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Migranti: piccola guida per una strategia dell’accoglienza Opinion leader

Pistoia – Il fenomeno migratorio è indubbiamente una naturale conseguenza della ricerca della sopravvivenza, della ricerca di  benessere personale e famigliare. Ricordiamo bene come nel secolo scorso, anche moltissimi nostri connazionali sentirono l’esigenza di lasciare l’Italia, allora paese povero, per trovare la soluzione ai propri bisogni, più che altro lavorativi, emigrando in altri stati che potevano offrire loro senz’altro più prospettive. Oggi questo fenomeno esiste ancora, ma riguarda in primis il nostro Paese, come meta di approdo. I principali protagonisti dell’immigrazione di oggi provengono dai paesi dell’Africa, e paesi limitrofi. Paesi, questi, che per secoli sono stati sfruttati per le loro ricchezze proprio dai popoli europei, tanto da colonizzarli. E con ciò, di fatto, si è reso impossibile quella costruzione necessaria di tessuto economico e sociale che, nonostante la manodopera e le competenze, ne ha impedito la crescita.

Da qui la miseria e la fame, situazione tale da spingere ogni giorno centinaia di migranti ad imbarcarsi dietro lauto compenso elargito ai “traghettatori”,  su piccoli mezzi per affrontare un lungo viaggio in mare, arrivando, poi, sulle nostre coste. Perché tutto ciò? Spesso ce lo chiediamo. Il motivo è semplice, fin troppo forse per capirlo. Sperano solo di trovare una terra migliore della loro, sanno di arrivare in un luogo comunque sicuro da guerre e da carestie. Un posto civile e moderno, a differenza della loro terra, che possa offrirgli soprattutto lavoro, cure gratuite ed integrazione. Da loro si muore per una polmonite, per un batterio, di fame, da noi no. So cosa significa vivere in certe aree geografiche, lo so fin troppo bene.

Ma non è così automatico, poi, una volta arrivati poter accedere a tutto ciò.  L’inserimento nella società per gli extracomunitari non si rende così facile per svariati motivi, il nostro è un paese sicuramente libero da conflitti e da situazioni pericolose ma non è indenne da carenza di occupazione ed altre problematiche . Ed inoltre, lo straniero che approda nel nostro paese, viene visto per lo più come una minaccia,  perché di fatto, sembra essere una concorrenza per i posti di lavoro, già scarsi. Anche se, diciamolo, le mansioni riservate a queste persone sono umili e spesso scartate da noi italiani. Lo sappiamo bene, ma ogni aspetto di ambito lavorativo diventa oggetto di barriera culturale ed etnica.

Una volta sbarcati, i migranti vengono veicolati nei vari centri di raccolta, presi in carico a livello sanitario e diretti nelle varie zone rese disponibili all’accoglienza. In molte città italiane, e provincie, abbiamo visto negli ultimi mesi un aumento ponderale di arrivi e presenze sul territorio, e questo continuo flusso di immigrati, destinato a crescere nei prossimi anni, crea di fatto non pochi problemi. L’Europa fa orecchie da mercante, considerato che siamo noi la prima terra che trovano, e che, quindi, siamo di fatto la porta di Brandeburgo italiana,  il filtro sulla frontiera europea.

Da non trascurare che, se da una parte l’accoglienza è d’obbligo per chi transita nei nostri mari su barconi, spesso malandati se non addirittura insufficienti a contenere le decine di persone che lo affollano, tanto da ribaltare con conseguenti tragedie, dall’altra diventa sempre più pesante il carico dello Stato che non ha più, da solo, le capacità di sopportare il peso di questo fenomeno in aumento. E poi c’è un altro aspetto importante, e che induce preoccupazione, ed è sicuramente il fatto che molti di questi immigrati sono clandestini e provengono da situazioni davvero pesanti, e sono di fatto le prime vittime delle organizzazioni criminali. Non perdono tempo a reclutarli, il bisogno di pecunia, magari anche da inviare a casa, aumenta l’offerta del lavoro spesso illegale.

