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Middle East: rompicapo Libano in un interno di famiglia Cinema

Firenze – Il festival Middle East Now ieri ha organizzato una giornata intensa e ricca di presentazioni, anteprime e dibattiti con gli autori di cortometraggi, documentari e film di finzione. Al Cinema La Compagnia la programmazione ha dedicato un focus ai paesi del Golfo, Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l’Oman e il Kuwait. La curatrice Laura Aimone ha scelto il tema delle fiabe. Segnaliamo in particolare le fiabe occidentali viste con gli occhi del Medio Oriente, come ci viene raccontato in Wonderland, a True Story di Dana Al Mojil (Kuwait, 2011).

Nel pomeriggio il festival ha mostrato 199 Little Heroes di Sigrid Klausmann, una serie di documentari girati in tutto il mondo con il patrocinio della Commissione tedesca dell’Unesco. L’obiettivo è mostrare un bambino in ogni paese del mondo, ciascuno inquadrato allo stesso modo: mentre va a scuola. La regista Sigrid Klausmann, presente in sala, ha raccontato che questo progetto audiovisivo ha permesso ai bambini coinvolti di esprimere la loro personalità spesso oppressa da un contesto di disagio sociale.

Il festival si è quindi spostato sulle sponde del Mediterraneo per raccontare alcune pregnanti storie della società palestinese e libanese contemporanea. Il corto Made in Palestine di Mariam Dwedar ci mostra la Hirbawi Textile, l’unica fabbrica che produce la tradizionale Kefiah palestinese. La fabbrica a gestione familiare è riuscita a resistere alla competizione del mercato delle kefiah non originali, mantenendo il prestigio di un tessuto che rappresenta in tutto il mondo il popolo palestinese e la sua travagliata storia di oppressione. Come vediamo nel film, la Kefiah è stata la sciarpa che il presidente Arafat ha indossato tutta la vita, come simbolo del suo popolo e della libertà di fronte alla oppressione israeliana.

Dalle mani degli artigiani che seguono il complesso processo di lavorazione delle macchine tessili della Hirbawi Textile il nostro sguardo si sposta ad Haifa, scoprendo la storia di una donna anziana, Hiam, che viene ritratta dalla nipote cineasta Juna Suleiman nel docuficition Mussolini’s Sister. Hiam è una signora anziana costretta ormai a vivere tra badanti, quasi sempre rinchiusa in casa. Malinconica e rancorosa nei confronti della sua passata vita coniugale, è aiutata dal figlio cinquantenne con il quale si sfoga dell’inefficienza delle badanti. La nipote la ritrae con affetto e ironia, mostrando una nonna dal carattere forte e anticonformista che non ha paura di confessare il cattivo rapporto sentimentale con il marito militante comunista.

Hiam, durante la sua vita solitaria, ama ascoltare la radio che ogni giorno la bombarda di notizie drammatiche della vita mediorientale. La vecchia signora finalmente riesce a uscire di casa ed andare dal parrucchiere. Il figlio spesso depresso segue i cruenti notiziari televisivi, che annunciano le ultime decisioni belliche di Israele. Nella vita di Hiam c’ è un ricordo che la commuove e la appassiona: la vita di suo fratello Maurice, chiamato scherzosamente Mussolini, che ha vissuto una vita mondana e benestante sempre insieme ad una folta compagnia di amici. Hiam ricorda così una stagione della sua vita passata ripensando alla vita differente e lontana del fratello. Una vecchiaia opprimente quella di Hiam in un paese, la Palestina, che arranca e resiste alle continue aggressioni della guerra e del razzismo.

Dalla travagliata storia palestinese si passa al pranzo pasquale di una famiglia borghese della Beirut di oggi. Heaven Without People, bel film del regista libanese Lucien Bourjeily, racconta un lungo pranzo pasquale in cui Josephine e il marito Antoine rivedono le figlie e i rispettivi generi insieme ad altri parenti. Da un piacevole e divertito pranzo di famiglia piano piano l’atmosfera gioviale si trasforma in un ritrovo in cui emergono delle tensioni generazionali tra genitori e figli, tra anziani e giovani.

La giovane figlia di Antoine e Josephine vuole lasciare Beirut per andare a vivere e lavorare in Canada. Un imprevisto sgradevole creerà il caos familiare: molti soldi nascosti in casa sono scomparsi. Josephine non li trova più e così i familiari si preoccupano della sparizione del denaro. Nel frattempo nasce un forte litigo tra le due sorelle e i loro mariti.

Alla fine i soldi saranno ritrovati da Antoine che ricorda alla moglie smemorata che lei li ha versati in banca mostrandole i documenti. Heaven Without People ha un ritmo brioso, un crescendo emotivo che rivela quanto la storia culturale e politica del Libano determini la vita privata, i destini individuali dei personaggi.

Non è un caso che in tutto il film il tema delle differenze religiose ritorni in quasi tutte le conversazioni, quasi per esorcizzare una questione, quella religiosa, che sta distruggendo da anni il Medioriente. Il cineasta libanese, che come ci ha spiegato ieri sera in sala, è anche un regista teatrale, ha creato una brillante commedia, che sembra avere un tocco checoviano, permettendoci di percepire, attraverso questa famiglia libanese, il fermento attivo e turbolento del popolo esposto al conflitto e alla perdita di un’identità plurale e democratica.

Ieri al festival anche la famosa chef Anissa Helou e il suo libro “Feast. Food of the Islamic World”. La presentazione è stata condotta da Silvia Chiarantini che ha conversato con la famosa chef a proposito di molte questioni importanti, tra le quali le possibili contaminazioni tra cucina italiana e islamica, ovvero gli scambi e le influenze culturali nel mondo mediterraneo.

Infine, è stato presentato il progetto ISHKAR, Craftmanship from countries at war, di Flore de Taisne e Edmund Le Brun, un’associazione con lo scopo di promuovere e valorizzare oggetti e prodotti di altissima qualità realizzati da artigiani in paesi colpiti dalla guerra, come l’Afghanistan. Al Cinema La Compagnia è stata organizzata una mostra/pop up shop con un allestimento realizzato dal gruppo di architette di Archivio Personale.

Foto: Mussolini’s Sister

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