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Middle East Now: per violenza o per fame, storie di emigrazione Cinema

Firenze – Il programma pomeridiano dell’ultima giornata del festival Middle East Now è iniziato con il  cortometraggio High Hopes (2014) del giovane regista israeliano Guy Davidi, che è stato candidato all’Oscar  nel 2013 con “Five Broken Cameras”. High Hopes è un documentario “storico” sullo spostamento forzato dei beduini nella West Bank da parte di Israele. Un fatto avvenuto tra il 1997 e il 1998, mentre erano in corso gli accordi di Oslo. Dopo quasi vent’anni di trattative fra palestinesi e israeliani, le “High “Hopes” di ottenere la pace sembrano tramontate.

Con una serie di immagini d’archivio, il film ripercorre in modo sintetico alcuni passaggi degli accordi, mostrando ad esempio le interviste ai principali protagonisti: Rabin, Arafat e Netanyahu e ad altri esponenti della diplomazia internazionale.  Il film mostra anche una intervista al grande intellettuale palestinese Edward Said (1935-2003), che è stato professore di Lingue comparate alla Columbia University, autore del famosissimo saggio Orientalismo.

Said, con passione, denuncia la violenza dei coloni nei confronti dei beduini e la condizione straziante di chi vive nei territori occupati. Davidi, con questo intenso e importante film, mostra uno stato di fortissima crisi politica dell’area israelo-palestinese, in piena continuità con il documentario precedente “Five Broken Cameras”(2013), forte testimonianza diretta della situazione dei territori occupati.

Sempre nel pomeriggio all’Odeon, Ich Liebe Dich (2012) di Emine Emel Balci: storie di alcune donne che vivono in un villaggio della Turchia e, come prevede la legge tedesca sull’immigrazione, stanno imparando il tedesco per poter raggiungere i mariti in Germania. Il documentario segue con empatia e partecipazione le giovani donne che, durante il corso e nelle loro case, tentano, con difficoltà, di apprendere la lingua tedesca. La regista compone con originalità un documentario “socio-antropologico”, mettendo in evidenza la condizione femminile in un contesto rurale turco, dove si manifestano la dimensione arcaica della cultura turca e il disagio di adattamento al progetto di emigrazione.

Lo sguardo femminile dell’autrice fotografa i differenti sentimenti delle giovani donne, che studiano una lingua difficile di un paese lontano per raggiungere dei mariti con i quali hanno dei rapporti non confidenziali. Il villaggio turco con le ritualità quotidiane del suo mondo femminile svela la complessità culturale degli immigrati turchi spesso stigmatizzati nelle città tedesche, vittime del razzismo e dell’incomprensione culturale.

 

 

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