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Middle East Now: apre il festival della Primavera araba Cinema, Middle East Now

Il vostro festival si è ingrandito esponenzialmente rispetto alla prima edizione e credo che sia un valido esempio di come costruire un valido prodotto culturale oggigiorno. Quale è il segreto del vostro successo?
Roberto – Il Middle East in queste tre edizione è cresciuto: siamo passati da 15 film e una mostra nella prima edizione fino ai 30 film, una mostra e altri eventi collaterali della seconda. In questa edizione vogliamo proporre sempre un programma ricco con 30 film, due progetti espositivi, due dibattiti importanti e altri eventi come una degustazione di cibi tipici. Quindi sì, siamo cresciuti. Il segreto si può dire è fare il più possibile network con gli operatori culturali: mettere insieme più soggetti e far si che questi diano un contributo attivo, sia in termini di contenuti come di promozione. Devo confessare che non è affatto semplice, bisogna sempre mediare tra identità e logiche differenti. In ogni caso, quando si trova un punto di contatto e si riescono ad unire questi operatori culturali, nascono le possibilità di creare dei prodotti qualitativamente alti.
Lisa – Sai qual'è il segreto? Non volerci guadagnare, puntare alla qualità e cercare di portare sempre un prodotto migliore. Per esempio, se un film ci chiede un diritto di proiezione più alto e noi crediamo che valga la pena mostrarlo al nostro pubblico, siamo pronti a rimetterci dei soldi pur di farlo.
Un prodotto piccolo come il nostro per crescere ha bisogno di investimenti e per farlo non ci vogliono mire di guadagno. Secondo noi, in questo momento, il segreto del successo è proprio questo. Reinvestire i nostri soldi all'interno del festival per riuscire a farlo crescere sempre di più.
Come è cambiato, se è cambiato, il vostro rapporto con le istituzioni e le case di distribuzione in seguito alla Primavera Araba?
Roberto – In realtà, direi che i rapporti non sono cambiati troppo. Secondo me, più che problemi sono cambiate le prospettive. Abbiamo notato una maggiore proattività da parte dei registi e delle case di produzione per partecipare al nostro festival. Per molti film, quando invitiamo il regista spesso ci vediamo chiedere inviti anche per il produttore, l'attore, la moglie del regista e via così. La Primavera Araba  non ha influito in modo negativo sui nostri rapporti.
Lisa – Anzi, ci è stato dimostrato come il cinema possa essere un mezzo universale di comunicazione. Molti registi hanno seguito in prima persona la Primavera Araba, utilizzando proprio il cinema come mezzo per raccontare la proprio storia. Non volendo occupare tutto il nostro programma con questi film ne abbiamo solo selezionati alcuni, ma ci sono arrivati tantissimi film proprio sulle diverse rivoluzioni che si sono viste in Siria, Yemen e via dicendo. In realtà per noi c'è stata una maggiore apertura e un incremento nelle richieste. Dall'altro lato c'è un tentativo di distaccarsi, non tutti i registi vogliono o possono parlare delle rivoluzioni passate.
Secondo voi come è cambiata la regia in seguito ai moti rivoluzionari degli ultimi mesi?
Roberto – C'è più immediatezza nell'approccio cinematografico. Si utilizza maggiormente la presa diretta e c'è tanta vogli di raccontare quello che accaduto come quello che non è accaduto. Il bello del cinema è proprio questo. Non sempre si sofferma a raccontare i grandi eventi, le rivoluzioni in piazza, ma a volte si focalizza sul piccolo, sugli eventi quotidiani. Per questo abbiamo voluto selezionare altri film che dessero questo punto di vista. C'è anche un cambiamento nei mezzi. Per esempio, il nostro film d'apertura, The Reluctant Revolutionary di Sean McAllister, è girato con una macchina da presa di piccole dimensioni, ma riesce comunque a ridare assoluta freschezza l'esperienza vissuta dal regista.
È molto interessante vostra decisione di mostrare il mondo arabo attraverso l'animazione. La satira è sempre stata un argomento difficile, soprattutto qui in Italia. Come siete arrivati alla decisione di proporre questa visione diversa e poco conosciuta del mondo mediorientale?
Roberto – Noi cerchiamo sempre di individuare contenuti che mostrino una faccia diversa del mondo mediorientale e della sua cultura. La satira è uno di quegli strumenti che con maggior forza riesce a raccontare la realtà, a smascherare le convenzioni e i luoghi comuni.
L'abbiamo voluto fare la scorsa edizione, scegliendo di proiettare una divertente sit-com palestino-israeliana, Arab Labour, che raccontava di un arabo che vive a Gerusalemme e cerca in tutti i modi di integrarsi, spesso imitando gli usi e costumi israeliani.
Questa edizione abbiamo deciso di fare un focus sull'animazione e sulla satira che l'attraversa. Con l'uso delle tecniche d'animazione si riesce in parte ad addolcire l'argomento di cui si parla, riuscendo così, nel caso di Wikisham, a ridere della rivoluzione siriana che è invece assolutamente cruenta. Riusciamo così ad avvicinarci al popolo che è costretto a vivere ogni giorno le angherie dei dittatori, creando inoltre un maggior rapporto empatico.
Presentiamo anche un omaggio ad Edgar Aho che è stato uno dei più grandi cartoonist libanesi come pure il fondatore, nel 1999, della sezione dedicata all'animazione di Future TV. Questo dipartimento dichiaratosi indipendente, non ha mai subito ingerenze dall'establishment politico pur prendendolo ferocemente in giro. È sicuramente una voce interessante della creativa mediorientale.
Lisa – Secondo noi, si capiscono più certe situazioni attraverso storie piccole di vita quotidiana come attraverso la satira e il cartone animato piuttosto che vedendo un carro armato o gli scontri in una piazza di Damasco. Vogliamo cercare tutti i modi possibili per far avvicinare il nostro pubblico al mondo mediorientale e a farlo identificare in persone che vivono queste situazioni drammatiche.
Come risponde il pubblico fiorentino al vostro festival?
Roberto – La città e il pubblico, formato da giovani e meno giovani, hanno sempre risposto molto bene al nostro festival. Fin dalla prima edizione abbiamo sempre avuto sale piene ed una buona affluenza e lo dico incrociando le dita per questa nuova edizione. Abbiamo potuto notare che il pubblico fiorentino ha tanta sete di conoscenza e voglia di approfondire le voci, le espressioni e i contenuti che vengono dal Medio Oriente.
Quali sono i traguardi che avete raggiunto con questa terza edizione e i vostri obbiettivi per la prossima?
Roberto – La terza edizione è un po' un punto di svolta. Dopo tre edizione un festival può dirsi tale. Può partecipare a bandi internazionali, può chiedere dei supporti economici all'estero come pure attingere ad alcuni fondi ministeriali italiani. Nei fatti vorremmo che questo festival diventi davvero una piattaforma internazionale. Vorremmo fare quel salto di qualità e passare da festival cittadino a vero e proprio membro del panorama festivaliero internazionale. Vogliamo diventare una piattaforma di scambio culturale, ma anche produttivo, cinematografico e artistico tra l'Italia, l'Europa e tutti i paesi del Medio Oriente. Vorremmo trasformare Firenze in una vetrina di eccezione per tutte le istituzioni più importanti che riguardano le produzioni più recenti e le espressioni artistiche più forti in tutto il Medio Oriente.

