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Migranti: i somali, i Gesuiti e il principio di legalità Opinion leader

Firenze –  Furbi e furbetti mestano in quel grande e tragico intrigo del fenomeno migrazione. C’è chi lo ha trasformato in un business personale, vedi le indagini su Mafia Capitale, e chi la utilizza per mantenere un ruolo politico costruendo a tavolino una sorta di stato di emergenza permanente.

Sono categorie ovviamente diverse per motivazioni e livello di violazione delle leggi, ma anche coloro che appartengono alla seconda sfruttano l’attuale stato di incertezza e confusione creato da un fenomeno complesso che tocca non solo la capacità organizzativa di uno Stato, ma anche la sensibilità, lo spirito di solidarietà umana, i valori laici e religiosi, in questo caso coincidenti, di una società il cui maggior orgoglio è definirsi civile.

Questi ultimi, per esempio, dimenticano che consigliare di violare la legge a persone che tutto hanno perso e che non hanno alcuna prospettiva di vita, se non vengono riconosciuti come profughi, non solo è un colpo al principio di legalità sul quale si basa la pacifica convivenza, ma è quanto di più sbagliato può essere fatto in vista dell’ottenimento di  ciò che richiedono. Nonostante tutte le deficienze della nostra organizzazione, infatti, presentarsi con la patente di avere violato le regole nel Paese al quale chiedono asilo non è propriamente un biglietto da visita incoraggiante per chi dovrà valutare i singoli casi.

Un caso da manuale per riflettere su questi temi è quanto accaduto martedì  17 gennaio a Firenze, quando una novantina di migranti, prevalentemente somali, hanno forzato la porta e occupato un grande stabile  di via Spaventa, che appartiene alla Compagnia di Gesù.

Si tratta della vecchia Casa dei Gesuiti costruita all’inizio del Novecento, nella quale abitavano i Padri e nella quale si svolgevano le attività di insegnamento e di carità. Da qualche tempo in completo disuso, ora quell’edificio si trova al centro di una compravendita in fase di ultimo perfezionamento  con il politecnico Tonji di Shanghai.

I migranti che lo hanno occupato, guidati dai militanti del Movimento di lotta per la casa con a capo il loro portavoce Lorenzo Bargellini, facevano parte del gruppo che era provvisoriamente alloggiato in un capannone a Sesto fiorentino andato a fuoco (c’è stata una vittima). Dopo l’incendio erano stati precariamente sistemati nel palazzetto dello sport di Sesto, ed erano in  attesa di una stabilizzazione abitativa, che ovviamente non poteva essere la stessa per tutti. Martedì, all’improvviso hanno preso la decisione di forzare la mano con l’occupazione dell’ex edificio religioso, chiesa compresa, chiedendo “soluzioni dignitose”.

Subito sono cominciate trattative che tuttavia non hanno sortito alcun esito. Gli occupanti e chi li consiglia sfruttano il fatto che un ente religioso mai alzerà la mano, chiamando la polizia a sgombrare lo stabile, contro persone fragili e disperate, senza patria e senza casa. Dall’altra parte gli enti istituzionali preposti all’assistenza, che pure da giorni erano alla ricerca di una soluzione più dignitosa, non potranno accettare richieste che lederebbero i diritti di altri migranti in attesa, né potranno stabilire il principio “nazionale” di lasciare tutti insieme gli appartenenti a uno stesso gruppo etnico.

La situazione di impasse creata dal Movimento per la casa è dunque senza possibilità di soluzione immediata. A meno che gli occupanti non finiscano per rendersi conto di quanto dannoso possa essere il loro comportamento per mettere fine al loro stato di precarietà. Perché alla fine, nonostante tutte le incertezze derivate dall’emergenza, il principio di legalità dovrà prevalere.

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