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“Mi chiamo Chen, lavoro a Prato e sparisco”: l’enigma cinese Economia

Vado a Prato, imparo il mestiere e svanisco. In dieci anni sono stati assunti quasi 40 mila cinesi, oggi poco meno di 13mila sono ancora forza lavoro. In sostanza due lavoratori su tre sono spariti, introvabili. Non lavorano né vivono più lì. Dove mai sono andati? È un pezzo dell’enigma cinese che emerge dalla bella ricerca di Ires Toscana dal titolo: “Mi chiamo Chen e lavoro a Prato”. Un mistero, quello dell’economia cino-pratese, un thriller che negli anni si ripropone in forme trasformate e evolute.
«Una piccola parte di questi lavoratori è rimasta nel circuito economico ed è diventata a sua volta imprenditore» racconta Franco Bortolotti, coordinatore scientifico dell’Ires. Nell’arco di quattro anni, dal 2008 al 2011, quasi 3600 persone sono diventati datori di lavoro coronando quel sogno narrato dai trattati di antropologia che inizia con il processo migratorio. Ma gli altri dove sono finiti? «Abbiamo ipotizzato più scenari possibili, tutti da verificare: quello più interessante è che potrebbe essersi creato un interscambio con altri distretti italiani: Carpi per la maglieria, San Giuseppe Vesuviano, Empoli, oppure Milano…». Un’altra ipotesi è il ritorno in Cina, per una sorta di «fallimento del processo migratorio». Questa è un’eventualità più che plausibile, vista la crisi che attanaglia l’Italia «mentre nel loro paese la possibilità di nuove avventure imprenditoriali è enorme». Le altre ipotesi sono legate alle tante particolarità dei comportamenti imprenditoriali di questa etnia. I lavoratori cinesi arrivano a Prato, vengono assunti, magari in modo intermittente o giusto il tempo per avere il permesso di soggiorno. Poi un po’ lavorano, un po’ no. E alla fine vengono scaraventati nelle mille forme del lavoro sommerso. Una modalità ormai fin troppo conosciuta per le imprese cinesi, che però convive con un altro trend singolare: negli ultimi anni il 91% dei lavoratori assunti dalle imprese cinesi hanno un contratto a tempo indeterminato. Un sogno quasi irrealizzabile per i lavoratori pratesi, per cui questa modalità riguarda appena il 10% degli assunti. «Una stranezza, è vero. Forse si spiega con il fatto che per i cinesi il tempo indeterminato è la modalità di assunzione più ovvia. Poi la sostanza non cambia: a distanza di un anno la quasi totalità dei rapporti di lavoro avviati non esiste più. E le cause di lavoro sono nulle».
Proprio grazie a queste “flessibilità” forse, a Prato le imprese cinesi, racconta la ricerca, hanno risentito meno delle altre di questa crisi. Come mai, visto che sono tutte collocate in quella bassa fascia di qualità che solitamente contribuisce a mandare a gambe all’aria le imprese italiane? «Non è facile capire questo aspetto, ma possiamo avanzare l’ipotesi che esista una sorta di “delocalizzazione interna” in una fascia da terzo mondo». Un modo elegante per dire che “reggono” perché si avvalgono di lavoratori pagati al minimo e al nero.
Comunque sia il loro sistema regge, ed anzi tende ad acquisire nuovi spazi di mercato. Allargano la loro “nicchia”, entrano in ambiti finora tipicamente pratesi, si diversificano. «C’è espansione dell’etnia cinese nel commercio all’ingrosso di abbigliamento, ma anche nel tessile, in alcune sue frange come tintoria, rifinizione». In pratica imprenditori cinesi comprano aziende italiane e cominciano a occupare alcuni spazi in quel che resta del distretto tessile. «Questo è un trend che si svilupperà ulteriormente nei prossimi anni. Per ora ci sono piccoli segni, ma questi spazi crescenti sono il sintomo di un’integrazione crescente con l’economia locale».
 

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