma il 24 gennaio sera al Congresso con l’annuale, solenne discorso (il suo terzo) sullo Stato dell’Unione. Parla di economia e occupazione; precisate ‘sul mio personale tavolo quest’anno’ (get in on my desk this year). Appena dieci minuti sono dedicati alla politica estera e solo al Medio Oriente. Conferma la determinazione degli Stati Uniti di impedire con qualsiasi mezzo all’Iran di procurarsi (getting) armi atomiche; aggiunge tuttavia che una soluzione diplomatica è tuttora possibile e molto migliore (far better). Se l’Iran, precisa, rispetta i suoi obblighi (its obligations) internazionali (Trattato di non Prolificazione di armi atomiche sottoscritto anche dall’Iran) ‘può ritornare nella comunità delle nazioni’. Rileva che il programma nucleare iraniano è in seria difficoltà per le rovinose sanzioni (crippling sanctions) imposte dall’Onu. Israele nemmeno nominata.
Amir Oren, autorevole editorialista di “Haaretz”, quotidiano di Tel Aviv in lingua inglese, il 29 gennaio rivela che Obama ha telefonato a Netanyahu per comunicargli in termini ‘non diplomatici’ (cioè perentori) di ‘non essere necessario osare’ (ought not dare) attaccare. Avrebbe tutto da perdere Obama alla vigilia delle elezioni presidenziali. Se intervenisse verrebbero meno i sondaggi in crescita per l’impegno in economia, il tendenziale aumento della occupazione, lo sganciamento dall’Iraq e da quello programmato dall’Afganistan con evidente, e necessario, sollievo della finanza pubblica. Se rifiutasse d’essere trascinato in un ennesimo, gravido di conseguenze conflitto armato susciterebbe la reazione di una diffusa opinione nell’opinione pubblica a favore per il tradizionale alleato, tuttora chiave nel Medio Oriente.
Non a caso Netanyahu ha disdetto la trasferta, inedita e da lungo preparata, in Kenia e Uganda per presenziare al prossimo (3-6 marzo) annuale, politico Congresso mondiale dell’Aipac (Amerinc Israel Public Affairs Commitee) dove è tradizionalmente accolto da ovazioni che si moltiplicano alla fine dei suoi stimolanti discorsi. L’Aipac, nella scheda di adesione al Congresso, esplicita d’essere la più importante lobby pro Israele (dei governi della destra estremista e nazionalista) e specifica di contare nel territorio degli Stati Uniti su 9.000 attivisti e a Washington su metà bipartisan del Sanato e su di un terzo della Camera dei Rappresentanti. Obama dovrà cimentarsi nella ‘fossa dei leoni’.
Divampa la polemica a distanza fra le cancellerie dei due paesi. Cito le dichiarazioni più significative. Leon Panetta, Segretario alla Difesa Usa in un’intervista alla CBS del 30 gennaio prevede non prima di un anno la possibilità dell’Iran di produrre armi nucleari e lasciar dunque tempo alle sanzioni di conseguire il risultato voluto. Il 2 febbraio il vice primo Moshe Ya’alon in una pubblica conferenza ritiene possibile colpire in un unico attacco tutti gli impianti atomici iraniani. Rincara la dose Aviv Kokhavi capo dell’Intelligent militare israeliano affermando che, dopo l’imminente arricchimento di uranio l’Iran sarà in grado di approntare rapidamente quattro atomiche. Il 20 febbraio il Pentagono, dubitoso del successo di un raid conclusivo, valuta in cento gli aerei necessari per colpire in un sol colpo la rete degli impianti atomici e missilistici in Iran.
È comunque opinione diffusa nell’amministrazione americana che Israele attaccherà all’improvviso entro il prossimo giugno sebbene non sia in possesso di un numero sufficiente  di bombe a profonda penetrazione anti-bunker, nonché alla profondità utile. Vorrà utilizzare bombe atomiche tattiche interrate?
Nel frattempo i servizi segreti israeliani non aspettano. Una ‘cripto-guerra’ l’hanno scatenata. Nessuno dubita che le recenti esplosioni in impianti atomici iraniani e l’eliminazione di scienziati a loro preposti siano opera del Mossad. Ma è recentissima la notizia diffusa da “Haaretz” (27 febbraio; il quotidiano esce la sera) che “WilkiLeaks” ha captato e-mail esclusivamente interni di “Stratfor” (Strategic Forcastin, agenzia americana di strategia e intelligence) in cui funzionari stanno vagliando l’informativa di una fonte segreta collegata che commando misti israeliano-combattenti curdi hanno devastato all’interno dell’Iran infrastrutture nucleari. Lo scoop non è stato maggiormente indicativo.
 

Francesco Papafava

Foto: Ehud Barak

A gifted lawyer named Frank Morison set out to prove the fallacy of the resurrection. He intended to write a book about it titled Disproving the Resurrection of Jesus. When he completed his research, he did write a book, but it had a different title: Who Moved the Stone? In this book, Morison showed that the rules of evidence confirm Yeshua’s resurrection.

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