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Memento per i leader dell’Ue: ricordatevi di Santo Domingo Opinion leader

Firenze –  La storia offre molta materia per riflettere ai leader dei 28 Stati dell’Unione europea che si riuniranno mercoledì 23 settembre a Bruxelles per prendere una decisione politica e umanitaria di fronte all’enorme pressione dei profughi che chiedono loro asilo e salvezza dagli orrori delle guerre del Medio Oriente e dell’Africa.  In particolare, essi dovrebbero fare un salto all’indietro di 77 anni per ritrovare un precedente che rappresenta un’amara lezione per chi antepone alla solidarietà umana ragionamenti improntati all’egoismo e alla paura, che sempre  condizionano la cosiddetta supposta Realpolitik.

Il 22 marzo 1938, nove giorni dopo l’occupazione nazista di Vienna, Franklin Delano Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, propose a 33 stati (fra cui Francia, Gran Bretagna e Italia) di tenere una conferenza internazionale per trovare una posizione comune per affrontare il problema dei profughi politici, soprattutto ebrei, cacciati da Germania e Austria, divenute preda della fatale allucinazione razzista.

La conferenza – come racconta Dominique Lapierre in “Mille soli” – si aprì il 6 luglio 1938 nel salone da ballo dell’Hotel Royal di Evian, la stazione termale francese sul lago di Ginevra. Ma quella che poteva essere un’ancora di salvezza per le decine di migliaia di ebrei in pericolo si trasformò in uno sterile balletto, appropriato solo al luogo dove si svolgevano i colloqui. Nessun Paese mise sul tavolo la possibilità di aprile le sue frontiere alle vittime di Hitler. Un ristretto numero di delegati dichiarò di essere disponibile ad accogliere al massimo qualche agricoltore, mentre solo l’Olanda e la Danimarca si impegnarono ad aprire maggiormente le loro frontiere, che furono dopo poco tempo travolte dalle truppe naziste.

Tuttavia, racconta Lapierre, “in mezzo a questo concerto di egoismi si verifica un piccolo miracolo: la Repubblica di Santo Domingo dichiara che accoglierà centomila rifugiati”. Santo Domingo? Sarà la battuta gelida del dittatore allora trionfante, “ma non ci sono solo noci di cocco e banane laggiù?”. Nessuno seguì l’esempio generoso del piccolo Stato caraibico, e alla fine anche gli Stati Uniti si limitarono a confermare le quote di immigrazione già previste, cioè 27.370 l’anno. Un’inezia rispetto ai milioni che rischiavano la vita.

Quello che accadde negli anni successivi è un incubo tale che dovrebbe quanto meno far riflettere i capi di Stato e di Governo che si ritrovano divisi di fronte alla necessità di  stabilire una volta per tutte le quote obbligatorie di profughi e una politica di accoglienza comune.  Angela Merkel non ha dimenticato quella storia e sta aprendo le porte alla disperazione. Con tutti i suoi difetti e i suoi limiti, anche l’Italia sta dando con costanza prova di essere sensibile al grido di aiuto di popoli vicini.

Un accordo su quanto è già stato approvato dal Parlamento europeo (la ricollocazione di 160mila profughi) sarebbe non solo un primo passo per allentare le tensioni ai confini, ma anche un segnale che l’Europa resta fedele, senza se e senza ma, ai valori che ha posto alla base del suo ideale di unità risorto dalle macerie della più grande tragedia fratricida dell’umanità.

 

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