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Mercato finanziario, come cambiano le regole del gioco Economia

Firenze –  Obbligazioni subordinate, parte seconda. Stamp riprende la conversazione con il dottor Efisio Pinna, da decenni consulente finanziario d’impresa indipendente, partendo dall’apparente paradosso segnalato a chiusura della “puntata” precedente: mentre le obbligazioni subordinate fanno sobbalzare, al solo risuonar del nome, l’uomo della strada, al contrario gli investitori istituzionali ricominciano a comprarne. Perché? L’aumento della domanda dei titoli conduce al rialzo dei prezzi. Infatti il mercato, come dice Pinna, vive di sentiment. “Il fatto stesso che gli investitori istituzionali stiano tornando agli acquisti selettivi delle subordinate quotate rialza il prezzo e il guadagno in quota capitale, o capital gain”, è la risposta di Pinna. Ovviamente, nei momenti di crisi, l’operatore adotta un criterio di selezione più spinto. Così come fa ognuno di noi quando va al mercato della frutta e sceglie le arance più belle.

Ma cosa significa subordinata “quotata” o non quotata? “Aggiungiamo oggi un altro requisito, per consigliare chi deve fare un investimento e lo vuole fare in titoli – dice Pinna – accanto alla domanda “quanto rischio”? Deve anche porsi quella: “è quotato”? Ma per spiegare questo, è necessario tornare al concetto di mercato efficiente quotato, dunque al concetto di domanda e offerta, che produce liquidità e illiquidità”.

Facciamo un passo indietro. Tutto sommato, come dice Pinna, per capire il funzionamento del mercato, è sufficiente pensare a un mercato della frutta e verdura: poniamo Sant’Ambrogio. Il compratore in questo caso non compra subito, ma si fermerà, controllerà i prezzi, per arrivare a un acquisto che lo soddisfa. In questo caso, il mercato è liquido perché tutti i giorni si verifica la dinamica di domanda-offerta. Un luogo fisico deputato in cui so che mi reco lì e questo trovo. Allora quando si parla di illiquidità ? Quando tutto ciò non c’è.

Ma attenzione. “Precisando che si parla di obbligazioni subordinate – dice Pinna – si tratta di una modalità di raccolta, che, secondo regole europee dettate dalla BCE, viene considerata alla stregua “patrimonializzazione” dell’istituto bancario”.

“La Banca è uno dei pochi istituti che si può permettere di prestare denaro senza averlo – continua – nel senso che, secondo le regole di legge, può lavorare a leva. Significa in buona sostanza che la banca lavora con i denari dei risparmiatori, senza prestare tutto ciò che ha in cassa, ma prestandone di più in realtà”.

Ma qualcosa a un certo punto, si inceppa. La svolta, il punto di non ritorno, spiega Pinna, sono i due momenti fondamentali della storia geopolitica del mondo: gli aerei che piombano sulle Torri Gemelle, nel 2001, un ‘esplosione che investe in pieno anche il mondo della finanza, e la deflagrazione del fallimento di Lehman Brothers, nel 2008. “Da quel momento – spiega Pinna – tutto cambia. Le regole del gioco valide fino ad allora non valgono più. Da questo momento parte i processo di ristrutturazione del sistema bancario orientato verso l’aumento della patrimonializzazione degli istituti. Corollario di ciò, comincia l’epoca degli stress test”. Cosa sono? In buona sostanza, per l’Europa, si tratta di simulazioni della Bce rivolte agli istituti bancari: se succedesse qualcosa come a Lehman Brothers, l’istituto resisterebbe? …

Intanto, il 1 novembre 2007, entra in vigore un nuova direttiva europea, che è quanto di meglio il sistema pensa di aver escogitato per la tutela degli investitori, in particolare della fascia “debole”, vale a dire il famoso e ormai conosciuto “retail”. Si tratta della MiFID, acronimo per Market in financial instruments directive. Di cosa si tratta? “La MiFID – spiega Pinna – è in pratica uno strumento di profilatura del cliente. Vale a dire, per usare termini medici, l’anamnesi del paziente”. In pratica, la nuova normativa stabilisce che ciascun intermediario proceda a classificare i propri investitori in base alle caratteristiche degli stessi e alla competenza in materia finanziaria. Sono previste tre categorie, in ordine crescente di competenza: clienti al dettaglio (non professionali), clienti professionali e controparti qualificate; l’intermediario deve garantire la maggior tutela agli investitori non professionali. “Si tratta di un strumento – continua Pinna – efficace se ben compreso e bene usato. La filosofia a monte è di tutelare chi non sa”.

