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Mercati finanziari: i barbari sono sempre alle porte Opinion leader

Firenze – Giovedì prossimo 23 aprile presso la libreria Todo Modo (via dei Fossi a Firenze) si parla del libro “I soldi degli altri e come i banchieri li usano” di Louis D. Brandeis, l’avvocato americano che all’inizio del secolo scorso  ingaggiò una battaglia senza esclusione di colpi contro lo strapotere della finanza che era arrivata a controllare l’intera economia statunitense.

Nel 1991 uscì in Italia, con lo stesso titolo, un libro del giornalista Giuseppe Turani che ricostruiva i ruggenti anni del boom della borsa, cioè della inedita tendenza degli italiani a investire i propri risparmi, affidandoli a “capitani coraggiosi” che li utilizzavano per scorrerie più o meno speculative. Come sono finiti quei capitani coraggiosi e quei politici che li sostenevano per trarne risorse per il partito o per se stessi è storia raccontata dalle inchieste di Mani pulite avviate l’anno successivo dalla magistratura milanese.

Si tratta ovviamente di epoche e contesti completamente diversi, come diverso è il taglio editoriale, ma i due libri parlano di due aspetti dello stesso problema: il controllo democratico dei mercati finanziari di fronte a flussi senza regole di denaro che negli ultimi trent’anni hanno assunto dimensioni tali da minacciare stati sovrani e indifese comunità di cittadini.

Il libro di Turani fu pubblicato pochi mesi dopo un classico delle guerre finanziarie “I Barbari alle porte” di Bryan Burrough e John  Helyar, che racconta la storia della più clamorosa acquisizione di una grande aziende, RJR Nabisco (biscotti, tabacco etc.) grazie a un’operazione di leveraged  buy-out, cioè risorse ottenute grazie a un indebitamento, ripagato attraverso la vendita successiva di parti della stessa azienda.

Il boom della Borsa e del denaro facile favorì la creatività di tanti broker rampanti, finanzieri più o meno improvvisati, nel ricercare sempre più sofisticati strumenti finanziari, tanti titoli di carta primari o derivati. Dai junk bond, i titoli spazzatura ad altissimo rendimento, ma ad altrettanto altissimo rischio, che videro l’ascesa e la caduta di finanzieri come Ivan Boesky e Michael Milken, alle più raffinate formule di futures, cioè vere e proprie scommesse – per copertura o speculazione – sull’andamento di titoli obbligazionari e monetari in mercati di ogni tipo.

A quegli anni risale dunque l’esplosione della quantità di denaro liquido in circolazione, con la contemporanea apertura dei mercati al livello mondiale, e lo sviluppo sempre più accelerato delle tecnologie informatiche che permettono spostamenti di miliardi di dollari in frazioni di secondo. Sono stati questi  i fattori che hanno contribuito a creare l’attuale sistema finanziario internazionale che è all’origine del lungo periodo di crisi innescata dalla indiscriminata concessione di prestiti sub prime, altamente rischiosi per creditore e debitore, già in  partenza non in grado di restituirlo. E anche per i derivati come i Credit Default Swap una sorta di polizza assicurativa emessa a copertura del rischio di insolvenza creditizia, moltiplicati esponenzialmente dalle banche che potevano nello stesso momento acquistare titoli di debito sovrano e garantirsi dal rischio.

Perché abbiamo raccontato in soldoni questa evoluzione della finanza internazionale? Per mettere in evidenza con i fatti il messaggio che a distanza di un secolo rende il libro di Brandeis di stringente attualità. E cioè che la battaglia per regolare il potere del denaro che può distruggere in pochi secondi la ricchezza e la vita di intere comunità, e continua ad approfondire sempre di più le disuguaglianze fra i cittadini, non ha mai fine.

Una volta raggiunto un certo assetto regolativo, troverà sempre nuove forme, nuovi strumenti per riprodursi al riparo di qualunque regola e controllo. Lasciare che possa farlo indisturbato grazie ai paradisi fiscali e alla concorrenza fra stati significa tenere le democrazie in stato di pericolo.

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