Ciò che vediamo ad ogni cantone di strada sono i cosiddetti ” vu’ cumprà”, ormai ci siamo talmente abituati che quando non li vediamo riusciamo persino a preoccuparci. Ci danno il buongiorno la mattina, ci chiedono come stiamo, sanno tre parole in tutto, ben istruiti su cosa e come devono chiedere. ” Ho fame” dicono. Scatta il senso di colpa, immediato. E si mette mano al portafoglio. È un bene? È un male? Difficile dirlo. A mente fredda potremmo dire essere un male, perchè così non si aiutano, si mantengono e non si educano. Ma è difficile fare i conti con la propria coscienza.

Le loro storie sono devastanti, e se ci fermiamo ad ascoltare ci viene da piangere e ci sentiamo magnati del petrolio al confronto. Ed è qui il punto. La leva sulla quale interagiscono è il sentimento. Legittimo, non è una critica. Chi ha visitato per turismo o lavoro i loro paesi sa bene ciò che dico. Spesso ci chiediamo se i pochi spiccioli possono cambiargli la vita, la risposta è no, ma almeno doniamo a noi stessi  la tranquillità, solo la nostra però. Qualcuno di loro mi racconta che a fine giornata, dopo ore di accattonaggio, a forza di chiedere e di ricevere anche improperi o violenze verbali, riesce a tirar su cifre sui 50 euro.” Beati loro” dice un passante. Chiedo:  Voi lo fareste? No. Siamo onesti. Ma oltre a ciò c’è tutto un sottobosco più inquietante, taluni più svegli e giovani,  vengono spinti per soldi facili nello spaccio di droga, mentre le donne, come ben vediamo e sappiamo,  vengono immesse nella fitta rete della prostituzione. Questo è davvero “IL” problema.

Tornando al tema dell’accoglienza nella nostra terra bene sapere cosa accade, e quali sono le modalità d’accoglienza in Italia. La rete è gestita dal ministero dell’Interno e si compone di :

•       centri di accoglienza (Cpsa, Cda, Cara)

•       centri di identificazione ed espulsione (Cie)

•       strutture temporanee

Quest’ultimo, istituito dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, è affidato all’Anci (l’associazione dei comuni italiani). Che cosa è un Cpsa? Un Centro di primo soccorso e accoglienza (ed è il caso di Lampedusa) dove i migranti appena sbarcati ricevono le prime cure mediche necessarie, vengono fotosegnalati, e possono richiedere la protezione internazionale. Successivamente, a seconda della loro condizione, vengono trasferiti nelle altre tipologie di centri Cia, Cda o Cara. I centri di accoglienza (Cda) garantiscono la prima accoglienza allo straniero rintracciato sul territorio nazionale per il tempo necessario alla sua identificazione.

Lo straniero che richiede la protezione internazionale viene inviato nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara).Gli stranieri giunti in modo irregolare in Italia che non fanno richiesta di protezione internazionale sono trattenuti nei centri di identificazione ed espulsione (Cie). A differenza degli altri centri, qui sono reclusi e non possono liberamente uscire. Lo Sprar invece è una rete di centri di “seconda accoglienza” più dediti all’integrazione di soggetti già titolari di una forma di protezione internazionale. I costi per l’Italia sono notevoli, basti pensare che nel 2014 siamo arrivati a 628 milioni di euro. I dati degli anni a seguire sono di aumenti esponenziali.

Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno, vengono dati ai Centri per la loro sussistenza. ARCI si occupa di questo. La Commissione europea ha recentemente stanziato diversi miliardi di euro. La fetta più rilevante è riservata all’Italia. “Il numero di rifugiati accolti dall’Italia rimane modesto se comparato a quello di altri Paesi in Europa e nel mondo  –  spiega l’Unhcr  –   in media, infatti, l’Italia accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia (con più di 11 rifugiati ogni mille) e della Francia (3,5 ogni mille).

