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Mehrdad Oskouei, testimone dell’Iran che cambia Middle East Now

The other side of Burka, It’s always late for freedom e The last days of winter, i tre titoli in programma, sono fra gli esempi più alti della produzione iraniana di documentario sociale, spesso prodotto in maniera indipendente, ma sottoposto comunque al vaglio delle autorità.
In Iran varie istituzioni statali sostengono la produzione di cortometraggi, documentari e film sperimentali, che raggiungono l’incredibile cifra di 4000 opere e si aggiungono ai circa 60-70 lungometraggi realizzati ogni anno. Ogni progetto di documentario deve essere approvato da una commissione per ottenere il finanziamento statale, ma anche se è prodotto in maniera indipendente, ha bisogno di un’autorizzazione per essere proiettato in pubblico, sia in Iran che all’estero. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, che ha chiuso le importazioni di film stranieri soprattutto americani, il cinema nazionale anche indipendente ha avuto un grande impulso, tanto da diventare un obiettivo per i giovani, che fra le professioni maggiormente ambite mettono il filmaker subito dopo il calciatore.
Negli ultimi anni, tuttavia, le posizioni del ministero della guida islamica si sono fatte più restrittive e i documentari sociali vengono sottoposti a una rigida sorveglianza sul loro contenuto di denuncia. Oggi ottenere l’autorizzazione per mostrare The other side of burka (2004), che Oskouei ha prodotto autonomamente, come molti suoi film, sarebbe impossibile, così come non è più praticabile la collaborazione con la rete televisiva BBC. 
Dopo le elezioni del 2009 la tv inglese che trasmette anche in lingua persiana, è stata condannata come nemica della repubblica islamica, e agli artisti è stato proibito di avere qualsiasi contatto di lavoro con essa. L’associazione dei documentaristi, di cui Oskouei fa parte sta cercando quindi di inserire il documentario sociale nella programmazione di un canale televisivo iraniano dedicato al documentario, e di veicolare le opere anche attraverso i dvd. Il pubblico per questo genere di cinema esiste, come testimoniano i molti festival che si tengono nel paese, e vivo è anche l’interesse dei giovani, che frequentano numerosi i corsi tenuti da Oskouei e dai suoi colleghi.
Al regista abbiamo chiesto come si trova a lavorare da indipendente nel suo paese specie dopo le recenti restrizioni che limitano i finanziamenti da reti tv internazionali
Quando comincio a progettare un film, non penso ai limiti, mi lascio libero. Solo a film finito valuto se ridimensionare quegli aspetti che possono andare incontro a problemi. Noi registi conosciamo le linee rosse nelle quali possiamo muoverci e dentro quelle cerchiamo di esprimerci. Io amo il mio paese, voglio continuare a lavorare lì e desidero che il pubblico iraniano veda i miei film anche per il loro carattere di denuncia. Vedo che i documentaristi italiani, invece, sono costretti a cercare finanziamenti all’estero perché non sono sostenuti adeguatamente dalle televisioni e da altre istituzioni, ed è un peccato. Ammiravo molto la tradizione del grande documentario italiano, in particolare De Seta e la sua attenzione alle culture minori e sconosciute.
I suoi soggetti preferiti sembrano essere le donne e i bambini…
Mi concentro sulle persone che non hanno voce, che vivono ai margini della società. Se io, come documentarista non mi interessassi a loro, nessuno potrebbe conoscerli.  Ho fatto tre film sulla figura della donna perché penso che la fiction non sia mai riuscita a dare un ritratto adeguato della donna iraniana e della sua vita.
The other side of burka affronta la difficilissima condizione delle donne dell’isola di Qeshm. Com’è riuscito ad avvicinarsi a queste donne e a farle parlare liberamente?
Nel mio mestiere ho imparato che quando vuoi entrare nella privacy delle persone devi innanzitutto rispettarle. Se loro vedono sincerità nei tuoi occhi si aprono totalmente, ma se non si fidano sei costretto a lavorare in modo superficiale. Prima di girare ho fatto molti viaggi nell’isola per creare un rapporto intimo con gli abitanti, poi il dialogo è venuto da sé. Una di queste donne mi ha ringraziato per essere venuto a cercarle e a spingerle a esprimersi, ma io penso che siano state loro a prendere me come testimone per comunicare in pubblico il loro dolore, più che io a fare un film su di loro. C’è un proverbio in Iran che dice se il dolore fosse fumo, il mondo sarebbe avvolto da una nuvola. Quello che ho fatto è aprire un coperchio per far uscire il fumo e toccare il nucleo del dolore.
C’è qualche motivo che l’ha spinta a fare un film su un uso, quello del burka, che in Iran è di una ristretta minoranza?
Due eventi mi hanno spinto a fare questo film. Ero ospite in una casa di questa regione quando nella stanza è entrata una bambina di circa 10-11 anni, che si è seduta con molta fatica. Ho capito allora che era incinta. Aveva una pancia talmente grossa che quasi il suo corpo non riusciva a sostenerla. Un altro episodio analogo, che mi è stato raccontato, mi ha commosso. Riguardava un’altra bambina della stessa età che al momento di partorire chiedeva aiuto alla mamma per far passare il dolore alla pancia, come fanno i bambini quando stanno male.
Ho fatto questo documentario con molta fatica e commozione, ho dovuto chiedere a mio suocero di aiutarmi finanziariamente per finirlo, ma se una sola famiglia capisse la gravità di questo fenomeno e rinunciasse a costringere le bambine a sposarsi, avrei raggiunto un grande risultato. Il film è statao trasmesso dalla BBC e visto in tutto il paese e all’estero, suscitando interesse. Dopo, sull’isola sono state costruite delle scuole e sono arrivare alcune ong che hanno dato istruzione alle donne per una maggiore consapevolezza dei diritti delle figlie e informazioni sui metodi contraccettivi.
Gli altri due film proiettati al festival sono sui ragazzi di un riformatorio…
It’s always late for freedom e The last days of winter sono parte di una trilogia che completerò prossimamente con un film sui riformatori per le bambine, per il quale sto aspettando l’autorizzazione. Vorrei anche mettere la telecamera nell’aula di un tribunale per vedere dal punto di vista di un giudice come si valuta il reato di un ragazzino. Per me sarebbe un onore che questi documentari costituissero in futuro una testimonianza sulla situazione dei bambini nei riformatori. I miei film hanno partecipato a più di 300 festival nazionali e internazionali e hanno avuto molti premi, ma quello che mi rende orgoglioso è soprattutto il fatto che, anche a livello accademico, abbiano acquistato un valore come documenti sulla società iraniana.

 

 

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