Intervista del 9 aprile, a cura di Diego Garufi

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Middle East Now: apre il festival della Primavera araba Cinema

Il vostro festival si è ingrandito esponenzialmente rispetto alla prima edizione e credo che sia un valido esempio di come costruire un valido prodotto culturale oggigiorno. Quale è il segreto del vostro successo?

Roberto – Il Middle East in queste tre edizione è cresciuto: siamo passati da 15 film e una mostra nella prima edizione fino ai 30 film, una mostra e altri eventi collaterali della seconda. In questa edizione vogliamo proporre sempre un programma ricco con 30 film, due progetti espositivi, due dibattiti importanti e altri eventi come una degustazione di cibi tipici. Quindi sì, siamo cresciuti. Il segreto si può dire è fare il più possibile network con gli operatori culturali: mettere insieme più soggetti e far si che questi diano un contributo attivo, sia in termini di contenuti come di promozione. Devo confessare che non è affatto semplice, bisogna sempre mediare tra identità e logiche differenti. In ogni caso, quando si trova un punto di contatto e si riescono ad unire questi operatori culturali, nascono le possibilità di creare dei prodotti qualitativamente alti.

Lisa – Sai qual'è il segreto? Non volerci guadagnare, puntare alla qualità e cercare di portare sempre un prodotto migliore. Per esempio, se un film ci chiede un diritto di proiezione più alto e noi crediamo che valga la pena mostrarlo al nostro pubblico, siamo pronti a rimetterci dei soldi pur di farlo. Un prodotto piccolo come il nostro per crescere ha bisogno di investimenti e per farlo non ci vogliono mire di guadagno. Secondo noi, in questo momento, il segreto del successo è proprio questo. Reinvestire i nostri soldi all'interno del festival per riuscire a farlo crescere sempre di più.

Come è cambiato, se è cambiato, il vostro rapporto con le istituzioni e le case di distribuzione in seguito alla Primavera Araba?

Roberto – In realtà, direi che i rapporti non sono cambiati troppo. Secondo me, più che problemi sono cambiate le prospettive. Abbiamo notato una maggiore proattività da parte dei registi e delle case di produzione per partecipare al nostro festival. Per molti film, quando invitiamo il regista spesso ci vediamo chiedere inviti anche per il produttore, l'attore, la moglie del regista e via così. La Primavera Araba  non ha influito in modo negativo sui nostri rapporti.