Per non parlare di casi limite: in Medio Oriente il Libano, al confine con la Siria, ospita circa 1,2 milioni di rifugiati, pari a un quarto della popolazione del Paese”. Spesso la domanda ricorrente è : si può negare l’ingresso in Italia del profugo che arriva ? Non si può. Lo straniero, che dimostri un fondato timore di subire nel proprio Paese una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, può ottenere questo tipo di protezione. Ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 è rifugiato “chi temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

Profugo è un termine generico che indica chi lascia il proprio Paese a causa di guerre o catastrofi naturali. Rifugiato è colui al quale è stato riconosciuto lo status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra del 1951. Un migrante invece è colui che sceglie di lasciare volontariamente il proprio Paese d’origine per cercare un lavoro e migliori condizioni economiche e contrariamente al rifugiato, può far ritorno a casa in condizioni di sicurezza. C’è anche la possibilità di espulsione, solitamente via aereo, ed è a carico dello Stato. I costi? Alti. Per ogni cittadino straniero rimpatriato, lo Stato italiano paga cinque biglietti aerei: quello dello straniero e quelli di andata e ritorno per i due agenti che lo scortano.

L’agenda  Junker, prevede (tra le altre cose) di distribuire i rifugiati fra gli Stati membri, in situazioni di emergenza, secondo una ripartizione che tiene conto di quattro parametri: popolazione complessiva, Pil, tasso di disoccupazione e rifugiati già accolti sul territorio nazionale.

«L’Italia è il Paese Ocse che dal 2000 ha ricevuto i più alti flussi migratori, sia a livelli assoluti che in percentuale sulla popolazione totale». È l’Ocse a dirlo, in un rapporto di un paio di anni fa. Il 2017 si annuncia come l’anno record come numero di sbarchi: da gennaio a oggi sono approdate sulle coste italiane circa 54mila persone, il 32% rispetto al 2016 – anno record, pure quello – il 35% in più rispetto al 2015. Per la cronaca, durante le traversate, ne sono pure morte centinaia. Sono numeri, questi, che al netto di ogni ideologia, dovrebbero costituire la base di una discussione politica seria. E non solo xenofoba. E, di fatto, anche nei paesi dell’est, le sinistre e più in generale le forze favorevoli all’accoglienza di profughi e immigrati, non esistono più.

Anche l’Italia, al di là del sentimento che alberga nel Pd, partito di maggioranza al governo, dedito per sua propria ideologia di sinistra, all’accoglienza ed all’integrazione massima, non è immune da preoccupazione.

Sappiamo come la  Lega Nord di Matteo Salvini ne faccia strumento elettorale, assieme alla Meloni di FI. A ciò si aggiunge anche Beppe Grillo che recentemente si è spinto a dire che «adesso è il momento di proteggerci» e che tutti gli immigrati irregolari dovrebbero essere «rimpatriati, a partire da oggi».

Ad oggi non c’è alcuna strategia, diciamolo, né per limitare i flussi, né per integrarli nel nostro tessuto sociale. C’è solo e sempre emergenza. Ma non basta più essere “brava gente” per risolvere il grande problema che abbiamo. «L’immigrazione è un fenomeno epocale – ha detto Minniti lo scorso 30 gennaio. -Ma il punto fondamentale è che di fronte a questo processo epocale noi non possiamo subirlo, né inseguirlo. L’Italia ha un solo dovere: deve governarlo». E quindi? Quali soluzioni? Perchè non intervenire laddove c’è malessere, magari cercando di fronteggiare il clima di guerriglia con forze militari, oppure cercando di investire economicamente creando posti di lavoro, invece che sfruttamento? Oppure dobbiamo sederci ed attendere, o forse, come dice Don Tonio, Sacerdote di SS. Salvatore di Capurso ( Bari) basta solo pensare così:  “Non accogliere l’altro solo se è uguale a te o per renderlo un altro te. Accoglilo perchè gli vuoi bene, così come è!”

Forse riusciremo a far pace con la nostra coscienza?

 

 

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