Tuttavia, lo stesso strumento prevede anche una “scorciatoia”, l’ execution only, vale a dire la possibilità che il paziente, pardon cliente, decida di non rispondere ad esempio alle domande contenute nel modulo. Può farlo, è una sua scelta. Ma questo solleva la banca da ogni responsabilità. “In altre parole – dice Pinna – il modulo previsto dalla stessa MiFID, se firmato, deresponsabilizza l’intermediario che popone il prodotto”. Ma perché il cliente dovrebbe procedere a questa firma? Semplice: non sa, non si preoccupa di leggere ciò che sta firmando, si fida, vuole far presto, il modulo è già compilato e solo da firmare. “E poi – spiega Pinna. – un ruolo importante lo gioca anche il naturale senso di diffidenza dell’italiano, che stenta a raccontare i fatti suoi ad altri, soprattutto per quanto riguarda soldi e capitale”. Ala fin fine, la MiFID è uno strumento di tutela che può giocare il suo ruolo “difensivo” solo se ben compreso. E per far questo, serve formazione e cultura finanziaria “diffusa”, ribatte ancora Pinna.

Se la conoscenza di questi strumenti facilita la vita all’investitore risparmiatore, tuttavia è utile anche dare uno sguardo al terreno reale. Niente di meglio quindi che rapportarsi alle 4 banche salvate dai provvedimenti del governo . Avevamo lasciato, per parlare dell’istituto toscano, Banca Etruria nella stretta mortale dell’agenzia di rating Ficht, che, come abbiamo visto la volta scorsa, lo ha messo la banca nella gabbia BB+, “junk”. La banca, pressata, è costretta da andare a proporre le subordinate con cui si finanzia a “chi c’è c’è”, dal momento che, come abbiamo visto, gli investitori istituzionali l’abbandonano. Di questo dà prova il Sole 24 Ore che, in un bell’articolo del febbraio 2015, titola: “Etruria, quei bond a rischio in mano ai retail”; “poche banche e fondi compravano bond, Etruria, e allora la banca ha inondato di obbligazioni subordinate i piccoli clienti”; tant’è che “sul mercato a fine 2013 c’erano 1,3 miliardi di obbligazioni della banca di Arezzo”. Che fa a questo punto la Popolare Etruria e del Lazio? “Per migliorare i dati di bilancio – spiega Pinna – compra Btp in grande, grandissima quantità, anomala.”. Il risultato è una riverniciata al bilancio. Ma, viene da chiedersi, gli organi di controllo perché non hanno funzionato? “Consob e Bankitalia? – dice Pinna – E’ vero che gli elementi di criticità erano emersi negli anni scorsi a varie riprese. Ma Bankitalia non può mettere in atto un allarme che scatena il panico. La responsabilità in questo caso diventa della politica”. Ed ecco perché: spesso le banche locali, le piccole banche, svolgono un ruolo di intermediazione fra grandi gruppi bancari e amministrazioni locali. Il che le porta fatalmente a finire per essere terreni “misti” di interessi politici-economici, una terra di confine in cui tutto si confonde, a cominciare dai ruoli.

“Non esprimo opinioni – dice Pinna – mi limito a leggere i fatti”. E i fatti sono anche la mancanza di controllo, ma sarebbe meglio parlare di “sanzioni”, rispetto alla finanza. E non si tratta di un punto su cui è “impossibile mettere mano”, dice Pinna. Insomma non è un risultato “dato”: gli esempi ci sono eccome. Ad esempio, nel 2013 il governo americano sanzionò JP Morgan, per la questione dei titoli immobiliari, con una maxi multa di ben 13 miliardi più il pagamento dei servizi sociali per coloro che avevano perso i propri risparmi. Motivazione: aveva mentito sul livello di rischio dei prodotti. La stessa accusa che nella sua ultima relazione Bankitalia lancia nei confronti degli apici di Etruria, che accusa di ostacolare le relazioni di vigilanza. I risarcimenti della Jp Morgan devono essere comminati entro il 2016. E, nel caso dei clienti più poveri, la banca li aiuterà a comprare la casa. “In Gran Bretagna è la stessa logica – conclude Pinna – basti pensare alla Royal Bank of Scotland: i controlli e le accuse partirono proprio dalla politica. Una modalità totalmente opposta a quella italiana. Il problema di questo Paese è che non ha ancora compreso l’elementare principio della responsabilità. Chi sbaglia paga. Che si chiami Boschi, bianchi, o qualsiasi altro nome”.

“Ma oggi, 22 dicembre 2015 – conclude Pinna – è lecito porre la domanda: quali istituti hanno comunicato ai propri correntisti dal primo gennaio le regole cambieranno e ci sarà il bail in come mezzo ordinario di risoluzione delle crisi? E se non l’hanno fatto loro, a chi compete farlo? Bankitalia, Consob, ordini professionali, commercialisti, associazioni ….? Chi avverte i risparmiatori? Chi ha la responsabilità?”.

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