Lisa – Anzi, ci è stato dimostrato come il cinema possa essere un mezzo universale di comunicazione. Molti registi hanno seguito in prima persona la Primavera Araba, utilizzando proprio il cinema come mezzo per raccontare la proprio storia. Non volendo occupare tutto il nostro programma con questi film ne abbiamo solo selezionati alcuni, ma ci sono arrivati tantissimi film proprio sulle diverse rivoluzioni che si sono viste in Siria, Yemen e via dicendo. In realtà per noi c'è stata una maggiore apertura e un incremento nelle richieste. Dall'altro lato c'è un tentativo di distaccarsi, non tutti i registi vogliono o possono parlare delle rivoluzioni passate.

Secondo voi come è cambiata la regia in seguito ai moti rivoluzionari degli ultimi mesi?

Roberto – C'è più immediatezza nell'approccio cinematografico. Si utilizza maggiormente la presa diretta e c'è tanta vogli di raccontare quello che accaduto come quello che non è accaduto. Il bello del cinema è proprio questo. Non sempre si sofferma a raccontare i grandi eventi, le rivoluzioni in piazza, ma a volte si focalizza sul piccolo, sugli eventi quotidiani. Per questo abbiamo voluto selezionare altri film che dessero questo punto di vista. C'è anche un cambiamento nei mezzi. Per esempio, il nostro film d'apertura, The Reluctant Revolutionary di Sean McAllister, è girato con una macchina da presa di piccole dimensioni, ma riesce comunque a ridare assoluta freschezza l'esperienza vissuta dal regista.
 

È molto interessante vostra decisione di mostrare il mondo arabo attraverso l'animazione. La satira è sempre stata un argomento difficile, soprattutto qui in Italia. Come siete arrivati alla decisione di proporre questa visione diversa e poco conosciuta del mondo mediorientale?

Roberto – Noi cerchiamo sempre di individuare contenuti che mostrino una faccia diversa del mondo mediorientale e della sua cultura. La satira è uno di quegli strumenti che con maggior forza riesce a raccontare la realtà, a smascherare le convenzioni e i luoghi comuni. L'abbiamo voluto fare la scorsa edizione, scegliendo di proiettare una divertente sit-com palestino-israeliana, Arab Labour, che raccontava di un arabo che vive a Gerusalemme e cerca in tutti i modi di integrarsi, spesso imitando gli usi e costumi israeliani. Questa edizione abbiamo deciso di fare un focus sull'animazione e sulla satira che l'attraversa. Con l'uso delle tecniche d'animazione si riesce in parte ad addolcire l'argomento di cui si parla, riuscendo così, nel caso di Wikisham, a ridere della rivoluzione siriana che è invece assolutamente cruenta. Riusciamo così ad avvicinarci al popolo che è costretto a vivere ogni giorno le angherie dei dittatori, creando inoltre un maggior rapporto empatico. Presentiamo anche un omaggio ad Edgar Aho che è stato uno dei più grandi cartoonist libanesi come pure il fondatore, nel 1999, della sezione dedicata all'animazione di Future TV. Questo dipartimento dichiaratosi indipendente, non ha mai subito ingerenze dall'establishment politico pur prendendolo ferocemente in giro. È sicuramente una voce interessante della creativa mediorientale.

Lisa – Secondo noi, si capiscono più certe situazioni attraverso storie piccole di vita quotidiana come attraverso la satira e il cartone animato piuttosto che vedendo un carro armato o gli scontri in una piazza di Damasco. Vogliamo cercare tutti i modi possibili per far avvicinare il nostro pubblico al mondo mediorientale e a farlo identificare in persone che vivono queste situazioni drammatiche.

Come risponde il pubblico fiorentino al vostro festival?

Roberto – La città e il pubblico, formato da giovani e meno giovani, hanno sempre risposto molto bene al nostro festival. Fin dalla prima edizione abbiamo sempre avuto sale piene ed una buona affluenza e lo dico incrociando le dita per questa nuova edizione. Abbiamo potuto notare che il pubblico fiorentino ha tanta sete di conoscenza e voglia di approfondire le voci, le espressioni e i contenuti che vengono dal Medio Oriente.
 

Quali sono i traguardi che avete raggiunto con questa terza edizione e i vostri obbiettivi per la prossima?

Roberto – La terza edizione è un po' un punto di svolta. Dopo tre edizione un festival può dirsi tale. Può partecipare a bandi internazionali, può chiedere dei supporti economici all'estero come pure attingere ad alcuni fondi ministeriali italiani. Nei fatti vorremmo che questo festival diventi davvero una piattaforma internazionale. Vorremmo fare quel salto di qualità e passare da festival cittadino a vero e proprio membro del panorama festivaliero internazionale. Vogliamo diventare una piattaforma di scambio culturale, ma anche produttivo, cinematografico e artistico tra l'Italia, l'Europa e tutti i paesi del Medio Oriente. Vorremmo trasformare Firenze in una vetrina di eccezione per tutte le istituzioni più importanti che riguardano le produzioni più recenti e le espressioni artistiche più forti in tutto il Medio Oriente.

Intervista del 9 aprile, a cura di Diego Garufi

5 aprile Film Middle East Now: popoli e società a confronto
5 aprile Film Middle East Now: il Medio Oriente contemporaneo a Firenze

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